Le previsioni si sono realizzate molto prima del previsto....
Il deserto delle vivaci strade burundesi al calare del sole e il vuoto dei locali e dei ristoranti normalmente frequentati senza orario e senza timore lo annunciavano, così come lo annunciavano gli spari notturni, gli arresti arbitrari, le minacce contro i partiti all'opposizione, gli assassinii di gente innocente nei quartieri nord, gli innumerevoli e faliti tentativi di negoziazione con le FNL, l'ultimo gruppo ribelle nel paese.
Da giovedi sera la capitale affonda sotto le bombe, lanciate in vari quartieri della capitale, e trema sotto il fuoco incrociato tra l'esercito e i ribelli. La popolazione trascorre di nuovo ore interminabili, chiedendosi dove cadrà la prossima bomba, chi colpirà il prossimo proiettile.
Tutto ciò non ha senso, qusta guerra interminabile non ha più senso, queste morti non hanno mai avuto senso, e questo dolore pungente che immagino negli occhi di amici e madri e bambini che ho lasciato appena due settimane fa non ha senso.
Il governo accusa le Fnl, le Fnl rifutano le accuse. Tutti i giornali e le radio parlano di attacchi delle Fnl, di violazioni del cessate-il-fuoco, le Nazioni Unite invitano le Fnl a cessare le ostilità e continuano a restare accanto, inerti e deboli, ad un governo di ladri e assassini.
Eppure tutti conoscono la verità, non sono semplici attacchi delle Fnl, si tratta bensi di una strategia elaborata da tempo dal partito al governo. Questa strategia consiste nel provocare il panico nel paese, nel nutrire l'instabilità e l' insicurezza, al fine di ritardare il processo elettorale, mettere a tacere ogni opposizione, mantenere il potere il più a lungo possibile. Questa strategia è in costruzione da mesi, da quando il Cndd-Fdd, ex-gruppo ribelle e attuale partito al governo, ha ingaggiato un gruppo di ex-ribelli demobilizzati e rimasti fedeli al partito per uccidere chiunque si opponga alla sua politica violenta e oppressiva; da quando aerei provenienti dal Sudan carichi di armi atterrano a Bujumbura nel cuore della notte. I burundesi e i funzionari delle Nazioni Unite hanno occhi per vedere e orecchie per sentire, eppure nessuno ha avuto una bocca e i coglioni per parlare.
I poveracci che ci rimetteranno le penne, invece, non hanno più lacrime per piangere.
Guai, guai a chi dirà: "Non ne sapevamo niente"
Povera, povera e triste la coscienza di colui che non ha fatto nulla, guadagnando soldi sulla vita di esseri umani. Enormi dovrebbero essere i sensi di colpa di chi poteva e non ha voluto.
Tanti allarmi sono stati lanciati, poche voci hanno cercato di avvertire, di chiedere aiuto. Niente! Vuoto!
Ora c'è solo il suono dei proiettili e l'eco delle bombe a riempire questo nulla di lacrime e dolore, e quelle bocche di inutili appelli alla calma e alla pace.
Un governo legittimmamente eletto di assassini, rende oggi assassini tutti coloro che tacitamente lo sostengono. Intrattenere relazioni internazionali con un governo legittimamente eletto di assassini priva le istituzioni e la comunità internazionali del valore di tutti gli sforzi fatti sul cammino della pace.
Sono triste, inkazzata, disgustata, preoccupata, impotente, incapace di immaginare un futuro diverso peri miei figli.
L'assurdità dell'avidità umana e della mancanza di umanità mi avvilisce.
Grido qui, su questo blog, forte e inutilmente come sempre. Le mie grida non fermeranno le armi di guerra, e non copriranno le urla di madri, figli, padri, amici, speranze che non vedranno più futuri.
Mi aiuteranno solo a sentirmi meno inutile!!
Valeria Alfieri
Un sospiro nella notte, l’ultimo suono soffocato da lanci di granate, una mamma e il suo bambino riposavano in un’alba che non vide luogo, l’ennesime vittime di un male senza senso, senza che denunce siano ascoltate. La pace non ritorna e la musica è di un giorno interminabile di lutto e grida. Cosa ne sarà degli amici e delle speranze, del sogno di una vita insieme che corre tra campi di spighe. Solo il soffio del vento a portare via quest’angoscia, solo l’assurda abitudine della morte a riscaldare il cuore impotente. Anni di dolore e poi la speranza spenta al nascere, il cambiamento assassinato dalla cieca avidità, dalla cieca stupidità del potere. Cosa ne sarà dei bambini e del futuro!! ‘Mamma, che succede’- e la mamma non trovò le parole. Neanche - ‘Fuochi d’artificio, figlio mio’ – riuscì a dire. Ecco la dea bendata in una strada senza uscita… quale il futuro?
La filosofia dell’istante che domina ogni anima di un paese senza pace, di un paese di foreste disboscate ed armi dal Sudan, di petrolio della Nigeria e giri di affari milionari, della comunità internazionale sorda alle richieste di aiuto e protezione. Rav 4, grandi auto e occhi di fame, Presidenti populisti e assassini che piantano alberi e ammazzano gente, e l’impotenza e il singhiozzo di un grido di denuncia che non trova fiato. Il Burundi sta soffocando, tra la disillusione, la delusione, la stanchezza, la responsabilità di chi imbraccia armi e l’unico peccato di chi subisce senza scelta. Vorrei chiamare Dio, chiedergli di aprire gli occhi, di tornare a casa, sedersi su di una poltrona, accendere la televisione… e cullare quella mamma e il suo bambino!!
