Il prezzo dell'Africa, di occhi e dolore. Spari al termine del giorno, chi vende e chi si vende: armi e vite. Ciò che si vede e quel che resta è opaco. Una mano tesa, il mento rivolto verso l'alto: Dignità. Occhi contro occhi, flebili fiammelle, è BUIO! E poi il DOMANI! Storie Africane

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giovedì, 02 agosto 2007
Questa è la storia di Ab e Av

Questa è la storia di Ab e Av, di un incontro avvenuto non per caso, di un’amicizia che è cresciuta poco per volta, fino a diventare più grande di ogni altro sentimento, fino ad andare oltre l’amore che potrebbe nascere tra un uomo ed una donna. Questa è una storia di fiducia indefinibile, di speranza, di pace e guerra, di promesse e di non ti dimenticherò, di lacrime e mani che le asciugano:
“Murakoze Av, murakoze”. Grazie Av, grazie, continuava a ripetere Ab, dopo una notte insonne tra lacrime che non volevano fermarsi, tristi ricordi e nuove e difficili speranze. Ab aveva raccontato ad Av tutta la sua triste storia, perché Av aveva “due orecchie per ascoltare, un cuore per comprendere, coraggio per parlare e rispetto per restare in silenzio”. Insieme hanno ballato e riso, si sono arrabbiati e hanno litigato, si sono confidati e tenuti per mano.
Ab viveva in un paese bellissimo, un paese a forma di cuore, ricoperto da alberi di banane, ananas e eucalipto, decorato da mille e mille colline su cui si abbandonava e scorazzava su e giù felice come su di un’altalena, un paese argentato come l’immenso lago che lo bagnava. Suo padre era un musicista, un uomo severo ma altruista, e sua madre si occupava di lui come si fa coi re. Ab era cresciuto circondato da voci allegre e spensierate, riscaldate dal tepore di belle giornate di scuola e musica, amici e amori, non sapeva cosa fosse la guerra, non aveva mai sentito questa bizzarra parola, non sapeva cosa fossero gli hutu e i tutsi, non aveva mai sentito parlare di etnie e identità. Suo padre, per quanto severo e duro, lo aveva sempre protetto dalle distorsioni del mondo, dalle brutture di cui l’uomo a volte può essere capace.
Ab andava a scuola e non aveva mai conosciuto la sofferenza prima di allora, prima di quella sera in cui un uomo gli donò un fucile urlando “È la guerra”, prima di quella sera in cui tanti amici e vicini non fecero ritorno a casa, prima di quella sera in cui udì il primo colpo di arma da fuoco della sua vita. Allora Ab capì che qualcosa sarebbe cambiato per sempre, che il suo paese e quel lago si sarebbero colorati di un colore diverso dall’argento, mentre i suoi sogni, quelli di un qualsiasi ragazzo di 14 anni, volavano via sempre più lontano, sempre più soffocati dalle urla, dal fumo, dagli spari, dalla pioggia che cadeva nella foresta sulla testa di giovani soldati, dalla nostalgia della sua famiglia, dall’imprevedibilità del domani che scompare con la forza ed il fragore di un tuono in un paese in guerra.
Ab aveva imparato a sparare, aveva ucciso molti nemici e visto uccidere molti amici, poi aveva cominciato ad uccidere quelli che prima erano amici e cominciato a parlare con quelli che prima erano nemici, fino al giorno in cui si rese conto di non capirci più niente. Cosa stava diventando? Cosa stava combattendo? Per chi? Contro chi? Stava distruggendo la sua vita, era vivo per miracolo dopo anni di morte e nascondigli nelle foreste, dopo aver patito la fame, il freddo, le malattie, la distruzione di tutte le bellezze della vita. Era stanco Ab, davvero stanco, la guerra lo aveva portato in un paese lontano dalla sua casa, la guerra lo costringeva a vivere nella paura e nell’orrore di minuti interminabili. Fin quando un giorno qualcuno gli dice che sua madre aveva attraversato frontiere per venire a riprendersi il suo piccolo re e che anche Eg, il suo migliore amico, era venuto a cercarlo e aveva lasciato una lettera per lui. Ab capisce di non essere solo, voleva piangere ma non aveva più lacrime, e allora comincia a correre, a correre per la sua pace.
“Corri Ab, corri e non fermarti! Corri Ab, corri e non voltarti!”
….e correva correva tra case distrutte, bambini che morivano di fame, donne mutilate.
“Scappa Ab, scappa dal ferro e dal fuoco! Scappa Ab, scappa e non tornare!”
….e scappava scappava da tutto ciò che non riusciva a perdonare.
“Vola Ab, vola a riabbracciare tua madre!”
….e volava volava tra i proiettili ed il temporale.
