Il prezzo dell'Africa, di occhi e dolore. Spari al termine del giorno, chi vende e chi si vende: armi e vite. Ciò che si vede e quel che resta è opaco. Una mano tesa, il mento rivolto verso l'alto: Dignità. Occhi contro occhi, flebili fiammelle, è BUIO! E poi il DOMANI! Storie Africane

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"Abbiamo in prestito questo mondo per i nostri figli, non è che lo abbiamo ereditato dai nostri padri, allora ai nostri figli dobbiamo dire: Ti abbiamo voluto bene, ti abbiamo amato" (R.BENIGNI) ****************************************** Celui qui accepte le mal est tout autant responsable que celui qui le commet. Celui qui voit le mal et ne proteste pas, celui-là aide à faire le mal. (M.L.KING)

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lunedì, 10 marzo 2008
Torna a casa

Un sospiro nella notte, l’ultimo suono soffocato da lanci di granate, una mamma e il suo bambino riposavano in un’alba che non vide luogo, l’ennesime vittime di un male senza senso, senza che denunce siano ascoltate. La pace non ritorna e la musica è di un giorno interminabile di lutto e grida. Cosa ne sarà degli amici e delle speranze, del sogno di una vita insieme che corre tra campi di spighe. Solo il soffio del vento a portare via quest’angoscia, solo l’assurda abitudine della morte a riscaldare il cuore impotente. Anni di dolore e poi la speranza spenta al nascere, il cambiamento  assassinato dalla cieca avidità, dalla cieca stupidità del potere. Cosa ne sarà dei bambini e del futuro!! ‘Mamma, che succede’- e la mamma non trovò le parole. Neanche - ‘Fuochi d’artificio, figlio mio’ – riuscì a dire. Ecco la dea bendata in una strada senza uscita… quale il futuro?

La filosofia dell’istante che domina ogni anima di un paese senza pace, di un paese di foreste disboscate ed armi dal Sudan, di petrolio della Nigeria e giri di affari milionari, della comunità internazionale sorda alle richieste di aiuto e protezione. Rav 4, grandi auto e occhi di fame, Presidenti populisti e assassini che piantano alberi e ammazzano gente, e l’impotenza e il singhiozzo di un grido di denuncia che non trova fiato. Il Burundi sta soffocando, tra la disillusione, la delusione, la stanchezza, la responsabilità di chi imbraccia armi e l’unico peccato di chi subisce senza scelta. Vorrei chiamare Dio, chiedergli di aprire gli occhi, di tornare a casa, sedersi su di una poltrona, accendere la televisione… e cullare quella mamma e il suo bambino!!

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guerra e pace, burundi, tra illusioni e realtà

giovedì, 12 aprile 2007
Istinti Africani

Hai lo sguardo di chi pensa Ma che ne sapete voi - mi ha sussurrato un giorno un amico. Ero di ritorno dal Burundi per festeggiare il Natale con la mia famiglia, ero serena, felice di essere a casa, felice, per la prima volta, di essere nel mio piccolo e borghese paese. Ricordo che quel giorno non avevo tanta voglia di parlare, come spesso mi capita quando si tratta di Africa, ricordo tante questioni, tanti volti in silenzio, ricordo l'imbarazzo per le mie parole, per una vita cosi lontana dal suo mondo. Ho ripensato spesso a quella frase, non credo di averla mai sentita dentro di me fino a quel momento, la giudico presuntuosa, presuntuosa ma terribilmente vera, e oggi è diventata mia perchè è difficile capire cio' che sembra follia o incoscienza, o semplicemente amore, fino a quando non si vive sulla propria pelle l'Africa, i suoi dolori, le sue pene, la sua leggerezza, il suo fatalismo.

E' difficile capire, ed è difficile cercare di far comprendere, l'Africa è inspiegabile, ed inspiegabili sono le motivazioni e le passioni, i coinvolgimenti e le emozioni. L'Africa ha la sua normalità tra gli spari e la malaria, una normalità che si vive per non morire dentro, per non crescere e scappare nella paura, nella razionalità europea che qui diviene non vita. L'Africa significa farsi catapultare dentro di essa per ritornare dentro se stessi come un boomerang, e mescolare odori e culture, credenze e suggestioni. Cosa è vero? Cosa è giusto o sbagliato? Ho imparato che non si possono avere certezze nè credenze, pregiudizi o conoscenze, che persino la stregoneria ha le sue verità ed i suoi studi, che a volte funziona altre no altrimenti non esisterebbe, che a volte c'è magia altre scienza altrimenti non si potrebbe spiegare la vita.

Il rischio è quello di perdersi? di perdere la propria identità? Probabilissmo, ma ancora più rischioso è restare dentro se stessi, dentro i propri canoni di comprensione e stili di vita, e costruirsi una corazza protettiva, restare con i cosiddetti piedi per terra, confonde più del lasciarsi andare, dell'affidarsi. Qui entra in scena anche l'istinto, si impara a coltivarlo ed ascoltarlo, come a controllarlo e indirizzarlo, e in questo modo esso evolve, uscendo dalle sue etichette animalesche e primordiali, e si carica di scienza e di esperienza. Anche l'istinto si sviluppa e apprende, puo' essere studiato e migliorato, e vale più di tabelle, numeri e schemi, codici di condotta e lunghe burocrazie, ecco, allora, che cio' che appare incoscienza diviene consapevolezza, l'istinto è anche ragione, la perdita volontaria del sè è conoscenza.