Questa è la storia di Ab e Av, di un incontro avvenuto non per caso, di un’amicizia che è cresciuta poco per volta, fino a diventare più grande di ogni altro sentimento, fino ad andare oltre l’amore che potrebbe nascere tra un uomo ed una donna. Questa è una storia di fiducia indefinibile, di speranza, di pace e guerra, di promesse e di non ti dimenticherò, di lacrime e mani che le asciugano:
“Murakoze Av, murakoze”. Grazie Av, grazie, continuava a ripetere Ab, dopo una notte insonne tra lacrime che non volevano fermarsi, tristi ricordi e nuove e difficili speranze. Ab aveva raccontato ad Av tutta la sua triste storia, perché Av aveva “due orecchie per ascoltare, un cuore per comprendere, coraggio per parlare e rispetto per restare in silenzio”. Insieme hanno ballato e riso, si sono arrabbiati e hanno litigato, si sono confidati e tenuti per mano.
Ab viveva in un paese bellissimo, un paese a forma di cuore, ricoperto da alberi di banane, ananas e eucalipto, decorato da mille e mille colline su cui si abbandonava e scorazzava su e giù felice come su di un’altalena, un paese argentato come l’immenso lago che lo bagnava. Suo padre era un musicista, un uomo severo ma altruista, e sua madre si occupava di lui come si fa coi re. Ab era cresciuto circondato da voci allegre e spensierate, riscaldate dal tepore di belle giornate di scuola e musica, amici e amori, non sapeva cosa fosse la guerra, non aveva mai sentito questa bizzarra parola, non sapeva cosa fossero gli hutu e i tutsi, non aveva mai sentito parlare di etnie e identità. Suo padre, per quanto severo e duro, lo aveva sempre protetto dalle distorsioni del mondo, dalle brutture di cui l’uomo a volte può essere capace.
Ab andava a scuola e non aveva mai conosciuto la sofferenza prima di allora, prima di quella sera in cui un uomo gli donò un fucile urlando “È la guerra”, prima di quella sera in cui tanti amici e vicini non fecero ritorno a casa, prima di quella sera in cui udì il primo colpo di arma da fuoco della sua vita. Allora Ab capì che qualcosa sarebbe cambiato per sempre, che il suo paese e quel lago si sarebbero colorati di un colore diverso dall’argento, mentre i suoi sogni, quelli di un qualsiasi ragazzo di 14 anni, volavano via sempre più lontano, sempre più soffocati dalle urla, dal fumo, dagli spari, dalla pioggia che cadeva nella foresta sulla testa di giovani soldati, dalla nostalgia della sua famiglia, dall’imprevedibilità del domani che scompare con la forza ed il fragore di un tuono in un paese in guerra.
Ab aveva imparato a sparare, aveva ucciso molti nemici e visto uccidere molti amici, poi aveva cominciato ad uccidere quelli che prima erano amici e cominciato a parlare con quelli che prima erano nemici, fino al giorno in cui si rese conto di non capirci più niente. Cosa stava diventando? Cosa stava combattendo? Per chi? Contro chi? Stava distruggendo la sua vita, era vivo per miracolo dopo anni di morte e nascondigli nelle foreste, dopo aver patito la fame, il freddo, le malattie, la distruzione di tutte le bellezze della vita. Era stanco Ab, davvero stanco, la guerra lo aveva portato in un paese lontano dalla sua casa, la guerra lo costringeva a vivere nella paura e nell’orrore di minuti interminabili. Fin quando un giorno qualcuno gli dice che sua madre aveva attraversato frontiere per venire a riprendersi il suo piccolo re e che anche Eg, il suo migliore amico, era venuto a cercarlo e aveva lasciato una lettera per lui. Ab capisce di non essere solo, voleva piangere ma non aveva più lacrime, e allora comincia a correre, a correre per la sua pace.
“Corri Ab, corri e non fermarti! Corri Ab, corri e non voltarti!”
….e correva correva tra case distrutte, bambini che morivano di fame, donne mutilate.
“Scappa Ab, scappa dal ferro e dal fuoco! Scappa Ab, scappa e non tornare!”
….e scappava scappava da tutto ciò che non riusciva a perdonare.
“Vola Ab, vola a riabbracciare tua madre!”
….e volava volava tra i proiettili ed il temporale.
E ce l’ha fatta Ab, ce l’ha fatta, è tornato a casa e ha riabbracciato sua madre, l’ha abbracciata dopo anni, dopo che la guerra si era impossessata di ogni momento di gioia, l’ha abbracciata per l’ultima volta prima che morisse tra le sue braccia, come tanti suoi amici, come tanti suoi nemici, come tutto quell’amore che la guerra aveva chiuso a chiave.
EEamore che la guerra aveva chiuso a chiave.
tanti suoi amici, come tanti suoi nemici, come tutto quell'
Era tornato a casa Ab ma non aveva mai smesso di piangere, era tornato a casa ma non aveva mai perdonato, non aveva mai donato fiducia neanche a se stesso, non aveva mai smesso di pentirsi chiedendo continuamente scusa “scusa per come mi sono comportato e per come mi comporterò”.
Lo sapeva Ab che la guerra ancora non era finita, che quelle immagini e tutto quel dolore non erano rimasti indietro nella sua corsa verso la pace, eppure ci provava, provava a sperare e a costruire, a ballare e amare, ma nessuno conosceva la sua storia, nessuno doveva conoscerla, lui non uccideva più e non portava più armi, solo un peso enorme sul cuore.
