Il prezzo dell'Africa, di occhi e dolore. Spari al termine del giorno, chi vende e chi si vende: armi e vite. Ciò che si vede e quel che resta è opaco. Una mano tesa, il mento rivolto verso l'alto: Dignità . Occhi contro occhi, flebili fiammelle, è BUIO! E poi il DOMANI! Storie Africane

Nome: LAFRICANA
"Abbiamo in prestito questo mondo per i nostri figli, non è che lo abbiamo ereditato dai nostri padri, allora ai nostri figli dobbiamo dire: Ti abbiamo voluto bene, ti abbiamo amato" (R.BENIGNI)
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Celui qui accepte le mal est tout autant responsable que celui qui le commet.
Celui qui voit le mal et ne proteste pas, celui-là aide à faire le mal.
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Riporto il testo integrale di una notizia uscita oggi su misna, ....non so voi, ma io ho goduto!!
“Riflettete con me; quale è il ricavato di un investimento quando forma giovani combattenti per la vita anziché per la morte?”, lo ha detto Ellen Johnson Sirleaf, presidente della Liberia e prima donna eletta alla testa di un paese africano, parlando ai deputati e senatori del Congresso americano a Washington, un onore che era stato concesso per l’ultima volta a un esponente africano, il sudafricano Nelson Mandela, nel 1994. L’indiretto riferimento alla guerra, senza nominare esplicitamente né Iraq né Liberia, ha provocato qualche esitazione negli applausi con cui il discorso della Sirleaf era stato accolto. Le manifestazioni di consenso sono comunque continuate quando l’ospite, laureata in economia nell’università statunitense di Harvard, ha detto: “Quali saranno i dividendi quando la nostra dipendenza finirà e diverremo soci affidabili, piuttosto che mendicanti?...Noi chiediamo di continuare a lavorare con voi, ma non pretendiamo favoritismi, non vogliamo restare dipendenti: i benefici della vostra assistenza devono essere reciproci”. Johnson Sirleaf, che si tratterà negli Usa per una settimana per illustrare quali aiuti la comunità internazionale può apportare, dopo 14 anni di conflitto civile, alla Liberia - fondata nel 1822 dagli schiavi liberati d’America e indipendente dal 1847 - ha elencato alcune delle priorità del suo governo: “Curare le ferite della guerra”, intraprendere un programma urgente di lavori pubblici, incluso il ristabilimento della rete elettrica “per mettere subito il paese al lavoro”, oltre a smobilitare gli ex-combattenti e ristrutturare le forze di polizia. “Nelle prime settimane della mia amministrazione, lottando contro la corruzione abbiamo aumentato del 21% le entrate del governo, rispetto allo stesso periodo del 2005” ha sottolineato ancora la presidente liberiana fissando l’obbiettivo di una crescita economica nazionale del 20%. Il mese scorso gli Usa hanno ristabilito il regime preferenziale concesso alla Liberia per consentire al paese di esportare senza tasse doganali le sue merci verso il mercato americano.
A quanto pare è una che mantiene le promesse, e non solo. Coraggiosa, Femmina e coraggiosa!!
Se volete approfondimenti su questa fantastica donna e sul suo paese cliccate tra i tag a sx "liberia".
Stasera mi sento un po' femminista!! Voglio le donne in politica, ma senza quote rosa, please!!
Buona serata a tutiiiiiiiiiiiiiiiii
Chi è che non ricorda La capanna dello zio Tom, il celebre romanzo di H. Stowe pubblicato nel 1852? Lo zio Tom, modello di bontà e carità, è uno schiavo domestico venduto malvolentieri dai primi proprietari che, dopo toccanti esempi di generosità e di eroismo, viene picchiato a morte da un sorvegliante tirannico. Il romanzo contribuì alla popolarità del movimento per l'abolizione della schiavitù, che impiegò oltre un secolo per consumarsi nella sua completa realizzazione e solo quando, nel 1962, l’accordo sulla schiavitù proposto dalla Lega delle Nazioni, fu ratificato dall’ultimo paese che mancava all’appello: l’Arabia Saudita.
Se la storia dello zio Tom non è quella che potrebbe definirsi una storia a lieto fine, sembrerebbe esserlo, invece, quella dei 20.000 schiavi afro-americani rimpatriati nel 1822 nel sud della colonia britannica della Sierra Leone che, sei anni più tardi, fu battezzato col nome di Liberia e che, nel 1947, si rese indipendente dagli Stati Uniti diventando la più antica Repubblica d’Africa. “L’amore per la libertà ci portò fin qui” è scritto sullo stemma liberiano. Peccato, però, che di libertà per i “negri delle foreste”, come venivano chiamati i nativi frastagliati in tante etnie, la libertà fu molto poca. I nuovi arrivati e i loro discendenti costituirono la classe dominante, legata a capitali transnazionali che sfruttavano le risorse del paese( caucciù, legname, petrolio, ferro, e diamanti). Questa minoranza afroamericana, che costituiva appena il 2.5% della popolazione liberiana, non si integrò mai con la popolazione indigena che li considerava abitualmente bianchi, ed il dissidio culturale creatosi continuò a riflettersi su tutta la storia politica dei territori occupati.