Capisco, allora, l'espressione dei volti che mi osservano partire per l'Africa, le preoccupazioni di una madre, le difficoltà di un fidanzato, capisco chi ha paura della mia passionalità, chi si imbarazza davanti alla mia vita, capisco perchè non sanno, perchè sono rimasti ben saldi dentro se stessi, prigionieri dell'illusione dell'essere razionale, lo capisco e ne soffro, perchè so che non potro' mai più tornare indietro, lo capisco e sorrido, sorrido di questa sofferenza perchè mi fa sentire viva, perchè la consapevolezza ha raggiunto anche il dolore che fa parte di una scelta di cui non mi pento, lo conosco e non mi fa più paura, conosco cio' a cui vado incontro, conosco il mio istinto e le mie ragioni!

Postato da: LAfricanA a 09:59 | link | commenti (10)
contraddizioni, tra illusioni e realtà, ponti di follia

giovedì, 15 febbraio 2007
Piccole grandi storie

E’ da un po’ che non scrivo, ma è da un po’ che ne sento il bisogno, quest’ultimo periodo è stato molto delicato e pieno, la situazione nel paese non è delle più rosee, e le storie che ascolto, le richieste di aiuto, non sono sempre facili da supportare e sopportare, ma oggi non voglio tristezze, non voglio tragedie, voglio portarvi, per un attimo, nel mio sogno, nella bellezza di questa terra, nonostante tutto, nelle emozioni del moi cuore, nonostante il dolore e la malinconia. Lo scorso fine settimana sono stata a Muramvya, la provincia delle ‘capitali reali’, la provincia dei re e dell’antico potere monarchico, un posto da sogno, di una pace ed una tranquillità che, per chi, come me, arriva dalla periferia urbana di Kamenge, la più colpita dalle guerra, caotica, un formicaio di gente ammassata, sembrava quasi irreale, ed ancora più irreale diveniva la consapevolezza della guerra, l’immagine di gente trasformata in lupi. Il silenzio di quelle verdi colline, tradite da soffi di risate di bambini, la sollecitudine di contadini ed allevatori presi nel loro lavoro, avvolti da calma e tempo, il gioco di sguardi, di volti che distolgono l’attenzione dal terreno per accogliere e sorprendere gli stranieri nel loro gesto più inconsueto, senza una parola, senza un movimento brusco e fuori luogo, solo piccoli gesti, spruzzi di fierezza, riti di brevi e intense condivisioni, tutte immagini impresse, fisse nel cuore e dopo nella mente. Strano pensare che quel paradiso fosse stato un inferno, che quella gente sia sia svegliata una mattina per sporcare la pace della loro terra di sangue. ‘Come è stato possibile ? Non riesco ad immaginare violenza nei gesti di queste persone’- ho chiesto al mio accompagnatore. ‘La guerra ha creato lupi, la gente è stata corrotta, non riesco a trovare spiegazioni’- mi ha risposto. Abbiamo seguito un sentiero di campagna, tra case nascoste da cespugli, occhi di bimbi che spuntavano curiosi da ogni porta, piccole capre che saltellavano, era quasi tramonto quando siamo giunti a destinazione: un’abitazione tradizionale, circondata da un recinto e coperta da foglie di banana, un simpatico giovanotto di 103 anni, ed una simpatica signora di 87, bellissimi! Non sembravano segnati dal tempo, ma fuori da esso; lui si perdeva nei vestiti per la sua magrezza, i suoi occhi di tanto in tanto sparivano nel suo cappello di paglia troppo grande per il suo esile e profondo viso, ‘è lei che mi tiene giovane e forte’ dice. Li è la sua donna, quella della vita, quella che si prende cura oggi come ieri di un uomo che è stato un grande capo, che ha combattuto per il re in Congo prima della colonizzazione, e poi con i tedeschi contro i belgi durante la I° Guerra Mondiale, i tratti del suo volto tradiscono una bellezza passata ma ancora fresca, la sua stazza una forza tipica delle donne dei grandi uomini. Sembravano usciti da un film che avevo sempre sognato di vivere, ho ascoltato le storie di un vecchio saggio africano sotto un albero di banane, in compagnia di una birra di sorgo, sono stata scelta come sua fidanzata, sono stata oggetto di un rito di prosperità e benessere, accompagnata da preghiere e benedizioni. Ho pensato a mio nonno, alle sue storie di guerra e di pace, in fondo non sono tanto diverse, la nostalgia dei bei tempi era la stessa, l’ orgoglio del poter raccontare anche, ho visto decenni e decenni scorrere davanti ai miei occhi chiusi per poter provare a vivere solo per un attimo quelle parole. Era buio quando Terence ci ha quasi cacciato da casa perchè era ora del fuoco e della nanna, dopo aver ‘ordinato’ alla sua donna di accompagnare gli ospiti; era buio, completamente buio quando ho ripercorso lo stesso sentiero di campagna mentre quella donna meravigliosa mi teneva sotto il suo braccio per non farmi cadere e mi raccontava chissà cosa nella sua lingua; era buio quando continuavo a dire si con la testa e con lo sguardo come se capissi tutto, credo che fossero continui grazie, continue benedizioni, continui auguri di ogni bene; era buio quando continuavamo ad incontrare gente per strada che si dissolveva in piccole grida di stupore ogni volta che accennavo parole in kirundi; era buio quando quella pace, quel silenzio, quel sapore di vita mi è entrato nelle ossa e nel cuore, non potro’ mai dimenticare! Murakoze Cane

Postato da: LAfricanA a 09:24 | link | commenti (1)
incontri, emozioni, tra illusioni e realtà, ricordi africani

mercoledì, 11 ottobre 2006
Perchè restare!