E correndo Ab incontra Av, non hanno mai trascorso tanto tempo insieme, e Ab non amava quelli come Av. Lei veniva da un posto lontano, non era del suo paese, era spensierata e non aveva mai visto un’arma. Eppure avevano qualcosa in comune, avevano imparato a correre tutti e due.
Poco a poco i due s’incontrano, si conoscono, si scambiano sorrisi, si cercano. Av lo ascoltava e Ab la proteggeva e la confortava. Aveva qualcosa Av che Ab amava tanto, riusciva sempre a mantenere le sue promesse ed inseguire le sue speranze, aiutava tutti e prendeva a cuore le storie degli altri, li ascoltava, e Ab in quel momento aveva tanto bisogno di essere ascoltato, di sorrisi e di dolcezza.
E così Av aveva cominciato ad ascoltare la sua storia, e Ab aveva cominciato ad affrontare il suo dolore, dalle sue labbra uscivano parole dure, spesso deluse, sensazioni talvolta confuse, che Av cercava di comprendere e poi lasciava che volassero via perché la speranza e l’amore potessero prendere il posto di tutta quella sofferenza, di tutta quell’incapacità di perdonarsi per il male che aveva fatto. Ab non era più un militare, anche se continuava a sentirsi tale, e Av lo portava con sé a ballare sulla luna, a correre nei bananeti, a giocare nell’acqua argentata del lago. Ab si era di nuovo innamorato, della vita e di Av, anche Av lo amava, ma lo amava come si ama una persona con un gran cuore, una persona che le aveva regalato momenti indimenticabili, come si ama un fratello. Questo Ab non l’aveva capito, e così un giorno quell’incantesimo si ruppe, Ab comincia a bere e Av comincia ad avere paura. L’alcool faceva uscire fuori tutta la violenza che Ab cercava di dimenticare, e Av diventava il buco nella rete di tutti i gol mancati nella sua vita. Av si allontana allora spaventata e con un gran magone in gola, aveva paura, aveva paura per Ab, sentiva di aver sbagliato, e aveva paura per lei, sentiva la violenza della guerra sulla sua pelle, ma non ce la faceva a lasciarlo andare, a lasciarlo affogare nella birra e nelle lacrime, e così un giorno, in piena notte, lo chiama e tra le lacrime gli chiede di abbracciarla. Ab urlava, la accusava di averlo tradito, di aver ucciso il suo amore, condannava la sua vita e condannava lei. Av rimaneva lì e lo ascoltava, piangeva e gli teneva le mani, aveva paura del coltello nella sua tasca ma doveva resistere, e doveva amarlo e fidarsi, come aveva sempre fatto. Fu allora che Ab capì, sentì la paura di Av ma, al tempo stesso, sentiva la sua forza e la sua determinazione, il suo attaccamento alla vita, la sua fiducia, fu allora che Ab ricominciò a correre, questa volta senza di lei, la lasciò andare e gettò quel pugnale, l’abbracciò chiamandola per nome, un nome che non avrebbe mai dimenticato, un nome che avrebbe continuato a correre nei suoi pensieri e nelle sue speranze.
Ab e Av da allora non si sarebbero più lasciati, i loro cuori continuano a viaggiare insieme nella pace. Ab aveva capito che l’amore di Av andava oltre quello di una donna per un uomo, era molto più grande, era un amore che non chiedeva nulla in cambio, era amore per l’uomo, fiducia nell’umanità, era convinzione che ogni essere umano ha la possibilità di amare e amarsi, di donare tanto a se stesso e agli altri. Il passato, quello nessuno poteva cambiarlo né cancellarlo, ma il futuro… Av lo aveva aiutato a ricostruirlo, a crederci, a sperare, a combattere, perché la vita è più forte di un fucile, e il loro legame è più forte della morte.
Grazie Ab, grazie!
Grazie Av, grazie!
Piedi, è l’unica cosa che ricordo, piedi nudi che sbucano fuori da due lenzuola sporche di sangue, in una notte che non vedrà mai il nuovo giorno,
e piedi che mi sfilano dinnanzi agli occhi, mentre col capo chino, seduta su un pietra, mi tengo la testa tra le mani e mi chiedo il perchè!!
Terra, è l’unico odore che mi porto addosso, accompagnato dalla musica metallica del suo cadere su due bare, una di fianco all’altra, come erano nella vita cosi’ sono nella morte,
con loro un bambino mai nato, massacrato nel loro amore, nella loro lotta per la pace e per la vita.
Erano nati da combattenti e sono morti combattenti, la guerra ha fatto finta di non vederli per anni, ma proprio quando sembrava finita li ha fregati. Sono morti, Jerome e Joelle, massacrati dalla follia, o dall’invidia, o Dio solo sa cosa, Dio solo sa perchè.
Sono morti perchè in questo paese non esiste giustizia, mentre trabocca di povertà e disperazione e di armi a basso costo.
Fino a un’ora prima era stato con me, prendeva in giro i miei capelli, ed il mio francese, come sempre; negli ultimi giorni era inspiegabilmente tranquillo, sereno, forse perchè finalmente, dopo anni di difficoltà si stava costruendo una famiglia, una casa, una vita sua.
Jerome era orfano, aveva perso i genitori durante la guerra del 1993, da allora si è sempre occupato della sua famiglia, 6 persone, tra sorelle e fratelli, dipendevano da lui, dalla sua guida, dai suoi consigli, e tanti amici avevano ancora bisogno di lui, per il suo sorriso e la sua saggezza, la sua generosità e la sua onestà.