E ce l’ha fatta Ab, ce l’ha fatta, è tornato a casa e ha riabbracciato sua madre, l’ha abbracciata dopo anni, dopo che la guerra si era impossessata di ogni momento di gioia, l’ha abbracciata per l’ultima volta prima che morisse tra le sue braccia, come tanti suoi amici, come tanti suoi nemici, come tutto quell’amore che la guerra aveva chiuso a chiave.
EEamore che la guerra aveva chiuso a chiave.
 tanti suoi amici, come tanti suoi nemici, come tutto quell'
Era tornato a casa Ab ma non aveva mai smesso di piangere, era tornato a casa ma non aveva mai perdonato, non aveva mai donato fiducia neanche a se stesso, non aveva mai smesso di pentirsi chiedendo continuamente scusa “scusa per come mi sono comportato e per come mi comporterò”.
Lo sapeva Ab che la guerra ancora non era finita, che quelle immagini e tutto quel dolore non erano rimasti indietro nella sua corsa verso la pace, eppure ci provava, provava a sperare e a costruire, a ballare e amare, ma nessuno conosceva la sua storia, nessuno doveva conoscerla, lui non uccideva più e non portava più armi, solo un peso enorme sul cuore.
E correndo Ab incontra Av, non hanno mai trascorso tanto tempo insieme, e Ab non amava quelli come Av. Lei veniva da un posto lontano, non era del suo paese, era spensierata e non aveva mai visto un’arma. Eppure avevano qualcosa in comune, avevano imparato a correre tutti e due.
Poco a poco i due s’incontrano, si conoscono, si scambiano sorrisi, si cercano. Av lo ascoltava e Ab la proteggeva e la confortava. Aveva qualcosa Av che Ab amava tanto, riusciva sempre a mantenere le sue promesse ed inseguire le sue speranze, aiutava tutti e prendeva a cuore le storie degli altri, li ascoltava, e Ab in quel momento aveva tanto bisogno di essere ascoltato, di sorrisi e di dolcezza.
E così Av aveva cominciato ad ascoltare la sua storia, e Ab aveva cominciato ad affrontare il suo dolore, dalle sue labbra uscivano parole dure, spesso deluse, sensazioni talvolta confuse, che Av cercava di comprendere e poi lasciava che volassero via perché la speranza e l’amore potessero prendere il posto di tutta quella sofferenza, di tutta quell’incapacità di perdonarsi per il male che aveva fatto. Ab non era più un militare, anche se continuava a sentirsi tale, e Av lo portava con sé a ballare sulla luna, a correre nei bananeti, a giocare nell’acqua argentata del lago. Ab si era di nuovo innamorato, della vita e di Av, anche Av lo amava, ma lo amava come si ama una persona con un gran cuore, una persona che le aveva regalato momenti indimenticabili, come si ama un fratello. Questo Ab non l’aveva capito, e così un giorno quell’incantesimo si ruppe, Ab comincia a bere e Av comincia ad avere paura. L’alcool faceva uscire fuori tutta la violenza che Ab cercava di dimenticare, e Av diventava il buco nella rete di tutti i gol mancati nella sua vita. Av si allontana allora spaventata e con un gran magone in gola, aveva paura, aveva paura per Ab, sentiva di aver sbagliato, e aveva paura per lei, sentiva la violenza della guerra sulla sua pelle, ma non ce la faceva a lasciarlo andare, a lasciarlo affogare nella birra e nelle lacrime, e così un giorno, in piena notte, lo chiama e tra le lacrime gli chiede di abbracciarla. Ab urlava, la accusava di averlo tradito, di aver ucciso il suo amore, condannava la sua vita e condannava lei. Av rimaneva lì e lo ascoltava, piangeva e gli teneva le mani, aveva paura del coltello nella sua tasca ma doveva resistere, e doveva amarlo e fidarsi, come aveva sempre fatto. Fu allora che Ab capì, sentì la paura di Av ma, al tempo stesso, sentiva la sua forza e la sua determinazione, il suo attaccamento alla vita, la sua fiducia, fu allora che Ab ricominciò a correre, questa volta senza di lei, la lasciò andare e gettò quel pugnale, l’abbracciò chiamandola per nome, un nome che non avrebbe mai dimenticato, un nome che avrebbe continuato a correre nei suoi pensieri e nelle sue speranze.
Ab e Av da allora non si sarebbero più lasciati, i loro cuori continuano a viaggiare insieme nella pace. Ab aveva capito che l’amore di Av andava oltre quello di una donna per un uomo, era molto più grande, era un amore che non chiedeva nulla in cambio, era amore per l’uomo, fiducia nell’umanità, era convinzione che ogni essere umano ha la possibilità di amare e amarsi, di donare tanto a se stesso e agli altri. Il passato, quello nessuno poteva cambiarlo né cancellarlo, ma il futuro… Av lo aveva aiutato a ricostruirlo, a crederci, a sperare, a combattere, perché la vita è più forte di un fucile, e il loro legame è più forte della morte.
Grazie Ab, grazie!
Grazie Av, grazie!