Buyengero

Perché è un continuo perdersi e poi ritrovarsi, porsi domande e cercare risposte. L’Africa è un po’ così, un alternarsi di stati d’animo contrastanti, di sbagli e scoperte, di attese e ricerche. Sembra strano dirlo, per la concezione che si ha del tempo africano, ma qui scorre tutto talmente velocemente che ancora non ho avuto la possibilità di mettere insieme idee e concretezze, emozioni e progetti. E’ tutto un via vai di eventi e stati d’animo che spesso prendono il sopravvento, ed è facile perdersi, cadere nella trappola del ‘che ci faccio qui?’, scontrarsi con il muro del senso d’impotenza, con la rabbia per le incomprensioni che scaturiscono dall’essere parte di mondi e vite molto molto diverse.

In un paese dove tutto è ancora emergenza è tremendamente difficile stabilire delle priorità, dal disastroso sistema scolastico e sanitario, al problema del rientro dei rifugiati e del diritto di proprietà sulla terra, le torture, gli arresti arbitrari, le continue violazioni dei diritti umani ma, soprattutto, l’annullamento della capacità e della possibilità di sognare, la mancanza di prospettive future, annientate dal ‘in un paese come il Burundi non è possibile’. Sfiducia, la stessa che spesso riesce a coprire anche la mia forza e le mie motivazioni, quando le domande costanti diventano ‘Perché restare? Cosa posso fare io?’ A volte dimentico il motivo per cui sono ritornata in Burundi, a volte dimentico le motivazioni che mi legano a questa terra.

Il 21 agosto 1995, attorno al tema ‘Perché restare?’ si sono riuniti a Bujumbura alcuni confratelli saveriani. Era all’indomani dell’orribile massacro, in un paese che sembrava non avere speranza, dove la vita umana aveva perso ogni valore tanto la morte era all’ordine del giorno, uccidere era diventato normale. Ma a padre Ottolino, un missionario italiano, quel titolo non piacque dall’inizio: E’ sbagliato mettere il punto interrogativo. Non dobbiamo mettere in discussione se restare, ma solo il modo in cui restare.

E padre Ottolino, con un altro missionario saveriano Aldo Marchiol e la volontaria dell’ong LVIA Catina Gubert, il modo l’aveva trovato, quello di continuare a battersi pacificamente per la giustizia e la pace, quello di difendere la verità a qualsiasi costo anche della vita. Nel comune di Buyengero, nella provincia meridionale di Bururi, baluardo storico del potere tutsi, Ottolino invitava la gente alla disobbedienza civile, alla presa di coscienza, a non obbedire supinamente. In un momento in cui tutti coloro che ‘venivano chiamati’ dal governo non tornavano più, lui incitava a non obbedire, a seguire la propria coscienza, ad allearsi per il cambiamento. E il suo modo sembrava funzionare, la gente lo ascoltava, la messa domenicale era diventata l’occasione per denunce aperte, incitamenti a non aver paura, ad unirsi.

Una sera dei militari tutsi uccisero un guardiano di mucche credendolo un hutu, questi, invece, era un tutsi. Accortisi ‘dell’errore’, rimediarono attribuendo la colpa a 12 hutu che furono ammazzati. Qualcuno però aveva visto tutto e raccontò l’accaduto a padre Ottolino, che sporse denuncia alle autorità, riuscendo ad arrivare in tribunale. I colpevoli dovevano essere puniti, e la gente non doveva più avere paura. Il suo coraggio, il suo esempio, la sua sete di giustizia e di verità, gli furono fatali. Ad un anno dall’episodio, qualcuno entrò in casa sua, fece inginocchiare i tre coraggiosi italiani col volto rivolto verso il campo di fiori dipinto su una parete, e mise fine alla loro presenza inopportuna con un colpo alla nuca.