Jerome è stato ucciso perchè credeva nella pace, perchè non ha mai impuganto un’arma, perchè aiutava tutti e la sera tornava a casa da sua moglie,
è stato ucciso da un amico, uno a cui avrebbe affidato sua moglie, che conosceva e aiutava da anni,
perchè? perchè? perchè?
Tutti non facciamo altro che porci la stessa domanda, e provare lo stesso prurito alle mani, lo stesso senso di vuoto, di rabbia, d’incapacità di pensare e agire. Forse voleva colpire il Centro dove lavoro, il suo responsabile, il missionario Claudio Marano, e tutti i suoi più prossimi collaboratori, forse è stato solo un gesto di follia. Tutte ipotesi che cadono nel vuoto nel momento in cui la polizia non fa il suo dovere, nel momento in cui nessun sopralluogo, nessun interrogatorio, nessua vera inchiesta è mai stata avviata, nel momento in cui quell’uomo ha la possibilità e la lucidità di contattare organizzazioni per la tutela dei diritti umani ed appellarsi alla pazzia, per salvarsi la pelle, nel momento in cui appare in televisione freddo e quasi fiero, senza il minimo pentimento e la minima vergogna.
Lo ricordo quell’uomo, ricordo il suo sguardo, era passato qui al Centro, in ufficio, prima di recarsi da Jerome, ricordo che mi guardava diritto negli occhi, mi teneva il braccio, agiva e poneva questioni come un capo, ricordo di avere avuto paura, di aver pensato ‘dev’essere uno di quelli che ha partecipato ai massacri, uno di quelli drogati di sangue’, dopo un po’ di tempo trascorso in un paese in cui tutti sono stati toccati dalla guerra non è difficile riconoscere certi atteggiamenti da ‘ex-combattente’, da ‘ex-assassino’; e quello sguardo ... agghiacciante e spiritato, ricordo di avergli detto di tornare il giorno successivo, ....‘domani è troppo tardi’ ha risposto!
Domani è stato tardi, Jerome è stato sparato, Joelle è stata finita a coltellate e sgozzata, con una violenza che nessuno si spiega e a cui nessumo crede, Joelle era incinta! Una famiglia è stata massacrata, ‘Jerome non ci ha lasciato più niente’- urlava un suo amico - ‘neanche la possibilità di prenderci cura di suo figlio’.
Come mi sento? Non riesco a rispondere!! Confusa, felice di essere viva, addolorata per la perdita di un amico e di un collega, sconvolta e choccata per il pericolo scampato, arrabbiata per aver sottovalutato la minaccia che quell’uomo rappresentava giustificandolo con un ‘qui è normale’. E forse questo è il problema, quello di giudicare normalità le conseguenze di povertà, miserie e guerre che, effettivamente, sono diventate la quotidianità, come le continue morti, gli incessanti colpi di arma da fuoco, la presenza massiccia di armi in ogni casa, la mancanza di sicurezza soprattutto nei quarieri nord, esposti ad atti di banditismo e alle follie di chi non si rassegna a considerare la guerra finita, l’assenza di fiducia nelle istituzioni e negli organi che dovrebbero garantire la sicurezza, l’impunità che consente a criminali di continuare a passeggiare liberamente accanto a bambini e donne incinta, è assurdo, Assurdo! Questa non è la pace, questo è il preludio di una nuova guerra, causata da risentimenti e ferite mai risanate, dal bisogno di continuare ad uccidere perchè diventa l’unico mezzo per liberare la testa e lo spirito.
Di tutto cio’, ovviamente, aprofittano gli uomini potenti, per strumentalizzare e manipolare, tradurre nella loro causa sentimenti distorti dal sangue fatto colare e facilmente corrompibili. L’assassino di Jerome e Joelle, per esempio, era un loro amico, ma era anche uno che aveva vissuto una vita movimentata, aveva ucciso, aveva alle spalle una fuga in Spagna ed un matrimonio fallito con una spagnola, un rientro in Burundi senza un soldo e tra le beffe di amici e conoscenti, una vita segnata da alcool e prostitute, e ...una pistola ed un coltello in tasca! Era uno che avrebbe dovuto essere in prigione o, quantomeno, in un centro di recupero.
Probabilmente qualcuno si è servito di lui, qualcuno che forse non ha a cuore la linea di pace e riconciliazione seguita dal Centro, o che forse prova invidia per la nuova vita che il Centro ha donato ai suoi collaboratori e ai 28mila ragazzi di cui si occupa, qualcuno che gli ha donato dei soldi e lo ha incitato alla violenza, qualcuno che, anche se finirà in prigione, avrà comunque vinto, per essere riuscito ad abbattere due vite dedite alla riconciliazione e al rifiuto della violenza, due colonne portanti del Centro Giovani Kamenge, proprio nel momento in cui avevamo abbassato la guardia, avevamo pensato di essere a metà percorso sulla strada della pace. Ma bisogna continuare, con coraggio, forza, verità e giustizia, in nome di Jerome e Joelle, e delle energie che hanno donato al Centro e al loro paese, in nome di ideali che non dobbiamo lasciar morire nè abbandonare nell’incredulità e nella perdita di ragioni o di senso, bisogna andare avanti con lo stesso spirito, anche se, a volte, cio’ richiede molta più fatica!
Coraggio e fiducia!