Postato da: LAfricanA a 14:16 | link | commenti
guerra e pace, incontri, burundi, ponti di follia

venerdì, 29 giugno 2007
I giovani del Centre Jeunes Kamenge

27mila, è il numero dei giovani tra i 16 ed i 30 anni iscritti al Cejeka, 1500 è il numero di quelli che lo frequentano quotidianamente, 300 le associazioni locali con cui il Cejeka collabora, 6 i comuni nord della capitale in cui svolgono alcune delle sue attività, 50 le persone impiegate full-time e 40 i volontari.
Cejeka sta per Centre Jeunes Kamenge (Centro Giovani di Kamenge), il miracolo che nessuno credeva possibile, il posto in cui hutu e tutsi, ma anche batwa, congolesi, ruandesi, cattolici e musulmani, giocano insieme, studiano insieme, vivono insieme. Il progetto di tre Padri saveriani, Claudio Marano, Marino Bettinsoli, e Victor Ghirardi, si è concretizzato nel 1993, alla vigilia di una guerra che, di lì a poco, avrebbe portato alla ghettizzazione etnica, ad esodi di massa, a massacri inauditi contro l’uno o l’altro gruppo: la popolazione si sarebbe divisa etnia contro etnia, hutu contro tutsi e il Centro sarebbe diventato una sorta di linea di confine, crocevia tra quartieri etnicizzati.
In quei mesi terribili di violenza e sangue, i tre missionari hanno portato avanti le loro attività nonostante le minacce, nonostante le accuse di essere ora pro-hutu ora pro-tutsi, e molti giovani, di tutte le etnie, hanno continuato a frequentare il Centro e a lavorare per la pace mentre fuori i loro parenti e amici si massacravano perché diversi.
La guerra aveva completamente raso al suolo i quartieri di Kamenge e Kinama, al di fuori del Centro era solo vuoto e paura. Non un solo uomo è sfuggito alla guerra ed alle sue conseguenze: ai 300mila morti, 800mila rifugiati e 400mila sfollati, si aggiungevano (e restano visibili ancora oggi) le conseguenze economiche e sociali, i danni morali e psicologici, sono quest’ultimi, soprattutto, che rendono difficile il cammino verso la pace. Ogni ragazzo del Centro ha una storia da raccontare e una strada da percorrere per lasciarsi alle spalle anni di insicurezza e dolore, ogni ragazzo del centro vorrebbe solo dimenticare e dovrebbe riuscire a perdonare, anche se è troppo difficile –  come dice Bienvenu, 22 anni, congolese - Noi congolesi eravamo considerati come degli hutu, io sono scappato dalla guerra in Burundi e mi sono rifugiato in Congo, poi sono dovuto scappare anche da lì quando è arrivato l’esercito di Kabila. Oggi vivo un po’ bene, il Centro mi paga la scuola, posso uscire senza paura ed andare in quei quartieri dove, durante la guerra, era pericoloso recarsi per quelli dell’altro gruppo.
Oggi i quartieri nord si sono ripopolati, le case sono state ricostruite, grazie anche all’opera instancabile di padre Claudio Marano che ogni estate, per tre mesi, organizza dei campi di lavoro per ricostruire le case distrutte durante la guerra; oggi c’è un accordo di pace ed un governo democraticamente eletto, e quei ragazzi, che avevano abdicato alla guerra e lottato per la vita del ‘loro’ Centro  sono diventati degli uomini di pace e dei punti di riferimento per altri giovani dei quartieri. Il Centro insegna a vivere nelle differenze ed arricchirsi con esse, insegna il rispetto per gli altri e dona speranza a giovani che hanno tanti sogni e scarsi mezzi per realizzarli. Non si finanziano grandi opere, né si realizzano progetti subitaneamente visibili, semplicemente si mettono insieme le capacità e l’inventiva di ognuno per costruire un mondo di fratelli. L’obiettivo è crescere insieme nella e per la pace, e lo si persegue attraverso attività sportive e ricreative, corsi di lingua, educazione alla democrazia ed ai diritti umani, formazione sull’Aids, alfabetizzazione, sostegno scolastico, concerti, marce, tornei culturali e sportivi, e qualsiasi altra attività proposta ed affidata a tutti coloro che volontariamente scelgono di donare il loro contributo, siano essi burundesi, congolesi, o europei, siano essi musulmani o cattolici. Il Centro rappresenta ciò che nessuno credeva possibile, e si è ampiamente meritato il premio nobel alternativo per la pace Right Livelyhood.
L’identità non è e non deve essere motivo di inclusione o esclusione, i ‘ragazzi di padre Claudio’ devono poter scegliere i loro amici sulla base di valori e condivisioni che vanno al di là della condizione sociale o dell’appartenenza ad un gruppo; i giovani del Centro, ma non solo, sono stanchi di guerre e di storie di guerra, ed oggi la loro principale preoccupazione dovrebbe essere sognare cosa fare da grande. Purtroppo non è sempre così.
Se oggi la guerra resta nelle storie e nei ricordi, e la pace vive nella speranza di un futuro diverso e migliore, i problemi più urgenti che il paese, ed i giovani, si trovano ad affrontare, riguardano soprattutto l’aspetto economico, e si evidenziano nel sogno, tutt’oggi ricorrente in molti, di raggiungere l’Europa o di sposare un bianco, come garanzia di un contratto a vita. Il mio problema è trovare i soldi per pagarmi la scuola, e per assicurarmi un pasto al giorno. Spesso sono costretto a saltare anche due mesi di scuola e a farmi bastare un pasto ogni due giorni – dice Jean Bosco, 17 anni. Il mio sogno è fare l’attore o il musicista, ma in un paese come il Burundi, dove non funziona nulla, non è possibile – dice Françis, 21 anni. E Françis e Jean Bosco sono tra quelli fortunati, tra quelli che, alla domanda che comunemente viene posta: ‘Hai un padre ed una madre?’, possono rispondere si. Quelli meno fortunati, in un paese come il Burundi, sono gli orfani ed i ragazzi di strada, quelli che hanno perso i genitori a causa della guerra o dell’Aids, e che vivono nella solitudine e nella rabbia per il loro destino. Sono tanti, alcuni accolti in famiglie che, per quello che possono, se ne prendono cura, altri in centri governativi o missionari, altri, quelli già maggiorenni, costretti a cavarsela da soli. La maggior parte di essi non ha neanche la possibilità di frequentare la scuola, e trovare un lavoro, anche il più umile, è un privilegio di pochi. Sono cresciuto in condizioni difficili – mi confida Egide, 22 anni – soprattutto da quando ho perso i miei genitori. La sofferenza mi è rimasta dentro e mi sento solo. Mio fratello e mia sorella mi hanno cresciuto, nel senso che mi hanno dato da mangiare, ma, in realtà, la loro attenzione è per i loro figli. Ho degli amici, non posso dirti certo che sono felice, ma almeno quando sono con loro mi sento bene, mi distraggo, quando sono solo, invece, penso a tante cose, e divento triste. Ci sono momenti che rigetto la mia vita e vorrei morire.
Povertà, assenza di prospettive e di possibilità di scelta, sono il terreno ideale per nuove alleanze e divisioni, e nuovi reclutamenti: chi non ha niente da perdere può essere allettato da ogni facile promessa di soldi e potere. La pace dei giovani burundesi è minacciata dall’ultimo gruppo di ribelli che ancora non ha accettato l’accordo di pace e che profitta della debolezza e della povertà per ingrandire le sue file allo scopo di avere maggiore potere negoziale, la conseguenza è che molti giovani, soprattutto del quartiere Kinama, sono stati reclutati dal Fnl.  
Queste e tante altre le contraddizioni di un paese che cerca faticosamente di uscire da decenni di crisi, questi e tanti altri i problemi di un giovane burundese che vive tra i sogni e la consapevolezza che sarà difficile realizzarli, tra le speranze e le urgenze quotidiane, tra la solidarietà e la rabbia per un destino meschino. Il Cejeka ha rappresentato e rappresenta un’isola di pace, ed una valvola di sfogo per giovani che, altrimenti, non avrebbero neanche un pezzo di terra ed un pallone per giocare a calcio. Questi giovani, nonostante il tragico vissuto, hanno sogni semplici e desideri comuni a chiunque altro in una qualsiasi altra parte del mondo, sognano di diventare medici o insegnanti, di trovare una persona che li ami per quello che sono e non per quello che hanno, sognano una famiglia ed un lavoro, magari di poter fare piccoli viaggi, questi giovani sono il futuro che va aiutato e costruito per la pace in Burundi e per un mondo più sano.
p.s questo articolo è stato pubblicato sul mensile di aprile della Caritas Italiana