Oggi padre Ottolino, padre Marchiol, e Catina Gubert, riposano davanti alla chiesa che loro stessi avevano costruito come tempio di denuncia e di verità, una chiesa che continua ad ergersi maestosa tra piccole case sparse dove la gente ha ancora paura di parlare, dove non è più stato inviato un altro missionario bianco, dove quella parete di fiori è ancora sporca di sangue. Padre Ottolino non è riuscito a realizzare il suo sogno di pace e giustizia, e la sua follia sta proprio nell’aver sempre saputo che non ci sarebbe riuscito, e nel non aver mai abbandonato. Un esempio, questo è quello che è stato, questo è quello che lascia. Qualcuno potrebbe dire che si è trattato di un sacrifico inutile? Qualcuno potrebbe dire che la battaglia è stata persa? No, non è così. Lui ha fatto la sua parte. ‘Non è una persona sola che può sconfiggere il male o cambiare le cose, bensì un concorso di forze, di volontà, di speranze’ mi ha detto una volta un amico. E allora perché restare? Per fare in modo che padre Ottolino non venga dimenticato, per sostenere tutti i missionari di pace affinché non si sentano mai soli, per continuare opere già iniziate, per cominciarne di nuove, per testimoniare, per donare un sorriso, una speranza, un esempio, ‘ognuno nel suo piccolo, ognuno per quello che può, ognuno per quello che sa’, diceva Paolo Borsellino, e nessuno si sognerebbe di dire che il suo sacrificio è stato inutile, giusto?

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burundi, tra illusioni e realtà, ponti di follia

martedì, 26 settembre 2006
Incontro!

25.09.06

 

“Ho visto arrivare il furgoncino di Claudio con due muzungu, mi trovavo per caso al Centro Giovani Kamenge per salutare un mio amico e ti ho visto, eri seduta sulla sinistra, non potevo credere che fossi tornata davvero, tutte le persone che partono per un posto lontano e promettono di ritornare un giorno non ritornano più e se ritornano non accade di certo così presto. Questo è un dono di Dio”

 

Con queste parole mi ha accolto Nicolas, un ragazzo ruandese rifugiatosi in Burundi dopo il genocidio del ’94. Era seduto sul muretto davanti l’ufficio di Claudio, l’ho riconosciuto subito, avevo pensato molto a lui durante quest’anno, era l’unico di cui non avevo più avuto notizie. Riservato, scrupoloso, responsabile, mi aveva colpito per la sua saggezza nonostante la giovane età. Gli sono corsa incontro chiamandolo per nome, prima ancora che lo facesse lui. Ti ricordi di me e ricordi il mio nome – mi ha detto sorpreso, gli ho risposto in francese e lui, ancora più stupito  Avevi detto che quando saresti tornata avresti imparato il francese ma non lo credevo veramente – poi quasi mortificato ha aggiunto – allora ti prometto che quest’anno imparerò l’italiano. In quel momento ho sentito che qualcosa era cambiato, non ero più un muzungu come gli altri davanti ai suoi occhi, ma un muzungu che ha mantenuto due promesse nel giro di un anno, e poi ricordavo il suo nome. Abbiamo chiacchierato un paio d’ore, abbiamo parlato di Gandhi e  Martin Luther King, mi ha raccontato un po’ della sua storia, dei massacri a Kigali, della ferita al torace quando aveva solo nove anni. Le sue parole scorrono senza esitazione, i suoi ricordi sono chiari e precisi. Sai perché ti racconto tutto questo? – mi dice - Perché tra noi non parliamo molto della guerra, non ci piace, ma tu dovrai raccontare la mia storia in Italia, dovrai testimoniare con le mie parole ciò che voi avete solo letto o ascoltato ma mai vissuto sulla vostra pelle o su quella dei vostri cari.

 

Così è cominciato il mio nuovo soggiorno al Centro Giovani Kamenge di Don Claudico Marano nei quartieri nord di Bujumbura, la capitale del Burundi.

E’ stato come un sogno ritornare in questo paese, rivedere occhi che non avevo mai dimenticato, ascoltare parole di fiducia e vivere gesti d’amicizia come ancora non era accaduto. Questa volta mi fermerò un anno, e mi chiedo se sarà sufficiente per raccontare e vivere e lavorare con e per questo paese. Forse no, forse non sarà mai abbastanza il tempo per me in Africa, l’unico luogo dove non mi stancherei mai di vivere, dove non mi lamenterei mai della mia vita, l’unico che mi fa arrabbiare da morire ed esplodere di felicità allo stesso tempo. E’ l’Africa, bella e devastata, come dico spesso, è il mio sogno sempre vivo per tutto ciò che vorrei ancora realizzare, utopie, bellissime utopie di pace e unione, di conoscenza e condivisione. E’ l’Africa dove ho capito “che o i sogni sono accompagnati da una grande audacia o smettono di essere sogni. Se non siamo audaci, il che non è sinonimo di irresponsabili, se non siamo terribilmente audaci con i nostri sogni e non crediamo in loro fino a renderli realtà, allora i nostri sogni appassiscono, muoiono, e noi con loro”(L.Sepulveda; Il potere dei sogni)

Qui a Bujumbura ho incontrato Occhi e Sogni questa volta, gli occhi e i sogni di Jeff, Doudouce, Christian, Epi, Nicolas, e di tutti gli altri ragazzi del Centro, gli occhi forti e dolci di Claudio Marano e il sogno del suo Centre Jeunes Kamenge divenuto realtà!

Un Grazie che non trova altre parole per esprimersi a tutti loro!!