Dopo 134 anni di potere bianco incondizionato, le tensioni economiche e sociali sfociarono nel colpo di stato del 1980: il presidente Tolbert fu trucidato dal sergente Doe, di etnia Kran, che si proclamò generale e presidente. Da quel momento il paese è stato sconvolto da successivi colpi di stato, terrore e massacri, nel 1990 erano ben 13 i signori della guerra, e quindi i gruppi ribelli, che cercavano di spartirsi la torta, tra alleanze all’occorrenza ed alternanze al potere:
1989 - 1995 Taylor (ex funzionario del nuovo governo) contro Doe, oltre 200mila morti e 1 milione di profughi.
1999 - … Taylor ( che nel frattempo ha conquistato il potere) contro forze ribelli di Ulimo, Lurd e Model, decine di migliaia i morti, un vero e proprio disastro umanitario.
Solo nell’agosto 2003 si giunge ad un cessate il fuoco, e nel settembre del 2003 il Consiglio di Sicurezza dell’Onu avvia una missione di peace-keeping costituita da circa 15mila uomini con il compito di vigilare sulla debole tregua, agevolare il processo di pacificazione ed avviare un programma di disarmo dei guerriglieri.
Ciononostante, la situazione resta precaria: le tre fazioni (forze governative, LURD e MODEL) sono tuttora in tensione tra loro e gli ex-combattenti manifestano la propria insoddisfazione con atti criminali e violenti, anche a danno della popolazione civile. Il programma di disarmo è condotto con molte difficoltà; la quantità delle armi consegnate è assai inferiore a quelle in possesso degli ex-combattenti: finora sono stati smobilitati 20mila miliziani e recuperate 11mila armi, ma ce ne sarebbero ancora da 40 a 60mila da disarmare. Maggiori ostacoli si incontrano soprattutto nelle regioni settentrionali e sud-orientali del paese, impossibili da raggiungere per lo stato delle vie di comunicazione. L'UNMIL ritiene che nelle suddette regioni, roccaforti dei due gruppi ribelli, vi siano ancora migliaia di guerriglieri non smobilitati.
Ma non è solo il problema delle armi nascoste a preoccupare: la questione più grave è sicuramente il reinserimento nella società di 95.000 guerriglieri, che fino adesso come riconoscimento per aver aderito al programma di disarmo hanno ricevuto solamente 300 dollari (anche se molti degli smobilitati si lamentano di non aver ricevuto neanche quelli). Mancano in sostanza programmi adeguati per il reinserimento di queste persone, tramite formazione scolastica o corsi di avviamento professionale. All’inizio del mese di gennaio 2005, circa 500 ex-combattenti sono stati espulsi dalle scuole secondarie della capitale perché la Commissione Nazionale per il Disarmo non ha pagato i compensi.
I programmi di reinserimento annunciati dall'UNMIL all’avvio del programma sono infatti fermi, a causa della mancanza di fondi. Con queste prospettive, c'è il fondato rischio che molti guerriglieri preferiscano imbracciare nuovamente le armi per guadagnarsi quel credito e quelle risorse per vivere che non possono ottenere onestamente.
Un altro grave scenario è costituito dai bambini soldato, si stima attualmente che i bambini coinvolti in conflitti armati in Liberia siano circa 21.000. Molti sono stati uccisi, resi orfani, mutilati, rapiti, privati di istruzione e cure mediche ed infine reclutati ed usati come soldati. Le ragazze sono state violentate e costrette a prestazioni sessuali. Molti sono stati imbottiti di droghe e alcool e, senza alcun addestramento, sono stati inviati al fronte dove sono stati uccisi o feriti. L'arruolamento e l'uso dei bambini soldato viola i diritti dei bambini ed è considerato un crimine di guerra. Tuttavia la comunità internazionale e il Governo Nazionale Transitorio della Liberia (NTGL) hanno mostrato una debole volontà politica nel sottoporre a giudizio i responsabili di tali crimini e di altre serie violazioni del diritto internazionale commessi durante il conflitto e nell'impegnarsi ad intraprendere programmi di riabilitazione per gli ex combattenti.
Nel 2005 ci sono state le prime elezioni democratiche sotto l’egida delle Nazioni Unite, che hanno portato al potere, per la prima volta nella storia africana, una donna. La speranza è che il suo coraggio e la sua coerenza portino nuove prospettive ad un paese dove la libertà è rimasta solo un’illusione scritta sullo stemma liberiano.