Postato da: LAfricanA a 14:13 | link | commenti
burundi, ponti di follia, al cejeka

giovedì, 12 aprile 2007
Istinti Africani

Hai lo sguardo di chi pensa Ma che ne sapete voi - mi ha sussurrato un giorno un amico. Ero di ritorno dal Burundi per festeggiare il Natale con la mia famiglia, ero serena, felice di essere a casa, felice, per la prima volta, di essere nel mio piccolo e borghese paese. Ricordo che quel giorno non avevo tanta voglia di parlare, come spesso mi capita quando si tratta di Africa, ricordo tante questioni, tanti volti in silenzio, ricordo l'imbarazzo per le mie parole, per una vita cosi lontana dal suo mondo. Ho ripensato spesso a quella frase, non credo di averla mai sentita dentro di me fino a quel momento, la giudico presuntuosa, presuntuosa ma terribilmente vera, e oggi è diventata mia perchè è difficile capire cio' che sembra follia o incoscienza, o semplicemente amore, fino a quando non si vive sulla propria pelle l'Africa, i suoi dolori, le sue pene, la sua leggerezza, il suo fatalismo.

E' difficile capire, ed è difficile cercare di far comprendere, l'Africa è inspiegabile, ed inspiegabili sono le motivazioni e le passioni, i coinvolgimenti e le emozioni. L'Africa ha la sua normalità tra gli spari e la malaria, una normalità che si vive per non morire dentro, per non crescere e scappare nella paura, nella razionalità europea che qui diviene non vita. L'Africa significa farsi catapultare dentro di essa per ritornare dentro se stessi come un boomerang, e mescolare odori e culture, credenze e suggestioni. Cosa è vero? Cosa è giusto o sbagliato? Ho imparato che non si possono avere certezze nè credenze, pregiudizi o conoscenze, che persino la stregoneria ha le sue verità ed i suoi studi, che a volte funziona altre no altrimenti non esisterebbe, che a volte c'è magia altre scienza altrimenti non si potrebbe spiegare la vita.

Il rischio è quello di perdersi? di perdere la propria identità? Probabilissmo, ma ancora più rischioso è restare dentro se stessi, dentro i propri canoni di comprensione e stili di vita, e costruirsi una corazza protettiva, restare con i cosiddetti piedi per terra, confonde più del lasciarsi andare, dell'affidarsi. Qui entra in scena anche l'istinto, si impara a coltivarlo ed ascoltarlo, come a controllarlo e indirizzarlo, e in questo modo esso evolve, uscendo dalle sue etichette animalesche e primordiali, e si carica di scienza e di esperienza. Anche l'istinto si sviluppa e apprende, puo' essere studiato e migliorato, e vale più di tabelle, numeri e schemi, codici di condotta e lunghe burocrazie, ecco, allora, che cio' che appare incoscienza diviene consapevolezza, l'istinto è anche ragione, la perdita volontaria del sè è conoscenza.

Capisco, allora, l'espressione dei volti che mi osservano partire per l'Africa, le preoccupazioni di una madre, le difficoltà di un fidanzato, capisco chi ha paura della mia passionalità, chi si imbarazza davanti alla mia vita, capisco perchè non sanno, perchè sono rimasti ben saldi dentro se stessi, prigionieri dell'illusione dell'essere razionale, lo capisco e ne soffro, perchè so che non potro' mai più tornare indietro, lo capisco e sorrido, sorrido di questa sofferenza perchè mi fa sentire viva, perchè la consapevolezza ha raggiunto anche il dolore che fa parte di una scelta di cui non mi pento, lo conosco e non mi fa più paura, conosco cio' a cui vado incontro, conosco il mio istinto e le mie ragioni!

Postato da: LAfricanA a 09:59 | link | commenti (10)
contraddizioni, tra illusioni e realtà, ponti di follia

martedì, 27 febbraio 2007
Senza parole!!

Ho come l'impressione che il Burundi sia più povero di quando l'ho visitato l'ultima volta, nel 2005

Ah si si si, lo è, non vedi tutto quello che sta succedendo, il miracolo di Kamenge è come faccia questa gente a sopravvivere. Hai mai visto qualcuno mangiare il carbone per mitigare i morsi della fame?

No, davvero??

Si si si, io li ho visti, l'ultima una donna, qualche giorno fa, e proprio qui a Kamenge. Sono poveri, poverissimi, e con tutte le inondazioni che ci sono state quest'anno all'interno del paese è ancora peggio!

Sai, stamattina la giornata è cominciata davvero male, un ragazzo che lavorava al Centro, un artista, è morto di Aids, lo conoscevano tutti, erano tutti provati. Aveva perso moglie e figlio poco meno di un anno fa, e non aveva mai ammesso la sua malattia....

Ah si si si, l'ho saputo, è grave ma è la vita, era irriconoscibile poverino, è morto di tubercolosi, non riusciva nè a parlare nè a sentire, ieri sera l'ho visto per l'ultima volta, aveva gli occhi della morte,  l'avevo pensato che sarebbe partito presto.

E quella bambina che è stata ritrovata sulle riva del fiume, hai notizie?

chi? ah quella piccoletta che hanno abbandonato, no, non so, sarà dalle suore di Calcutta, ultimamente ci sono tante storie simili, qualche giorno fa una coppia senza figli, ha ritrovato davanti la porta di casa un fagottino, è stato un dono del signore. In fondo, meglio questo che l'aborto, qui a causa degli aborti illegali ne muoiono tante eh, Dio solo lo sa!! Ma perchè tu non hai mai visitato l'orfanotrofio delle suore di Calcutta?

No, mai, dov'è? vorrei tanto andarci!!

si si si, qualche volta ti porto, è a Gatumba. eh ma tu da li non te ne vai più, quei piccoletti ti si aggrappano addosso e non ti lasciano più, e poi sono tanti tanti, troppi, e voi li in europa fate tanto casino per un referendum sulla fecondazione artificiale?? Falli venire tutti qui quelli che buttano i loro soldi in esperimenti, che li sperimento io!!

Senti, e per quella storia li del ragazzo che vorrebbe andare a scuola ma non ha i soldi, e a cui ho proposto di lavorare per non elemosinare, quando te lo faccio venire?