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incontri, emozioni, burundi, tra illusioni e realtà, ponti di follia

lunedì, 10 luglio 2006
Occhi e Spari

Le mie assenze ultimamente sono state molto lunghe, non è sempre facile parlare di guerra&pace, di Africa e contraddizioni, nè tantomeno scrivere su Occhi e Spari. Pensavo di dover evitare il rischio di far diventare i post troppo personali, volevo riuscire a tenermi fuori; non ce l'ho mai fatta e, forse, è bene così. L’ origine del "problema africano" non è tanto in Africa, quanto nel nostro mondo perbenista occidentale, nella nostra società opulenta e sempre più triste e malata, nell'indifferenza, nella superficialità, che si avverte con forza se solo proviamo a condurre una vita diversa, a guardare in modo diverso, a porre attenzione in ogni parola ed ogni gesto. Tra un po' ripartirò per il Burundi, Occhi e Spari tornerà nel luogo che ha stimolato la sua nascita, con l'esigenza sicuramente più accesa di dover raccontare. Ripartirò per il Burundi con la consapevolezza che si è sviluppata in quest'ultimo periodo, quella che mi spinge a lottare ogni giorno nel mio ambiente, quello familiare, quello degli affetti e delle amicizie, quello della realtà che mi circonda, spinta dalla necessità di dover fare qualcosa per la mia società, quella in cui vivo, quella da cui ieri sera, nel corso della partita contro la Francia, sentivo dire "Negro di merda!; Devi morire brutto nero!" e cose simili, sicuramente stimolate solo  da un tifo troppo acceso, ma ugualmente pesanti, che si riflettono poi nella vita di ogni giorno. Ieri sera ero tra amici, ma non davvero con loro, guardavo quella festa fantastica ed eccessiva, e pensavo alle risorse utilizzate per organizzare carri e canzoni, vestiti tricolore e striscioni, e poi pensavo all'estrema fatica che sembra bloccare ogni gesto di solidarietà, quello a cui è difficile dedicare anche un'ora per mancanza di tempo, abbiamo sempre così tanto da fare per pensare agli altri, e sempre così tanti problemi per accollarci quelli degli altri. Ecco allora che il semplice pensare a ciò che succede nel mondo, a stragi e guerre, a storie tristi che si ripetono, significa per alcuni essere pesanti, significa non godersi la vita, ed è difficile lottare da soli, si ha paura di parlare per il timore che nessuno ascolti, e si tende a tenersi tutto dentro, per paura di essere considerati dei folli.

Ma tutti i Grandi sono stati dei folli, nel bene e nel male. La vita di Gandhi, secondo Thomas Merton, perderebbe di significato se non si tenesse conto del fatto che venne vissuta a dispetto della falsità e dell’odio, davanti all’ostinata e palese negazione della sua forza. Uno dei principi cruciali che possiamo riscontrare nel pensiero di Gandhi è che, a differenza di quanto si è creduto in Occidente nei secoli recenti, la vita spirituale o interiore non è una faccenda esclusivamente privata. Essa è semplicemente il manifestarsi nel singolo della vita di tutti; è nella vita umana che l’uomo condivide parole e atti, contribuendo così con la propria quota di azione e di pensiero al tessuto delle faccende umane. Se la conoscenza profonda del nostro pensiero implica una comprensione ed una comunione più efficace dello spirito del nostro popolo, è altrettanto vero che chi si impegna in lotte cruciali per il suo popolo riesce a liberare la verità dentro di sé. “Un uomo finisce col diventare ciò che pensa di essere”, disse Gandhi. Bisogna pensare, allora, di essere dei Grandi uomini, con la presunzione e l’umiltà dei Grandi uomini nell’attribuirsi il potere di cambiare l’ordine attuale delle cose e, al tempo stesso, imparare da esse. Bisogna essere dei rivoluzionari nella non-violenza (non soltanto fisica), degli attivisti nella pace, bisogna impegnarsi nel cambiamento.

Non sarà facile ripartire per il Burundi, ma ancora più difficile sarà tornare, ed estremamente coraggioso è restare. Bisogna cominciare dai gesti più semplici, ma bisogna cominciare, forse è tutto lì. Bisogna cominciare a pensare alla possibilità di cambiare la società, alla possibilità di rivoluzionare le menti, e bisogna cominciare dall’ambiente che ci circonda, dalle persone a noi più vicine. E' necessario agire sulla nostra società per risolvere i problemi africani, molte guerre partono da qui, dalla nostra avidità, dal nostro egoismo, dalla nostra sete di potere. E allora i miei post continueranno ad essere personali, anzi, lo saranno ancora di più, continueranno a parlare di Africa e di me e, attraverso me e quello che vivo ogni giorno, della società che mi circonda. Questo blog non sparirà, non lo lascerò morire, per l’utilità che potrebbe avere, soprattutto per me, nel comprendere il mondo in cui vivo. Occhi e Spari è stato in vacanza per un po’, ora lentamente ripartirà, e con ancora più vigore riprenderà a settembre, a raccontare di fatti e quotidianità africane, ma non solo.

 

Postato da: LAfricanA a 17:06 | link | commenti (7)
tra illusioni e realtà, ponti di follia

lunedì, 20 febbraio 2006
Ponti di follia

Staziono qui, ma sono altrove.

Questa è la mia terra, Napoli la mia città.

Ma come uomo faccio parte del mondo.

Racconto di Africa, di guerra e pace. Non so fare altro.

Qui spazio privato su luogo pubblico.

Grazie a NyFrigg, Sistdiast, burundi/ggugg, e Shlomo!