Nel suo paese lo chiamano The King, il re, o Ambassador, l’ambasciatore, ma anche Oppong Maneh, combattente del cielo, come lo ricordano i Kru, quelli della sua tribù. La sua vita è come una bella favola a lieto fine, comincia in una bidonville di Monrovia, capitale della Liberia e giunge tra bei sogni e dure realtà al Milan, dove George Weah vince nel 1995 il Pallone d’Oro e il premio della Fifa come calciatore dell’anno. Era un bambino povero, in paese devastato dalla guerra civile, il padre e la madre lo abbandonano con 13 fratelli quando era ancora molto piccolo. A crescerli ci pensa nonna Emma: “Dormivamo per terra intorno al suo letto, come cani - -ricorda Weah – l’altra stanza la nonna la affittava per non farci morire di fame”. Ricorda il sapore amaro del riso, per molto tempo non ha conosciuto che quello; ricorda la vita di strada, dove si arrangiava a riciclare carta e pezzi di ferro, ma ricorda anche l’immensa gioia di quando giocava con qualunque oggetto apparisse tondo: meloni, palle di stracci, sassi. Era un funambolo, un miracolo. I ragazzini gli regalavano i loro spiccioli per vederlo giocare, e un americano, stregato dalla sua bravura, gli regalò un pallone. Un regalo che lo portò dritto dritto alla squadra di calcio di Monrovia, poi a Dakar, a Johannesburg, infine al Milan, che lo ha elevato tra i calciatori più famosi del mondo. Oggi Weah è tornato in Liberia, per prendere a calci la violenza e la miseria del suo paese. Lotta per la rinascita della pace, per i bambini soldato, in un’intervista di Stella Pende dice: “Ho respirato l’orrore e la fame, so cosa vuol dire il dolore dell’abbandono, sento ancora l’eco della paura, per questo voglio togliere il fucile dalle loro mani e lo strazio dal loro cuore”.
Weah si è candidato alla presidenza del suo paese, convinto che sarebbe stato il 23esimo Presidente della Liberia. Non ce l’ha fatta, è stato battuto con un divario di quasi il 20% da Ellen Johnson Sirleaf, una gentile e coraggiosa 63enne, la prima Presidentessa africana!
In pochi avrebbero scommesso su di lei, si trovava ad affrontare l’icona George Weah, il calciatore simbolo di una nazione e vero e proprio mito per le giovani generazioni. Eppure, contro ogni previsione “Iron Lady”, lady di ferro, ce l’ha fatta, ottenendo quasi il 60% delle preferenze e diventando ufficialmente la prima Presidentessa africana. “ Una vittoria per il popolo liberiano, e una vittoria di tutte le donne”, ha affermato soddisfatta Ellen Johnson Sirleaf.
Ellen ha 63 anni, divorziata e madre di quattro figli, ha studiato ad Harvard e cominciato la sua carriera politica negli anni ’70 come Ministro delle Finanze del presidente Tobert. Quando, nel 1980, prende il potere il sergente Samuel Doe con un colpo di stato, Ellen è l’unica che ha il coraggio di contestare il regime beccandosi una condanna a dieci anni di carcere, di cui solo uno effettivamente scontato. Viene esiliata, ma dopo due anni torna in patria per intraprendere una brillante carriera di consulente finanziaria che la porterà a lavorare per il Programma di sviluppo dell’Onu, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale.
Nel frattempo in Liberia le cose precipitano: il signore della guerra Charles Taylor rovescia Samuel Doe nel 1990 dando il via a quattordici anni di ininterrotta guerra civile. Ancora una volta Ellen, dopo aver inizialmente appoggiato la ribellione (forse il suo maggior errore politico) prende le distanze dalla nuova dittatura e, accusata di tradimento dal nuovo presidente è costretta al secondo esilio, dal quale fa ritorno solo nel 2003 dopo la cacciata di Taylor e la nascita di un governo di transizione.
E’ stata la sua coerenza, il suo coraggio, il suo rifiuto di piegarsi ad ogni forma di sopruso che le hanno valso il soprannome di “Iron Lady”, con cui ha condotto la campagna elettorale e ha messo a tacere chi la accusava di essere stata complice del passato regime. Ma ha messo a tacere anche coloro che la accusavano di brogli elettorali, compreso lo stesso Weah, dichiarando di voler diventare “la mamma di tutti i Liberiani” e invitando il grande sconfitto Weah a entrare nel prossimo governo di unità nazionale.
Coerente con le sue idee, la Sirleaf comincerà dalla lotta alla corruzione, una vera piaga per la Liberia, che ha costretto l’Onu a imporre un embargo sul commercio di legno pregiato e diamanti, le due risorse che potrebbero fare la fortuna del paese ma che finora hanno alimentato quella che si definisce “un’economia di guerra”. Si troverà di fronte il non facile compito di trasformare radicalmente un paese reduce da quattordici anni di guerra civile, in cui non esistono infrastrutture, dove mancano gas ed elettricità, la maggior parte della popolazione vive con meno di trenta dollari al mese. Sfide difficili, per le quali Ellen potrebbe rivelarsi la personalità più adatta, con buona pace di calciatori, ministri corrotti e signori della guerra.