Ah, quando vuoi, anzi domani alle 13.30, prima che esca per andare al centro che si occupa dei bambini denutriti, sono arrivati a 600 al giorno ormai, bisogna costruire altre case. si, ma lui che sa fare?? Mica è un altro di questi che vogliono fare i cittadini, che non hanno un soldo in tasca e vanno in giro col cellulare e poi chiedono da mangiare di casa in casa? Ah voi europei....

noi europei?? manco se tu fossi altro!! Basta con queste generalizzazioni alla burundese, ...voi bianchi, voi europei, ...e noi poveri neri, non è giusto!!

...voi europei, li state rincogliendo 'sti ragazzi, marionette che fanno la brutta imitazione di Eminem e dei 50cent, e poi chi so questi, boh!! e la loro cultura, e la loro musica... e tu con sto francese e i corsi di lingua, ma che pensi di fare, impara il Kirundiiiiii, se vuoi parlare con loro impara il kirundiiiiiii

Eh, magari!!

Akira,

eh?

Akiraaaa, l'accendino, me lo passi o no??

ah, scusa...

Murakoze

Gushima

Nagasaga, injoroyiza

ah, questa la so... Nawe! Grazie per la chiacchierata, naejo

Egoooo, naejo

Postato da: LAfricanA a 18:56 | link | commenti (1)
incontri, contraddizioni, burundi, ponti di follia

martedì, 21 novembre 2006
Le acque passeranno attraverso le montagne!

Burundi 014

Inter medium montium pertransibunt aquae – le acque passeranno attraverso le montagne.

….e silenziose scaveranno e plasmeranno e modificheranno irrimediabilmente, in un perseverante movimento in cui ogni goccia è indispensabile!

Eravamo con la pioggia e senza elettricità, eravamo con la paura e la diffidenza, eravamo spaesati e con linguaggi diversi, eravamo soli e senza troppa pazienza. Il tempo scorreva al ritmo di quelle migliaia di gocce d’acqua, io sorvegliavo la mia borsa e non capivo i loro movimenti, e loro fissavano la mia auto e la mia telecamera ed era come se di me ci fosse solo quello.

Attendevo che arrivasse il gruppo salsa, avevano promesso che avrebbero danzato per loro, era la giornata per i diritti dei bambini, e si poteva dire che i bambini avevano diritto ad avere dei genitori, ad andare a scuola, a giocare e a sognare, a ridere e mangiare caramelle; si poteva dire ma non l’ho detto, ho detto solo che era la giornata per i diritti dei bambini e che loro anche erano dei bambini, e che loro anche dovevano essere ricordati e festeggiati. Si poteva dire che i bambini non devono lavorare, che non devono essere picchiati, che hanno il diritto di essere ascoltati, di avere una casa; si poteva dire ma non l’ho detto, ho detto solo che era la giornata per i diritti dei bambini ma che non potevo offrire loro un lavoro o una casa, non potevo fare promesse e regalare false illusioni, ho detto che potevo donare un po’ di amicizia e un po’ del mio tempo, che potevo ascoltare della musica e danzare con loro, che potevo dare una mano solo per stringere la loro.

“Io ho dell’odio dentro. Io ho dell’odio dentro perchè sono orfano, perché sono cresciuto per strada e nessuno ha mai avuto cura di me, perché sono stato picchiato, perché sono stato in prigione, perché tanti visitatori vengono e sorridono e poi ripartono ed io sono sempre qui, perché non ho fiducia di nessuno, e tra un po’ mi cacceranno da qui perché sono grande e tornerò per strada e allora sarò irrecuperabile!”

Io, invece, ho del dolore dentro, e della paura, dell’impotenza e della rabbia, ma anche della volontà, e dell’incapacità di dimenticarli e abbandonarli. Sono 105, tra i 7 ed i 30 anni, presi dalla strada ed obbligati a vivere in un centro governativo ai margini della società, fumano maryuana e rubano, molti sono stati in prigione, molti sono orfani, altri non sanno dove siano i propri genitori, non sono mai andati a scuola, non parlano francese, sono aggressivi verbalmente e lo sono anche fisicamente tra loro, sono delusi, soli, tristi e amareggiati, diffidenti. “I responsabili del centro in cui ci costringono a vivere ci odiano”, in più se ne fregano!! Ieri erano presenti il direttore ed il Vice-Direttore solo perché ho detto che sarebbe venuto un inviato di una radio locale, solo perché avevano paura anche loro. Era un’occasione importante, era la prima volta, il primo contatto, non avevo molte strade, se non fossi riuscita a strappare un sorriso e a conquistare un pezzettino del loro cuore mi sarei bruciata ogni carta, avrei disfatto il mosaico prima ancora di cominciarlo. E’ stata dura, ma Christian è stato bravissimo; ha utilizzato tute le sue energie e le sue capacità comunicative da bravo giornalista, ha utilizzato il loro gergo, quello della strada, urlava “siete delle nullità, non volete partecipare con noi perché siete dei vigliacchi, perché non siete all’altezza”. Ho pensato fosse impazzito e invece ha funzionato, erano inkazzati viola, sono entrati nella sala preparata per loro e per lo spettacolo solo per motivi di orgoglio, poi, però, hanno cominciato a parlare del loro odio, hanno spiegato le loro motivazioni, hanno scherzato, abbiamo ballato, cantato, in una parola comunicato. E’ stata un’emozione intensa, indescrivibile, una piccola vittoria: erano talmente contenti che non volevano lasciarci andar via. Mi hanno ringraziato e non potevo crederci, mi hanno chiesto di tornare, mi hanno preso la mano, mi hanno……fatto piangere come una bimba!! Sono andata via e mi hanno accompagnato fino alla strada principale, sorridevano, avevano lo sguardo felice e divertito, forse un po’ stupito.

Coraggio, mi sono detta. Qui autem timet, non est perfectus in caritate – chi ha paura non sa amare (San Giovanni Apostolo).

Coraggio, mi sono detta, non puoi far rispettare i loro diritti ma puoi donare l’amore che puoi, le energie che puoi, le capacità che puoi.

Se non ci sono difficoltà, le nostre occupazioni non hanno attrattiva umana, né soprannaturale. Se, nel piantare un chiodo nel muro, non trovi resistenza, che cosa ci potrai mai appendere? (Forgia, Josemarìa Escrivà).