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tra illusioni e realtà, ponti di follia

giovedì, 09 febbraio 2006
Oggi piove... in Africa

Le strade di Napoli diventano impraticabili nei giorni di pioggia, i mezzi di trasporto sono più problematici del previsto, il traffico è soffocante, mentre i pedoni temerari saltellano tra pozzanghere e canaletti cercando di mantenere ben saldo l'ombrello e sognando il tepore del letto di casa. Sono incappottata dalla testa ai piedi, quasi irriconoscibile, con i riccioli inzuppati di pioggia e imbrogliati dal vento, mentre mi affretto a raggiungere la stazione, i pensieri non trovano spazio, la pioggia non lascia tregua. Intorno alla stazione i soliti senza tetto, le solite bottiglie vuote, coperte e cartoni, case sparpagliate dal vento, inutilizzabili per la pioggia, ma che vita può essere mai questa. La mente vola ai poveracci morti per il freddo in russia, gli occhi mi sfuggono sulla vecchietta che cerca riparo tra i vagoni di un treno. Quanto c'è da fare, quante le voci da ascoltare, ma oggi cerco solo un modo per non ascoltare le mie di voci. Quando piove a Napoli sembra piovere ovunque, sembra piovere in ogni angolo e in ogni poro. Vorrei un po' di sole... Oggi piove a Napoli, ma io tra un po' sarò a casa e smetterò di pensarci, accenderò una stufa, e mi rintanerò tra le mie carte e i miei pensieri. Pioggia battente sui finestrini del treno, qualcosa che ricorda vagamente il tam tam dei tamburi burundesi, penso ai miei amici, a quelli che non sento più, a quelli che ancora mi scrivono per chiedere aiuto. Oggi in Burundi c'è una grave siccità, ma non solo in Burundi, sembra che in tutta l'Africa centrale ed orientale il sole non dia tregua e spacchi vite. Il governo del Burundi ha lanciato un nuovo appello alla comunità internazionale, il 30% dell’intera popolazione burundese (7 milioni di abitanti) sta affrontando una situazione di “grave scarsità di cibo”, sembra servano almeno 75 milioni di dollari per evitare che muoiano di fame. In Kenya il governo ha dovuto accettare l'offerta di cibo per cani per impedire la morte per fame di 3.5 milioni di persone, servirebbero 221.5 milioni di dollari, ma al momento cibo per cani è tutto ciò che la comunità internazionale ha messo a disposizione, anzi è tutto ciò che una ditta neozelandese ha messo a disposizione. L'offerta era stata inizialmente rifiutata da molti parlamentari, offesi dalla presunzione di voler far mangiare ai propri figli cibo per cani, ma altamente nutriente, dicono generosi donatori. A Gibuti il governo ha dichiarato emergenza umanitaria, ma non c'è stata ancora nessuna offerta di cibo per cani per sfamare altre 150 mila persone. Oggi piove a Napoli, continuo a sentire battiti e tam tam, invocazioni di aiuto, segni di presenza, sono quasi arrivata a casa, ancora una fermata e troverò mia madre ad attendermi con un ombrello, allora finalmente quel tam tam andrà via, sarebbe stato meglio oggi ascoltare i miei di battiti, sarebbero stati meno rumorosi!!

Postato da: LAfricanA a 15:38 | link | commenti (3)
tra illusioni e realtà

venerdì, 13 gennaio 2006
Ubuntu: essere un Essere umano

C’è bisogno di comprensione non di rivalsa, c’è bisogno di riparazione non di vendetta, c’è bisogno di ubuntu ma non di accettazione del ruolo di vittime. (…). Noi sosteniamo che esiste un altro tipo di giustizia, la giustizia restituiva, a cui era improntata la giurisprudenza africana tradizionale. Il nucleo di quella concezione non è la punizione o il castigo. Nello spirito dell’ubuntu fare giustizia significa risanare le ferite, correggere gli squilibri, ricucire le fratture dei rapporti, cercare di riabilitare tanto le vittime quanto i criminali, ai quali va data l’opportunità di reintegrarsi nella comunità che il loro crimine ha offeso.

Quel NOI è costituito dai membri della Commissione per la Verità e la Riconciliazione istituita nel Sud Africa post-apartheid, da tutti coloro che hanno creduto nella sua efficacia, da tutte le società africane impregnate di ubuntu, e per tutto ciò che hanno da insegnarci.

Quelle parole sono di Desmond Tutu, premio Nobel per la pace nel 1984, che ha guidato la Commissione istituita da Mandela.

“Ubuntu” è molto difficile da rendere in lingua occidentale, è una parola che riguarda l’intima essenza dell’uomo, rimanda ai concetti di dignità e di umanità, a ciò che implica essere un essere umano. Umuntu ngumuntu ngabantu (Zulu)     Motho ke motho ka batho (Sotho)

e cioè : “Una persona è una persona solo attraverso altre persone”, l’umanità di un individuo è idealmente espressa solo attraverso la sua relazione con gli altri. Non ci concepiamo  nei termini “penso dunque sono”, quanto “appartengo, partecipo, condivido”; uno spirito di solidarietà e di mutuo supporto.

