Il prezzo dell'Africa, di occhi e dolore. Spari al termine del giorno, chi vende e chi si vende: armi e vite. Ciò che si vede e quel che resta è opaco. Una mano tesa, il mento rivolto verso l'alto: Dignità . Occhi contro occhi, flebili fiammelle, è BUIO! E poi il DOMANI! Storie Africane

Nome: LAFRICANA
"Abbiamo in prestito questo mondo per i nostri figli, non è che lo abbiamo ereditato dai nostri padri, allora ai nostri figli dobbiamo dire: Ti abbiamo voluto bene, ti abbiamo amato" (R.BENIGNI)
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Celui qui accepte le mal est tout autant responsable que celui qui le commet.
Celui qui voit le mal et ne proteste pas, celui-là aide à faire le mal.
(M.L.KING)
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E’ da un po’ che non scrivo, ma è da un po’ che ne sento il bisogno, quest’ultimo periodo è stato molto delicato e pieno, la situazione nel paese non è delle più rosee, e le storie che ascolto, le richieste di aiuto, non sono sempre facili da supportare e sopportare, ma oggi non voglio tristezze, non voglio tragedie, voglio portarvi, per un attimo, nel mio sogno, nella bellezza di questa terra, nonostante tutto, nelle emozioni del moi cuore, nonostante il dolore e la malinconia. Lo scorso fine settimana sono stata a Muramvya, la provincia delle ‘capitali reali’, la provincia dei re e dell’antico potere monarchico, un posto da sogno, di una pace ed una tranquillità che, per chi, come me, arriva dalla periferia urbana di Kamenge, la più colpita dalle guerra, caotica, un formicaio di gente ammassata, sembrava quasi irreale, ed ancora più irreale diveniva la consapevolezza della guerra, l’immagine di gente trasformata in lupi. Il silenzio di quelle verdi colline, tradite da soffi di risate di bambini, la sollecitudine di contadini ed allevatori presi nel loro lavoro, avvolti da calma e tempo, il gioco di sguardi, di volti che distolgono l’attenzione dal terreno per accogliere e sorprendere gli stranieri nel loro gesto più inconsueto, senza una parola, senza un movimento brusco e fuori luogo, solo piccoli gesti, spruzzi di fierezza, riti di brevi e intense condivisioni, tutte immagini impresse, fisse nel cuore e dopo nella mente. Strano pensare che quel paradiso fosse stato un inferno, che quella gente sia sia svegliata una mattina per sporcare la pace della loro terra di sangue. ‘Come è stato possibile ? Non riesco ad immaginare violenza nei gesti di queste persone’- ho chiesto al mio accompagnatore. ‘La guerra ha creato lupi, la gente è stata corrotta, non riesco a trovare spiegazioni’- mi ha risposto. Abbiamo seguito un sentiero di campagna, tra case nascoste da cespugli, occhi di bimbi che spuntavano curiosi da ogni porta, piccole capre che saltellavano, era quasi tramonto quando siamo giunti a destinazione: un’abitazione tradizionale, circondata da un recinto e coperta da foglie di banana, un simpatico giovanotto di 103 anni, ed una simpatica signora di 87, bellissimi! Non sembravano segnati dal tempo, ma fuori da esso; lui si perdeva nei vestiti per la sua magrezza, i suoi occhi di tanto in tanto sparivano nel suo cappello di paglia troppo grande per il suo esile e profondo viso, ‘è lei che mi tiene giovane e forte’ dice. Li è la sua donna, quella della vita, quella che si prende cura oggi come ieri di un uomo che è stato un grande capo, che ha combattuto per il re in Congo prima della colonizzazione, e poi con i tedeschi contro i belgi durante la I° Guerra Mondiale, i tratti del suo volto tradiscono una bellezza passata ma ancora fresca, la sua stazza una forza tipica delle donne dei grandi uomini. Sembravano usciti da un film che avevo sempre sognato di vivere, ho ascoltato le storie di un vecchio saggio africano sotto un albero di banane, in compagnia di una birra di sorgo, sono stata scelta come sua fidanzata, sono stata oggetto di un rito di prosperità e benessere, accompagnata da preghiere e benedizioni. Ho pensato a mio nonno, alle sue storie di guerra e di pace, in fondo non sono tanto diverse, la nostalgia dei bei tempi era la stessa, l’ orgoglio del poter raccontare anche, ho visto decenni e decenni scorrere davanti ai miei occhi chiusi per poter provare a vivere solo per un attimo quelle parole. Era buio quando Terence ci ha quasi cacciato da casa perchè era ora del fuoco e della nanna, dopo aver ‘ordinato’ alla sua donna di accompagnare gli ospiti; era buio, completamente buio quando ho ripercorso lo stesso sentiero di campagna mentre quella donna meravigliosa mi teneva sotto il suo braccio per non farmi cadere e mi raccontava chissà cosa nella sua lingua; era buio quando continuavo a dire si con la testa e con lo sguardo come se capissi tutto, credo che fossero continui grazie, continue benedizioni, continui auguri di ogni bene; era buio quando continuavamo ad incontrare gente per strada che si dissolveva in piccole grida di stupore ogni volta che accennavo parole in kirundi; era buio quando quella pace, quel silenzio, quel sapore di vita mi è entrato nelle ossa e nel cuore, non potro’ mai dimenticare! Murakoze Cane