Ciao caro, piccolo Jackson,
a quanto pare sei tornato a casa, sei tornato perchè ti sei reso conto di quanto grande e importante sia la tua vita, sei tornato perchè hai capito di poter sempre avere la possibilità di scegliere, tra il bene ed il male, tra un fucile e un sogno di pace,
sei tornato per ripartire di nuovo, perchè, purtroppo, dovrai pagare con un po' di amaro le conseguenze di riflessioni e consapevolezze arrivate in ritardo, dopo esserti bruciato e ubriacato di chiacchiere bizzarre,
ora sei costretto a nasconderti, e continui nella paura, nel buio di un berretto che ti copre gli occhi per non far riconoscere il tuo sguardo da triste soldato,
tra un po' ripartirai e rinascerai verso una nuova alba, e mi mancherai, e ridero' e piangero' come oggi in macchina, dinnanzi al tuo caldo e tenero addio, ridero' e tentennero' nel prenderti la mano augurandoti buon viaggio senza alcuna voglia di lasciarti andare via,
ti immaginero' come oggi, mentre ascoltavi il cd che ti ho regalato e danzavi dicendomi 'davvero non ti dimentichero mai', dicendomi 'ti scrivero tanto', dicendomi 'avevo tante cose da dirti ma ora non mi viene niente', dicendomi 'oggi ti faro ridere tanto cosi ricorderai questa giornata'
caro mio piccolo Jackson, sei cresciuto, sei diventato un uomo, un uomo che piange e guarda diritto negli occhi, che cade e si rialza con fermezza, un uomo che ha vissuto sempre come un bambino solo ma è andato avanti,
caro Jackson, oggi sei stato grande, so che farai fede alla tua promessa, so che un giorno, quando tornerai sorridente nel tuo paese, cercherai quel bambino che guardavi con pietà e tenerezza, quel piccolo orfano che ti ha ricordato tanto te, lo cercherai e lo terrai con te, e te ne prenderai cura perchè ora sai cosa significa avere cura di qualcuno, perchè ora sai cosa significa donarsi agli altri, guardare oltre se stessi, vivere nella vita di un altro ascoltando senza giudicare,
so che quando tornerai, da grande uomo, costruirai la tua casa per gli orfani, come mi hai promesso, e te ne prenderai cura e donerai amore come come ho fatto con te, come stai facendo con me, come sei capace di fare,
quell'amore che hai dentro senza averlo mai ricevuto, è pronto ad uscire, è pronto ad esplodere,
non dimenticare mai chi sei stato e da dove vieni, le lacrime ed i sacrifici, quando capirai di essere quel grande uomo che sei.
Buon viaggio, piccolo grande uomo, buon viaggio nella vita,
sarai con me sempre in ogni dove!

‘Sto per partire, voglio dirti arrivederci’ poi mi abbraccia forte, mi sorride, e voltandosi senza neanche guardarmi negli occhi mi dice ‘ti lascio nella pace’. Se ne è andato su per le montagne, con una granata in tasca, una piccola sacca sulle spalle, un impermeabile verde, tre pacchetti di biscotti e 5mila franchi burundesi, le ultime cose che gli ho donato.
Se ne è andato in un campo di addestramento per preparare la guerra, se ne è andato con le speranze e le paure di un ragazzo di vent’anni, con lo smarrimento di un bimbo cresciuto solo e in fretta, con la calma di un uomo rassegnato e la tristezza dei suoi neri e bellissimi occhi. Sono rientrata in casa, erano le 6 di mattina, ero stanca, vuota, confusa, forse triste, forse arrabbiata, con lui, con il mondo, con me stessa, per quello che non sono riuscita a fare, per il tempo che non ho avuto da trascorrere con lui. Sono rimasta a letto fino a mezzogiorno, volevo dormire ma non riuscivo a non pensare, e non riuscivo a pensare a nulla in particolare, mi scorrevano dinnanzi agli occhi i pochi momenti condivisi, i suoi sguardi, le sue parole dure e dolci, mi scorrevano dinnanzi agli occhi la vita che avrei voluto donargli e la gioia che non ha mai avuto, l’affetto che ha desiderato, i sogni, le richieste, i consigli. Pensavo alle sue telefonate serali per assicurarsi che stessi in casa e che stessi bene, quanto mi mancano, vorrei averlo qui per dirglielo, per dirgli quello che non gli ho mai detto, per dirgli che è un ragazzo giovane e forte, brillante e con tutta una vita davanti, vorrei averlo qui per abbracciarlo di nuovo, per dirgli ‘mi ritrovi nella pace’, per prenderlo per mano, per dirgli ‘ora ci sono io’.
L’ho portato ovunque potessi portarlo, al lago, ad un concerto, in un cabaret, volevo fargli assaporare la normalità che poteva avere; l’ho portato in un centro per ragazzi di strada e gli ho raccontato il mio dolore, volevo che uscisse fuori dal suo; gli ho fatto vedere un film sul coraggio dei sogni, volevo ne trovasse un po’ nei suoi; non ci sono riuscita, non è stato abbastanza, il tempo mi ha ingannato senza che potessi fare nulla, è partito all’improvviso senza che riuscissi a mettere insieme piani e idee per impedirglielo, non sono stata una brava sorella maggiore, avrei dovuto essere meno tenera. Prego il Signore perché lo protegga, prego che non faccia cazzate, prego che non uccida nessuno, prego che qualcuno fermi questa sciagurata guerra, che l’eco delle bombe e dei fucili sia solo il tam tam dei tamburi.