Certo è difficile per uno sguardo occidentale, forse un po’ troppo distaccato e disincantato, credere che la solidarietà sia un principio che oggi si riesca a provare al di là del momento in cui ci commuoviamo di fronte alla televisione, per versare un po’ dei nostri soldi in qualche conto corrente per l’Africa. Ma questi siamo noi, e l’Africa è, appunto, diversa. Noi siamo “penso quindi sono”, per gli africani il bene più grande è l’armonia sociale.

Una persona che ha ubuntu è aperta e disponibile verso gli altri, riconosce agli altri il loro valore, non si sente minacciata dal fatto che gli altri siano buoni e bravi, perché ha una giusta stima di sé che le deriva dalla coscienza di appartenere ad un insieme più vasto, e quindi si sente sminuita quando gli altri vengono sminuiti o umiliati, quando gli altri vengono torturati e oppressi, o trattati come se fossero inferiori a ciò che sono.

Il significato dell’ubuntu non è però solo descrittivo, ma anche prescrittivo: indica una regola di buona condotta, una forma di etica sociale basata su di un tipo di spiritualità e di religiosità per noi difficilmente intuibile. Diventare persone attraverso altre persone non è un dato acquisito, bensì un processo di crescita che prevede diversi rituali di iniziazione prescritti dalla comunità. E’ questa la maniera con cui si viene, per così dire, “incorporati” nella comunità. L’essere una persona è una condizione che si acquisisce e si conquista, nel legame con la comunità dei viventi, ma anche con quella di coloro che sono morti ma che vivono attraverso le persone, vale a dire gli antenati.

Lo spirito dell’ubuntu sarebbe anche ciò che permette alle società africane di raggiungere più facilmente il consenso e la riconciliazione, contenendo una visione di democrazia che non si risolve nel potere della maggioranza. La democrazia africana si affida, al contrario, a forme collettive di confronto e di discussione chiamate indaga, in cui ogni partecipante ha diritto di parola fino a quando una qualche forma di accordo non viene raggiunta, e quindi la coesione del gruppo mantenuta, dal momento che lo scopo da raggiungere è riassunto nell’idea di simunye (noi siamo un’unica cosa, l’unità è la forza).

La mia umanità è inestricabilmente collegata, esiste di pari passo con la tua. Facciamo parte dello stesso fascio di vita. Disumanizzare l’altro significa, inevitabilmente, disumanizzare se stessi.

Ecco, tutto ciò che Neyla mi ha insegnato!!

Bibliografia: DESMOND, Tutu, Non c'è futuro senza perdono, Feltrinelli, 2001. / DEMARIA, Cristina, Lo spirito dell'ubuntu.

Postato da: LAfricanA a 16:19 | link | commenti (2)
tra illusioni e realtà

lunedì, 19 dicembre 2005
Tra chi se ne va e chi viene cacciato

Dodici anni di guerra civile che tutti considerano ufficialmente terminata, dodici anni di guerra civile che molti fanno risalire al 1993, l'anno dell'ultimo assurdo genocidio in cui persero la vita circa 300 mila burundesi, prima però ce ne furono altri: 1966, 1972, 1988. Hutu e tutsi si sono massacrati a vicenda per decenni. Nel 2000 viene firmato l'accordo di pace ad Arusha, in Tanzania. A maggio 2004 parte ONUB, la missione di mantenimento della pace dell'Onu.  Attualmente in Burundi i ‘caschi blu’ stanno avviando un graduale ritiro. Entro aprile 2006 la missione – che conta circa 5.600 elementi, compresi 318 funzionari civili e 383 dipendenti locali – si ridurrà di quasi la metà. La richiesta di diminuire la presenza di soldati internazionali era stata avanzata nelle scorse settimane dal governo di Bujumbura, il primo governo "democraticamente" eletto dal 1993 dopo anni di caos ed anarchia, un governo in cui la maggioranza è detenuta dal Cndd-Fdd, ex gruppo ribelle accusato di molti dei massacri del 1993.

Certo, in guerra tutto è lecito, ma ora c'è l'accordo di pace, c'è una democrazia, ed ex ribelli sono diventati garanti della pace e dei diritti umani, ex ribelli che hanno conosciuto solo sangue ed armi nella loro vita ora sono consapevoli di cosa significa pace e sicurezza, oggi sono burundesi, non più hutu o tutsi. Il loro capo Pierre Nkurunziza è un miracolato, è sopravissuto per mesi nella foresta nonostante le ferite di arma da  fuoco, ed oggi ringrazia il Signore almeno una volta a settimana riunendo amici in preghiera e meditazione. Eppure dodici anni fa molti testimoni affermano che i ribelli attaccavano in nome di Dio, levando la bibbia al cielo. Oggi questo nuovo governo chiede all'Onu di andare via, perchè dopo un accordo di pace, dopo libere elezioni, la missione può essere considerata un successo, e la pace una vittoria del Burundi unito, senza più distinzioni etniche.