Coraggio, è l’amore la soluzione!

Postato da: LAfricanA a 18:59 | link | commenti (3)
incontri, emozioni, burundi, ponti di follia

mercoledì, 11 ottobre 2006
Perchè restare!

Buyengero

Perché è un continuo perdersi e poi ritrovarsi, porsi domande e cercare risposte. L’Africa è un po’ così, un alternarsi di stati d’animo contrastanti, di sbagli e scoperte, di attese e ricerche. Sembra strano dirlo, per la concezione che si ha del tempo africano, ma qui scorre tutto talmente velocemente che ancora non ho avuto la possibilità di mettere insieme idee e concretezze, emozioni e progetti. E’ tutto un via vai di eventi e stati d’animo che spesso prendono il sopravvento, ed è facile perdersi, cadere nella trappola del ‘che ci faccio qui?’, scontrarsi con il muro del senso d’impotenza, con la rabbia per le incomprensioni che scaturiscono dall’essere parte di mondi e vite molto molto diverse.

In un paese dove tutto è ancora emergenza è tremendamente difficile stabilire delle priorità, dal disastroso sistema scolastico e sanitario, al problema del rientro dei rifugiati e del diritto di proprietà sulla terra, le torture, gli arresti arbitrari, le continue violazioni dei diritti umani ma, soprattutto, l’annullamento della capacità e della possibilità di sognare, la mancanza di prospettive future, annientate dal ‘in un paese come il Burundi non è possibile’. Sfiducia, la stessa che spesso riesce a coprire anche la mia forza e le mie motivazioni, quando le domande costanti diventano ‘Perché restare? Cosa posso fare io?’ A volte dimentico il motivo per cui sono ritornata in Burundi, a volte dimentico le motivazioni che mi legano a questa terra.

Il 21 agosto 1995, attorno al tema ‘Perché restare?’ si sono riuniti a Bujumbura alcuni confratelli saveriani. Era all’indomani dell’orribile massacro, in un paese che sembrava non avere speranza, dove la vita umana aveva perso ogni valore tanto la morte era all’ordine del giorno, uccidere era diventato normale. Ma a padre Ottolino, un missionario italiano, quel titolo non piacque dall’inizio: E’ sbagliato mettere il punto interrogativo. Non dobbiamo mettere in discussione se restare, ma solo il modo in cui restare.

E padre Ottolino, con un altro missionario saveriano Aldo Marchiol e la volontaria dell’ong LVIA Catina Gubert, il modo l’aveva trovato, quello di continuare a battersi pacificamente per la giustizia e la pace, quello di difendere la verità a qualsiasi costo anche della vita. Nel comune di Buyengero, nella provincia meridionale di Bururi, baluardo storico del potere tutsi, Ottolino invitava la gente alla disobbedienza civile, alla presa di coscienza, a non obbedire supinamente. In un momento in cui tutti coloro che ‘venivano chiamati’ dal governo non tornavano più, lui incitava a non obbedire, a seguire la propria coscienza, ad allearsi per il cambiamento. E il suo modo sembrava funzionare, la gente lo ascoltava, la messa domenicale era diventata l’occasione per denunce aperte, incitamenti a non aver paura, ad unirsi.

Una sera dei militari tutsi uccisero un guardiano di mucche credendolo un hutu, questi, invece, era un tutsi. Accortisi ‘dell’errore’, rimediarono attribuendo la colpa a 12 hutu che furono ammazzati. Qualcuno però aveva visto tutto e raccontò l’accaduto a padre Ottolino, che sporse denuncia alle autorità, riuscendo ad arrivare in tribunale. I colpevoli dovevano essere puniti, e la gente non doveva più avere paura. Il suo coraggio, il suo esempio, la sua sete di giustizia e di verità, gli furono fatali. Ad un anno dall’episodio, qualcuno entrò in casa sua, fece inginocchiare i tre coraggiosi italiani col volto rivolto verso il campo di fiori dipinto su una parete, e mise fine alla loro presenza inopportuna con un colpo alla nuca.

Oggi padre Ottolino, padre Marchiol, e Catina Gubert, riposano davanti alla chiesa che loro stessi avevano costruito come tempio di denuncia e di verità, una chiesa che continua ad ergersi maestosa tra piccole case sparse dove la gente ha ancora paura di parlare, dove non è più stato inviato un altro missionario bianco, dove quella parete di fiori è ancora sporca di sangue. Padre Ottolino non è riuscito a realizzare il suo sogno di pace e giustizia, e la sua follia sta proprio nell’aver sempre saputo che non ci sarebbe riuscito, e nel non aver mai abbandonato. Un esempio, questo è quello che è stato, questo è quello che lascia. Qualcuno potrebbe dire che si è trattato di un sacrifico inutile? Qualcuno potrebbe dire che la battaglia è stata persa? No, non è così. Lui ha fatto la sua parte. ‘Non è una persona sola che può sconfiggere il male o cambiare le cose, bensì un concorso di forze, di volontà, di speranze’ mi ha detto una volta un amico. E allora perché restare? Per fare in modo che padre Ottolino non venga dimenticato, per sostenere tutti i missionari di pace affinché non si sentano mai soli, per continuare opere già iniziate, per cominciarne di nuove, per testimoniare, per donare un sorriso, una speranza, un esempio, ‘ognuno nel suo piccolo, ognuno per quello che può, ognuno per quello che sa’, diceva Paolo Borsellino, e nessuno si sognerebbe di dire che il suo sacrificio è stato inutile, giusto?

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burundi, tra illusioni e realtà, ponti di follia

martedì, 26 settembre 2006
Incontro!