Siamo alla vigilia della Pasqua e alla vigilia di una nuova guerra, è quasi l’una di notte e il male per la vita rubata dalla bomba lanciata un paio di ore fa chissà dove, non mi fa dormire, è come se avessi visto anche la sua vita andarsene e avrei voglia di piangere, e correre per andarmelo a riprendere e portarlo qui, è come se fosse mio fratello, immagino mio fratello e sarebbe lo stesso dolore.
E’ rimasto orfano a causa della guerra del ‘93, quella che tutti chiamano ‘una guerra etnica’,viveva con un vecchio zio che non riusciva ad occuparsi di lui, non aveva più nessuno, quando l’ho conosciuto era disperato e arrabbiato. Nel ’93 era troppo piccolo per capire, ma ho paura che ancora oggi non sia abbastanza grande per farlo, è partito per uccidere, in nome di cosa? Della illusoria promessa di un futuro da ufficiale, di un po’ di soldi, di cosa? Lui è la stessa persona che un giorno, nel bel mezzo della lezione d’italiano, è scappata via con gli occhi gonfi di lacrime per non riuscire a sopportare ciò che aveva visto qualche istante prima: un poliziotto ubriaco che spara ad un bimbo di due o tre anni in pieno giorno; è la stessa persona che ha trascorso un pomeriggio ad ascoltare la tragica storia di un ragazzetto di strada e a cercare di consolarlo. Cosa sarà ora di lui? Cosa sarà di tutti quelli come lui, a cui la solitudine, la povertà, l’assenza di possibilità, donano in mano un fucile come unica prospettiva di un futuro? Jackson è partito mentre tutti qui vivono nell’attesa di quello che sta per succedere, vivono chiedendosi se questa è la pace, se anche i loro figli saranno condannati a quest’inferno, a camminare su ossa e cadaveri mangiati dai cani alla ricerca di un famigliare perduto, a seppellire morti senza nome e senza volto, se saranno dominati dalla rabbia e dalla vendetta di una violenza incancellabile e senza fine. Cosa diavolo mi resta da fare? Spero che ricordi le mie parole, spero che ricordi i nostri giochi, spero che ricordi le chiacchiere sulla vita e sui sogni, spero che, se un giorno si troverà a guardare colui che pensa essere un nemico negli occhi, lo abbracci e gli dica ‘ti lascio nella pace’!
In quel periodo la notte passava tra la paura ed il freddo, le zanzare e i litri di birra, le ronde e le strade sbarrate, addolcita solo dal pensiero che mamme e bimbi potessero dormire tranquilli, e da quello che prima o poi sarebbe finito tutto quest'orrore, tutta quest'assurdità, tutto il terrore di una guerra di cui ancora ci si chiede il perchè. La notte passava con i sogni di libertà, libertà da un'identità che firmava condanne a morte, libertà dalle costrizioni di una miseria che assoldava killer.
La guerra è lunga, lunga ed interminabile, qualunque sia il suo inizio e la sua fine, la guerra colpisce generazioni, modifica scenari, perverte le menti, altera la percezione del bene e del male, del giusto e sbagliato, giustifica la violenza con la paura e la sopravvivenza. In guerra non si è assassini ma combattenti, cavalieri senza macchia e senza paura per la 'libertà', marionette di chi addita nemici e dona fucili e poi ritorna dalla sua famiglia, nella sua ricchezza e nella sua istruzione salvatrice e manipolatrice. La guerra crea ricchi e poveri ma usa i poveri, crea buoni e cattivi, vittime e carnefici, diabolizza le differenze e cristallizza le divisioni.
In quel periodo molti burundesi hanno scoperto l'identità e ne hanno avuto paura, alcuni l'avevano scoperto tempo prima ma l'hanno nascosta, altri invece l'affermavano con forza e rivendicavano diritti maggioritari.
Le guerre, in Africa come nel mondo, esistono da sempre ma non sono mai le stesse, situazioni politiche ed economiche cambiano alleanze e rivendicazioni, rendendo i livelli di analisi molteplici e mai assolutamente veri o assolutamente falsi. il poco non può essere diviso tra molti, e per ricavare benefici bisogna creare nemici, e nei paesi in cui il potere politico rappresenta, se non l'unica, la maggiore fonte di ricchezza, non si finisce mai di combattere per esso e di creare nemici. Le guerre diventano, allora, guerre tra ricchi e meno ricchi, dove l'etichetta di etnica, tribale, o religiosa, è solo un grande imbroglio.