Il nuovo governo avrebbe dovuto però già avviare i preparativi per la costituzione di una Commissione per la verità e la riconciliazione su esempio del Sud Africa, grazie alla quale rispondere alle richieste di giustizia provenienti da coloro che si considerano vittime del genocidio, grazie alla quale sarebbe possibile perdonare e comprendere che vittime sono anche tutti coloro considerati da molti carnefici. Assumere ed attribuire responsabilità, ricordare, perdonare, perchè non covi nascosta la rabbia e la vendetta, ma questo giorno sembra ancora lontano, sia l'Onu sia il nuovo governo sembrano aver dimenticato. Si va avanti, ma si trascinano problemi lasciati indietro, irrisolti. Pace non significa solo elezioni e nuovo governo, pace non significa solo reintegrazione degli ex combattenti e rientro dei rifugiati, pace significa indagare sulle cause e rimuoverle, pace significa giustizia come riparazione e perdono, pace significa sicurezza e libertà di camminare per strada senza il rischio di essere scasualmente uccisi da "criminali o ladri", (Qui per capire le virgolette), pace significa libertà di espressione ed opinione, anche politica (l'ex presidente del partito di opposizione Uprona, Charles Mukasi, è esiliato politico in Canada), pace significa una cultura ed una mentalità di pace ( in occasione dell'anniversario del massacro di Kibimba il Presidente del Burundi ha "dimeticato" di recarsi sul posto per commemorare le vittime).

 Eppure melle scorse settimane lo stesso Consiglio di sicurezza dell’Onu, pur evidenziando “straordinari progressi” compiuti sulla strada della pace, aveva ritenuto che i fattori di instabilità nel paese non erano stati ancora del tutto eliminati, il fattore più evidente è la presenza di un gruppo di ribelli del Fnl che ancora non è entrato nell'accordo di pace. In Burundi si combatte ancora, per la pace e per sopravvivere!

Contemporaneamente in Sierra Leone, una nazione devastata da dieci anni di guerra civile (1991-2001), si sta mettendo formalmente fine a una missione il cui mandato scade il 31 dicembre 2005. La missione UNAMSIL era stata avviata nell'ottobre 1999, varie volte riconfermata ed ampliata nel suo mandato, è oggi considerata un esempio ed un grande successo delle Nazioni Unite, ha portato, tra i tanti traguardi raggiunti, alla reintegrazione di 75.490 combattenti, di cui 6.845 bambini, la vera piaga della guerra sierraleonense. Quanti ce ne sono ancora? Tanti, ma almeno il paese è stato lentamente accompagnato su una strada che sembra essere in grado di continuare a percorrere da solo. Certo occorre mettere in pratica i suggerimenti della Commissione per la verità e la riconciliazione sull’aiuto alle vittime del conflitto, l’abolizione della pena di morte, la lotta alla corruzione e una più equa distribuzione delle risorse. Bisogna già cominciare a pensare alle elezioni presidenziali e parlamentari del 2007, un appuntamento che sta accendendo gli animi e creando qualche contrasto nonostante sia ancora lontano, occorre far ripartire l’economia, perché c’è molta disoccupazione, soprattutto tra i giovani, ma il paese è considerato oggi una guida morale ed un contributo prezioso alla costruzione di entità libere e democratiche in Africa sub-sahariana.

Se due missioni volgono alla conclusione, un'altra è stata ufficialmente "invitata" ad abbandonare il campo. Si tratta di UNMEE, la missione di pace tra Etiopia ed Eritrea, protagoniste di un sanguinoso conflitto che tra il 1998 e il 2000 ha provocato circa 70-80.000 vittime, uno dei pochi conflitti africani a carattere interstatale (essendo la maggioranza dei conflitti intrastatali). Si tratta di una disputa di confine, relativa alla creazione dei cosiddetti "confini artificiali" in epoca coloniale. Nel 2000 è stato firmato un accordo tra i due paesi, ma l'Etiopia non ha mai praticamente accettato la linea di confine stabilita, e l'Onu è stato accusato dal governo eritreo di non aver fatto nulla e di non essere in grado di spingere l'Etiopia al rispetto del trattato. La situazione è di nuovo molto tesa da quando i due Paesi del Corno d’Africa si sono accusati a vicenda di aver schierato truppe a ridosso del confine, nella zona cuscinetto, quindi neutrale, sotto il controllo dei caschi blu. L'Onu non ha potuto fare altro che accogliere la richiesta dell’Eritrea di ritirare il personale europeo, canadese e americano della missione di pace che controlla la tregua con l’Etiopia, pur annunciando che non avrebbe messo fine alla missione.

Povera Africa, è il continente delle guerre più lunghe del mondo, guerre nate con l'indipendenza, ma forse prima, portate avanti dalla corruzione, dalla formazione di economie di guerra che si nutrono del sangue versato da gente innocente, da una cattiva gestione di esse, da interventi, nella maggior parte dei casi, a breve termine. Guerre che sono sempre le stesse da decenni, sempre esistite, ma che mutano nel tempo, assumendo caratteristiche nuove, coinvolgendo nuovi attori, nuove motivazioni, i cosiddetti "prolonging factors" o "aggravating factors" che si aggiungono alle vecchie, scontate, dimenticate, cause originarie che contiuano ad esistere nell'ombra, e su cui si lavora poco, troppo poco, quasi per niente. Guerre su cui si continua ad agire in via reattiva anzichè preventiva, portando una pace illusoria, che deve mascherare con pochi successi, i clamorosi fallimenti della comunità internazionale.

Postato da: LAfricanA a 10:59 | link | commenti
tra illusioni e realtÃ