25.09.06

 

“Ho visto arrivare il furgoncino di Claudio con due muzungu, mi trovavo per caso al Centro Giovani Kamenge per salutare un mio amico e ti ho visto, eri seduta sulla sinistra, non potevo credere che fossi tornata davvero, tutte le persone che partono per un posto lontano e promettono di ritornare un giorno non ritornano più e se ritornano non accade di certo così presto. Questo è un dono di Dio”

 

Con queste parole mi ha accolto Nicolas, un ragazzo ruandese rifugiatosi in Burundi dopo il genocidio del ’94. Era seduto sul muretto davanti l’ufficio di Claudio, l’ho riconosciuto subito, avevo pensato molto a lui durante quest’anno, era l’unico di cui non avevo più avuto notizie. Riservato, scrupoloso, responsabile, mi aveva colpito per la sua saggezza nonostante la giovane età. Gli sono corsa incontro chiamandolo per nome, prima ancora che lo facesse lui. Ti ricordi di me e ricordi il mio nome – mi ha detto sorpreso, gli ho risposto in francese e lui, ancora più stupito  Avevi detto che quando saresti tornata avresti imparato il francese ma non lo credevo veramente – poi quasi mortificato ha aggiunto – allora ti prometto che quest’anno imparerò l’italiano. In quel momento ho sentito che qualcosa era cambiato, non ero più un muzungu come gli altri davanti ai suoi occhi, ma un muzungu che ha mantenuto due promesse nel giro di un anno, e poi ricordavo il suo nome. Abbiamo chiacchierato un paio d’ore, abbiamo parlato di Gandhi e  Martin Luther King, mi ha raccontato un po’ della sua storia, dei massacri a Kigali, della ferita al torace quando aveva solo nove anni. Le sue parole scorrono senza esitazione, i suoi ricordi sono chiari e precisi. Sai perché ti racconto tutto questo? – mi dice - Perché tra noi non parliamo molto della guerra, non ci piace, ma tu dovrai raccontare la mia storia in Italia, dovrai testimoniare con le mie parole ciò che voi avete solo letto o ascoltato ma mai vissuto sulla vostra pelle o su quella dei vostri cari.

 

Così è cominciato il mio nuovo soggiorno al Centro Giovani Kamenge di Don Claudico Marano nei quartieri nord di Bujumbura, la capitale del Burundi.

E’ stato come un sogno ritornare in questo paese, rivedere occhi che non avevo mai dimenticato, ascoltare parole di fiducia e vivere gesti d’amicizia come ancora non era accaduto. Questa volta mi fermerò un anno, e mi chiedo se sarà sufficiente per raccontare e vivere e lavorare con e per questo paese. Forse no, forse non sarà mai abbastanza il tempo per me in Africa, l’unico luogo dove non mi stancherei mai di vivere, dove non mi lamenterei mai della mia vita, l’unico che mi fa arrabbiare da morire ed esplodere di felicità allo stesso tempo. E’ l’Africa, bella e devastata, come dico spesso, è il mio sogno sempre vivo per tutto ciò che vorrei ancora realizzare, utopie, bellissime utopie di pace e unione, di conoscenza e condivisione. E’ l’Africa dove ho capito “che o i sogni sono accompagnati da una grande audacia o smettono di essere sogni. Se non siamo audaci, il che non è sinonimo di irresponsabili, se non siamo terribilmente audaci con i nostri sogni e non crediamo in loro fino a renderli realtà, allora i nostri sogni appassiscono, muoiono, e noi con loro”(L.Sepulveda; Il potere dei sogni)

Qui a Bujumbura ho incontrato Occhi e Sogni questa volta, gli occhi e i sogni di Jeff, Doudouce, Christian, Epi, Nicolas, e di tutti gli altri ragazzi del Centro, gli occhi forti e dolci di Claudio Marano e il sogno del suo Centre Jeunes Kamenge divenuto realtà!

Un Grazie che non trova altre parole per esprimersi a tutti loro!!

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incontri, emozioni, burundi, tra illusioni e realtà, ponti di follia

lunedì, 10 luglio 2006
Occhi e Spari

Le mie assenze ultimamente sono state molto lunghe, non è sempre facile parlare di guerra&pace, di Africa e contraddizioni, nè tantomeno scrivere su Occhi e Spari. Pensavo di dover evitare il rischio di far diventare i post troppo personali, volevo riuscire a tenermi fuori; non ce l'ho mai fatta e, forse, è bene così. L’ origine del "problema africano" non è tanto in Africa, quanto nel nostro mondo perbenista occidentale, nella nostra società opulenta e sempre più triste e malata, nell'indifferenza, nella superficialità, che si avverte con forza se solo proviamo a condurre una vita diversa, a guardare in modo diverso, a porre attenzione in ogni parola ed ogni gesto. Tra un po' ripartirò per il Burundi, Occhi e Spari tornerà nel luogo che ha stimolato la sua nascita, con l'esigenza sicuramente più accesa di dover raccontare. Ripartirò per il Burundi con la consapevolezza che si è sviluppata in quest'ultimo periodo, quella che mi spinge a lottare ogni giorno nel mio ambiente, quello familiare, quello degli affetti e delle amicizie, quello della realtà che mi circonda, spinta dalla necessità di dover fare qualcosa per la mia società, quella in cui vivo, quella da cui ieri sera, nel corso della partita contro la Francia, sentivo dire "Negro di merda!; Devi morire brutto nero!" e cose simili, sicuramente stimolate solo  da un tifo troppo acceso, ma ugualmente pesanti, che si riflettono poi nella vita di ogni giorno. Ieri sera ero tra amici, ma non davvero con loro, guardavo quella festa fantastica ed eccessiva, e pensavo alle risorse utilizzate per organizzare carri e canzoni, vestiti tricolore e striscioni, e poi pensavo all'estrema fatica che sembra bloccare ogni gesto di solidarietà, quello a cui è difficile dedicare anche un'ora per mancanza di tempo, abbiamo sempre così tanto da fare per pensare agli altri, e sempre così tanti problemi per accollarci quelli degli altri. Ecco allora che il semplice pensare a ciò che succede nel mondo, a stragi e guerre, a storie tristi che si ripetono, significa per alcuni essere pesanti, significa non godersi la vita, ed è difficile lottare da soli, si ha paura di parlare per il timore che nessuno ascolti, e si tende a tenersi tutto dentro, per paura di essere considerati dei folli.