Ieri il Sudafrica ha ricordato la rivolta di Soweto di 30 anni fa, ma anche la giornata di oggi, che rischia di passare inosservata sulla maggior parte dei grandi mezzi d’informazione, costituisce un doppio significativo anniversario per tutti i sudafricani: 15 anni fa, il 17 giugno 1991, venne abolita l’ultima legge di segregazione razziale su cui si fondava l’apartheid; sette anni fa, sempre il 17 giugno, Thabo Mbeki succedeva a Nelson Mandela come secondo presidente democraticamente eletto. Mentre dalla fine di maggio in Sudafrica continua un sorprendente dibattito innescato dalla potente confederazione sindacale ‘Cosatu’ – e gonfiato soprattutto dalle forze politiche di opposizione su presunti possibili rischi di involuzioni dittatoriali nella gestione del paese – gli anniversari di ieri e di oggi assumono particolare rilevanza. Ieri, a Soweto hanno marciato insieme, braccio sotto braccio, ‘reduci’ del 1976, studenti e rappresentanti del governo, sostando poi nel punto in cui, alle 9 di mattina del 16 giugno di 30 anni fa, venne ucciso Hoscar Pieterson, il bambino di 13 anni che potete vedere, portato in braccio, nella foto. Un coro ha guidato la folla in un canto tradizionale di lotta, “Senzeni'na” (Stiamo piangendo, in lingua Zulu). Isabel Boto, 70 anni, riferiscono mezzi d’informazione sudafricani, parlando di suo nipote Tietsi Mashinini, vittima indiretta della rivolta di Soweto - morto in Guinea nel 1990 in circostanze mai chiarite (forse ucciso) - lo ha ricordato dicendo: “Sono contenta che non sia morto invano…”. Alla folla riunita per commemorare quell’inizio di lotta per la liberazione e le sue vittime, Mbeki ieri ha detto: ”Ricordiamo i giovani del 1976 perchè ci hanno lasciato una lezione che i giovani di oggi possono applicare, reggendo le sfide che li aspettano…. Possa il coraggio e la visione dei nostri giovani di 30 anni fa ispirare e motivare tutti noi mentre lottiamo per dare a tutti felicità in questa nostra epoca di speranza”. Non sarà uno dei discorsi più grandi di Mbeki. Ma mentre si susseguono gli anniversari, ricordati o dimenticati, tutti in Sudafrica e altrove dovrebbero tenerne seriamente conto. Perché né Hoscar né Tietsi siano davvero morti invano… E perché prima o poi anche “Senzeni'na” diventi per l’Africa e per il mondo di oggi - in cui tanti nuovi muri e nuove non dichiarate segregazioni sembrano spuntare, da Guantanamo al Medio Oriente al Sahel - soltanto un ricordo di tempi bui da dimenticare.
Fonte: Misna
Nel pomeriggio avevo letto su allAfrica del cambiamento di leadership tra le file dell'Fnl (Fronte nazionale di liberazione), unico gruppo ribelle ancora attivo in Burundi. La notizia è che i membri del Consiglio del gruppo, durante una riunione tenutasi a Kanyosha (tana dell'Fnl alla periferia di Bujumbura Rural) avrebbero allontanato il leader storico Rwasa, che dunque ha dovuto cedere il posto a Jean Bosco Sindayigaya. «Buon segno - ho pensato - potrebbe essere l'inizio di un cambiamento di rotta nelle loro rivendicazioni ancora oggi molto violente». Beh, la speranza… si sa!! Dopo pochi minuti, però, una telefonata fa oscillare questa flebile speranza: è Jeff dal Burundi! Ci raccontiamo le nostre ultime settimane, ma in particolare lui mi parla delle difficoltà che incontra per pagarsi gli studi universitari… d'improvviso urla, confusione, la voce di Jeff passa dall'italiano al kirundi, parla con qualcuno. «Cosa succede?», gli urlo. «C'è movimento - mi risponde - ladri, sai qui la situazione è difficile, la gente ha paura».Difficile? Paura? E' la prima volta che usa queste parole con me! Lui ha sempre ostentato sicurezza e tranquillità. Non ha mai avuto paura, ha sempre affermato che «la guerra è finita!». Addirittura mi prendeva in giro quando a luglio ho temuto il peggio il giorno delle elezioni… mi diceva: «devi essere coraggiosa, è per il nuovo Burundi, è importante!». Stasera, però, il suo tono è cambiato e le parole dei mesi scorsi ora mi risuonano artefatte… Allora ho cominciato a fargli delle domande dirette, e non ha potuto eluderle come aveva sempre fatto prima. Jeff, cosa succede? Ormai in Burundi c'è un nuovo governo, un governo democratico, un nuovo Presidente, democraticamente eletto, ma la gente ha paura di una nuova guerra? «La situazione è difficile, sai qui un problema grande è la criminalità», dice. Mentre parlava udivo degli spari, e lui ha confermato: «Si, sono spari, sono i ladri». Ladri, così li chiamano… ladri che uccidono con una semplicità inaudita. La morte è all'ordine del giorno: una granata costa appena tre euro, tre euro per massacrare una famiglia… per non parlare di quante case abbiano almeno un'arma. «Per difendersi dai ladri», dicono. Già, dai ladri. «No, non credo che l'allontanamento di Rwasa cambierà qualcosa - continua Jeff - Non so cosa vuole l’Fnl… sono burundese, ma non so cosa succede in Burundi. So solo che l’Fnl era alleato con l'attuale partito al governo, ma dopo le elezioni hanno cominciato a farsi la guerra». «Stai attento, non fare tardi la sera»… il tempo di pronunciare quelle parole e mi sento così stupida! Ma cosa potevo dirgli? Cosa posso fare? Come faccio a frenare l'impulso di volare laggiù? E per cosa? Per illudere il mio senso d'impotenza e prendermi in giro da sola? Posso solo gridarlo, con la voce di Jeff, sperando che qualcuno la senta!
"L'Africa sconvolta dai conflitti e dal sottosviluppo non è un mondo a parte. Essa è parte integrante della storia mondiale di cui condivide e patisce le contraddizioni e gli sconvolgimenti, le paure e le speranze. Affermare ciò vuol dire ribadire con forza una verità semplice ma che tende ad essere accantonata quando si scrive sull'Africa o quando si descrivono le cose africane". Jean Léonard Touadi
L'Africa non è un continente selvaggio atavicamente incline al caos, l'Africa non è la patria di accadimenti disumani e senza senso, l'Africa è inserita nella storia dell'umanità ed i suoi fatti vanno analizzati come pezzi del mosaico impazzito del nuovo disordine mondiale dalle cause e dalle responsabilità identificabili. Queste cause sono di natura storica, economica, geopolitica; esistono anche cause endogene che non sono riconducibili alla genetica, ma trovano la loro genesi nelle modalità d'ingresso dell'Africa nella modernità politica ed economica.