Ieri il Sudafrica ha ricordato la rivolta di Soweto di 30 anni fa, ma anche la giornata di oggi, che rischia di passare inosservata sulla maggior parte dei grandi mezzi d’informazione, costituisce un doppio significativo anniversario per tutti i sudafricani: 15 anni fa, il 17 giugno 1991, venne abolita l’ultima legge di segregazione razziale su cui si fondava l’apartheid; sette anni fa, sempre il 17 giugno, Thabo Mbeki succedeva a Nelson Mandela come secondo presidente democraticamente eletto. Mentre dalla fine di maggio in Sudafrica continua un sorprendente dibattito innescato dalla potente confederazione sindacale ‘Cosatu’ – e gonfiato soprattutto dalle forze politiche di opposizione su presunti possibili rischi di involuzioni dittatoriali nella gestione del paese – gli anniversari di ieri e di oggi assumono particolare rilevanza. Ieri, a Soweto hanno marciato insieme, braccio sotto braccio, ‘reduci’ del 1976, studenti e rappresentanti del governo, sostando poi nel punto in cui, alle 9 di mattina del 16 giugno di 30 anni fa, venne ucciso Hoscar Pieterson, il bambino di 13 anni che potete vedere, portato in braccio, nella foto. Un coro ha guidato la folla in un canto tradizionale di lotta, “Senzeni'na” (Stiamo piangendo, in lingua Zulu). Isabel Boto, 70 anni, riferiscono mezzi d’informazione sudafricani, parlando di suo nipote Tietsi Mashinini, vittima indiretta della rivolta di Soweto - morto in Guinea nel 1990 in circostanze mai chiarite (forse ucciso) - lo ha ricordato dicendo: “Sono contenta che non sia morto invano…”. Alla folla riunita per commemorare quell’inizio di lotta per la liberazione e le sue vittime, Mbeki ieri ha detto: ”Ricordiamo i giovani del 1976 perchè ci hanno lasciato una lezione che i giovani di oggi possono applicare, reggendo le sfide che li aspettano…. Possa il coraggio e la visione dei nostri giovani di 30 anni fa ispirare e motivare tutti noi mentre lottiamo per dare a tutti felicità in questa nostra epoca di speranza”. Non sarà uno dei discorsi più grandi di Mbeki. Ma mentre si susseguono gli anniversari, ricordati o dimenticati, tutti in Sudafrica e altrove dovrebbero tenerne seriamente conto. Perché né Hoscar né Tietsi siano davvero morti invano… E perché prima o poi anche “Senzeni'na” diventi per l’Africa e per il mondo di oggi - in cui tanti nuovi muri e nuove non dichiarate segregazioni sembrano spuntare, da Guantanamo al Medio Oriente al Sahel - soltanto un ricordo di tempi bui da dimenticare.
Fonte: Misna
Guardate gli occhi, gli occhi di questi ragazzi, guardate gli occhi di quello al centro col cesto in testa, la vedete l'Africa? La vedete la fierezza e la dignità? L'Africa è negli occhi di questi ragazzi, tutta, con la povertà ed il rispetto, con il passato ed il futuro, con la sua forza e il suo silenzio. Questi ragazzi erano fermi vicini alla mia auto, nel tentativo di vendermi qualcosa. Ho fatto un cenno con la testa, come per dire no, ma sorridevo, ho tirato fuori la macchina fotografica e, come per chiedere un consenso, ho esitato un po'. Loro hanno indietreggiato,mentre il vociare forte ed ininterrotto si arrestava, si sono messi in posa, qualcuno rideva. Non mi hanno chiesto soldi per la foto. Non mi hanno mai chiesto soldi per lasciarsi fotografare, contrariamente a quanto molti mi dicevano, sono i bianchi turisti che commercializzano tutto, non loro. La foto ha un significato, deve essere intrisa di rispetto, essere fotografati significa non essere dimenticati. Avevo timore di fotografare durante i primi giorni, timore di invadere la loro quotidianità, la loro riservatezza, poi ho capito. Dipende dal modo, è sempre così, bisogna saper chiedere, con gli occhi, cercare il loro sguardo, e saper attendere, attendere che si sistemino i capelli, che si stirino il vestito sgualcito, che assumano un atteggiamento degno dell'importanza di quella foto. Dopo averlo capito, non avevo più neanche bisogno di attendere molto, alcune persone mi chiedevano addirittura di essere fotografate. Ci si legge negli occhi, in Africa. Uno sguardo con rispetto, un ingresso in punta di piedi, una passeggiata per i quartieri, basta così poco. E dopo, non c'è bisogno di presentazioni. Sarà realtà o fantasia tutto ciò? - penserete, bhè, io vi auguro di viverlo, e poi mi auguro di ascoltarvi. In Africa si può trovare il senso.