Ma tutti i Grandi sono stati dei folli, nel bene e nel male. La vita di Gandhi, secondo Thomas Merton, perderebbe di significato se non si tenesse conto del fatto che venne vissuta a dispetto della falsità e dell’odio, davanti all’ostinata e palese negazione della sua forza. Uno dei principi cruciali che possiamo riscontrare nel pensiero di Gandhi è che, a differenza di quanto si è creduto in Occidente nei secoli recenti, la vita spirituale o interiore non è una faccenda esclusivamente privata. Essa è semplicemente il manifestarsi nel singolo della vita di tutti; è nella vita umana che l’uomo condivide parole e atti, contribuendo così con la propria quota di azione e di pensiero al tessuto delle faccende umane. Se la conoscenza profonda del nostro pensiero implica una comprensione ed una comunione più efficace dello spirito del nostro popolo, è altrettanto vero che chi si impegna in lotte cruciali per il suo popolo riesce a liberare la verità dentro di sé. “Un uomo finisce col diventare ciò che pensa di essere”, disse Gandhi. Bisogna pensare, allora, di essere dei Grandi uomini, con la presunzione e l’umiltà dei Grandi uomini nell’attribuirsi il potere di cambiare l’ordine attuale delle cose e, al tempo stesso, imparare da esse. Bisogna essere dei rivoluzionari nella non-violenza (non soltanto fisica), degli attivisti nella pace, bisogna impegnarsi nel cambiamento.

Non sarà facile ripartire per il Burundi, ma ancora più difficile sarà tornare, ed estremamente coraggioso è restare. Bisogna cominciare dai gesti più semplici, ma bisogna cominciare, forse è tutto lì. Bisogna cominciare a pensare alla possibilità di cambiare la società, alla possibilità di rivoluzionare le menti, e bisogna cominciare dall’ambiente che ci circonda, dalle persone a noi più vicine. E' necessario agire sulla nostra società per risolvere i problemi africani, molte guerre partono da qui, dalla nostra avidità, dal nostro egoismo, dalla nostra sete di potere. E allora i miei post continueranno ad essere personali, anzi, lo saranno ancora di più, continueranno a parlare di Africa e di me e, attraverso me e quello che vivo ogni giorno, della società che mi circonda. Questo blog non sparirà, non lo lascerò morire, per l’utilità che potrebbe avere, soprattutto per me, nel comprendere il mondo in cui vivo. Occhi e Spari è stato in vacanza per un po’, ora lentamente ripartirà, e con ancora più vigore riprenderà a settembre, a raccontare di fatti e quotidianità africane, ma non solo.

 

Postato da: LAfricanA a 17:06 | link | commenti (7)
tra illusioni e realtà, ponti di follia

venerdì, 09 giugno 2006
AIUTO!!!

Confidando nel buon cuore e nella fiducia dei lettori di questo blog, pubblico un appello, una richiesta di aiuto. Il Burundi sta uscendo dalla guerra ma sta entrando in una forte crisi economica, il paese ha bisogno di cospicui finanziamenti per riprendere la sua salita. Il Cejeka di Claudio Marano rappresenta un altro ponte di follia, rappresenta la speranza di 25.000 ragazzi dai 14 ai 30 anni; i ragazzi frequentano il Centro, studiano, svolgono attività ricreative. L'obiettivo è quello di promuovere il dialogo e la convivenza pacifica tra i gruppi etnici che fino a qualche anno fa erano in lotta tra loro, creare una mentalità di pace che stimoli a guardare la diversità come una ricchezza anzichè come fonte di odio.

Claudio ha bisogno di aiuto, quei ragazzi hanno bisogno di aiuto. So quanto vale questo appello, so quanto vale il Centro di Claudio, l'ho visitato di persona, la sua bellezza e la sua utilità sono sconvolgenti. Il Centro è diventato un'istituzione per gli abitanti della capitale, ma non solo. Il Centro è un sogno di pace che si realizza. Aiutamolo a non mollare!! Potete inviare donazioni, chiedere ad amici e parenti, far semplicemente circolare questa notizia.

So che il vostro cuore è grande, a quei 25.000 ragazzi, però, basta un piccolo gesto!!

Carissimi amici, se volete che possiamo continuare a lavorare, è giunto il momento di dimostrarci la vostra solidarietà. Abbiamo estremamente bisogno di aiuto. Ci direte: ma perché?

- perché i finanziamenti previsti non sono arrivati;

- perché abbiamo dovuto accettare dei progetti capestro, finiti con dei passivi abbastanza consistenti, perché erano stati giudicati un vero aiuto per la popolazione;

- perché ci hanno chiesto una parte del finanziamento per il progetto dei volontari che lavorano al Centro;

- perché i prezzi stanno continuando a crescere, e non era previsto;

- perché il Centro, ormai a 15 anni di vita, ha degli acciacchi ovunque, nella struttura, negli strumenti e nei mezzi in generale;

- perché abbiamo ricevuto meno offerte del previsto;

Non ci vergogniamo ad allungare la mano, perché sappiamo che quello che stiamo facendo è molto bello e porta molti frutti, perché non stiamo perdendo il nostro tempo, anzi, spesso ci troviamo veramente senza forze, stanchi e con il desiderio crescente di avere qualcuno che ci dia una mano.

Grazie di cuore per la vostra comprensione!

Per gli aiuti:

Attraverso i Missionari Saveriani : Procura Missionari Saveriani Via S. Martino 8 43100 Parma (causale: per il Centre Jeunes Kamenge); oppure attraverso la nostra Banca in Burundi: (le spese sono minime) INTERBANK BURUNDI 15 AV. DE L'INDUSTRIE BUJUMBURA N° COMPTE 701/02984/01/52 CENTRE JEUNES KAMENGE; oppure li inviate a mio fratello : Marano Mauro Melarolo, via Zorutti 3 33050 Trivignano Udinese

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burundi, ponti di follia

lunedì, 20 febbraio 2006
Ponti di follia

Staziono qui, ma sono altrove.

Questa è la mia terra, Napoli la mia città.

Ma come uomo faccio parte del mondo.

Racconto di Africa, di guerra e pace. Non so fare altro.

Qui spazio privato su luogo pubblico.

Grazie a NyFrigg, Sistdiast, burundi/ggugg, e Shlomo!

Postato da: LAfricanA a 11:24 | link | commenti
tra illusioni e realtà, ponti di follia