Il ruolo dell'Africa non è mai cambiato dal XVI secolo: è il ruolo del vagone che segue la locomotiva. Anche se la locomotiva aumenta la velocità, questo non cambierà nulla della condizione dei vagoni; non si sono mai visti vagoni superare la locomotiva! Ma sappiamo che i vagoni sono strutturalmente complementari, almeno fin tanto che accetteranno la loro condizione. Questo vagone ha sempre viaggiato carico di materie prime, è sempre stato lo stesso sin dall'epoca dell'economia coloniale, ed ha sempre trasportato la stessa cosa (caffè, cacao, arachide, cotone, tè), con l'unica differenza che i prezzi di questi prodotti subiscono da vent'anni a questa parte un ribasso teleguidato irrispettoso delle regole del mercato.
L'Africa fa parte "del resto del mondo", di quel 85% che vive di briciole nel divario crescente con quel 10-15% della popolazione che consuma più surplus di quanto ne produce. La ragione per cui noi non lo notiamo sta in analisi concentrate solo su ciò che sta avvenendo nel nostro strato superiore di economia-mondo capitalistica.
Già attraverso la tratta dei neri l'Africa aveva contribuito a far avanzare l' Europa verso l'industrializzazione; la colonizzazione fu molto più breve ma più determinante. Il sistema coloniale si sostituì completamente al sistema africano, il "patto coloniale" voleva che i paesi africani producessero soltanto derrate grezze, materie prime da inviare al nord per l'industria europea. L'Africa stessa è stata presa in pugno, spartita. Questo "patto coloniale" perdura fino ad oggi. Se si prende la bilancia commerciale dei paesi africani si vedrà che dal 60 all'80% del valore delle esportazioni di questi paesi sono costituiti da materie prime. Il reddito pro-capite di un abitante dell'Africa è cinquanta volte inferiore al reddito di uno svizzero, di un francese o di un canadese. L'aspettativa di vita è crollata in molti paesi: 25 anni in meno che nei paesi industrializzati.
Non bisogna pensare che la povertà sia la causa del sottosviluppo: essa è un prodotto del sistema attuale. Il capitalismo mentre produce progressi al nord incrementa la povertà al sud: non si può arricchire un paese senza impoverirne certi gruppi sociali. E' la dottrina del capitalismo darwiniano, fa parte dei cosiddetti "costi umani" della crescita, della "legge della giungla" che esige che coloro che sopravvivono ci riescano perchè divorano gli altri.
Trascinare tutta l'Africa nel mercato, senza preparazione, significa volere l'abolizione della civiltà e della cultura africane. In Africa esistevano dei circuiti commerciali limitati e i popoli vivevano in base a valori diversi in cui molte cose erano poste al di fuori del mercato al fine di garantire il minimo a tutti. Nel sistema africano la proprietà è sempre stata minima, ed esso era strutturato in maniera da evitare che i detentori del potere si accaparrassero la proprietà fino al punto da generare frustrazione tra la popolazione.
Oggi tutto è merce, la vita stessa è mercificata, venduta, comprata, di proprietà del più forte; la guerra è merce, la violenza è venduta con le armi, e la stessa pace è merce, viene contrattata a chi offre di più. Le guerre civili sono un'invenzione dell'economia-mondo capitalistica. Il conflitto tra gli accumulatori di capitale e i settori maggiormente oppressi della forza-lavoro ha teso ad assumere la forma di lotte linguistiche, razziali e culturali, poichè tali elementi hanno un'elevata correlazione con l'appartenenza di classe. Laddove ed ogniqualvolta ciò è avvenuto, abbiamo avuto la tendenza a parlare di lotte etniche o di nazionalità; in realtà il processo di formazione di gruppi etnici è legato a quello della formazione della forza-lavoro in determinati stati, servendo da regola per la determinazione delle loro posizioni all'interno delle strutture economiche. L'etnicizzazione della vita comunitaria, la cultura distintiva di un gruppo etnico può essere letta come la simbolizzazione esteriore della distribuzione della forza-lavoro, e cioè dell'assegnazione di ruoli economico-occupazionali.
L'Africa serve povera, come serve continuare a fomentare e a parlare di guerre etniche, esse preservano quel meccanismo di distribuzione ineguale delle ricompense, tengono a bada i gruppi in basso nella gerarchia, pongono le vittime del capitalismo le une contro le altre, rendendo così difficile una mobilitazione di massa e dal basso contro il sistema-mondo capitalistico. Gli africani sono troppo impeganti a farsi guerra tra loro per fare guerra al sistema!
Le guerre che si scatenano nelle periferie del mondo sono la spia pericolosa di un disordine e di una violenza che rischia di allargarsi a tutto il pianeta. E sotto questo profilo, le guerre d'Africa sono guerre di tutti, corresponsabili delle cause che le scatenano sono tutti i meccanismi che uccidono la speranza di miliardi di persone e soffocano la giustizia e la solidarietà. E su questi meccanismi è possibile agire come cittadini e come donne e uomini sensibili al futuro dell'umanità.
Fonti: WALLERSTEIN, Immanuel, "Capitalismo storico e civiltà capitalistica", Asterios Editore, 2000. TOUADì, Jean Leonard, "Africa sconvolta da un mondo violento" (dossier). KI-ZERBO,Joseph, "A quando l'Africa?" Editrice Missionaria Italiana, 2005.
p.s. Sist, a te... con un abbraccio!