Il prezzo dell'Africa, di occhi e dolore. Spari al termine del giorno, chi vende e chi si vende: armi e vite. Ciò che si vede e quel che resta è opaco. Una mano tesa, il mento rivolto verso l'alto: Dignità. Occhi contro occhi, flebili fiammelle, è BUIO! E poi il DOMANI! Storie Africane

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sabato, 14 luglio 2007
'Plier bagage et la laisser tranquille'

Mescoliamoci...

Negli ultimi post ho raccontato e descritto un po' dell’Africa che ho osservato e visitato in queste ultime settimane, un’Africa che mi ha stupito per il suo ordine, la sua pulizia e la sua riservatezza, come il Ruanda, per le sue mescolanze, vivacità e contraddizioni, come l’Uganda, per realtà completamente diverse da quelle immaginate o rappresentate, come la città congolese Goma. Elemento comune di ogni viaggio è stato la sorpresa, e il prendere poco a poco consapevolezza dell’impossibilità di conoscere un paese senza scrutarlo con i propri occhi, delle immagini che la nostra mente rende erroneamente reali quando ci si aggrappa alle parole di un libro o di un articolo di giornale, e delle difficoltà di comprendere i suoi mille volti. Ho scorto un’Africa povera e devastata, una piacevole e divertente, meravigliosamente bella o sporca; ho vissuto i piccoli miracoli africani, quelli di una moto che sfrutta il millimetro tra due auto, di un autobus che marcia a 150 chilometri l’ora su strade strette, dissestate e piene di curve, di biciclette in salita cariche di chili di banane e casse di manioca, di teste nascoste da enormi sacchi di fagioli che procedono come cavalli con i paraocchi, correndo e urlando di fare spazio e spintonando indifferenti con un angolo e l’altro del sacco, ogni volta mi sono detta ‘cacchio, questo è pazzo!!’, e poi ho sorriso divertita e col cuore in gola. Mi sono posta tante questioni e continuo a cercare continuamente risposte, mi sono arrabbiata per la presunzione di portare lo sviluppo, di voler affermare il nostro modo di vivere e la nostra cultura, ma ho goduto degli internet point e dei cafè. A Kampala ho cercato per tre giorni stoffe africane, ma mi sono imbattuta solo in grandi centri commerciali e commercianti cinesi, a Kigali ho cercato ristoranti che preparassero l’ubugali (una sorta di polenta di manioca o mais tipica dell’Africa dei Grandi Laghi), ma mi sono ‘accontentata’ di quelli italiani, indiani, cinesi e dei fast food. E’ spesso difficile trovare pietanze africane nei ristoranti o negli hotel delle grandi città del continente, come è difficile andare al cinema senza essere pronti a sorbirsi film americani di sesso e violenza, o clip di rapper circondati da donne bellissime e seminude. A Bujumbura, in Burundi, non sono riuscita a trovare un cd di musica tradizionale, nelle grandi metropoli africane superaffollate le danze e la musica indigena sono diventate solo un’attrazione turistica che intasca soldi. I paesi del nord del mondo controllano la maggioranza dei circuiti d’informazione, basti pensare che il 70% delle emissioni televisive del sud sono importate dal nord e che l’industria delle telecomunicazioni è dominata da qualche grande gruppo generalmente anglofono, come AOL-Time-Warner, Dysney ABC, ATT, ecc., con i quali un gruppo di origine africana non può competere. E’ molto inquietante pensare che il sogno di un giornalista africano è quello di formarsi in una scuola giornalistica del nord, dato che oggi i nostri giornalisti tendono a passare da un soggetto all’altro, da un paese all’altro, senza la cultura generale appropriata per evitare approssimazioni e generalizzazioni abusive. Il sogno del nord è condiviso anche dalla maggior parte degli studenti, a causa sia delle difficile condizioni di un’università africana sia del prestigio che comporta studiare in Europa o in America. Ciò di per sé non sarebbe un male se non conducesse, come sostiene Anne-Cécile Robert, ad un certo conformismo politico, se non trasformasse giovani e promettenti studenti in ‘pinguini’, per usare un’espressione dell’artista senegalese Moussa Sene Absa, leaders che diventano marionette in giacca e cravatta completamente asserviti alle prescrizioni stabilite dalle agenzie del ‘mondo sviluppato’. La nuova classe dirigente africana formatasi all’estero è straniera nella propria terra, sconnessa dalle aspirazioni e necessità delle società locali; sono praticamente inesistenti degli intermediari tra il popolo e le elites dirigenti, corrotte e assorbite nel nuovo sistema mondiale. E’ così che le società si polarizzano, le contraddizioni aumentano e le incomprensioni anche. La collaborazione nord-sud, tra società africane e occidentali, il partenariato e lo sviluppo locale di cui tanto si parla è uno scambio vantaggioso sempre e solo all’occidente, riflettendo la vecchia logica dell’ emozione negra e la ragione ellenica e generando una nuova forma di colonizzazione riprodotta e sostenuta dalle stesse elites africane. Se la realtà delle nuove e grandi metropoli africane è quella del copia e incolla modelli europei o americani e il continente nero sembra non avere una storia ed un modello proprio a cui aggrapparsi, è anche vero che c’è un’Africa che Esiste e Resiste, che si oppone al liberalismo sfrenato e al liberismo, che preserva oasi culturali troppo radicate per consentirci i parlare di un paese senza storia. Modernità e tradizione non sono mescolate ma contrapposte, e l’una resiste e si oppone all’altra. L’Africa che resiste alla globalizzazione conserva e salvaguarda dei valori che l’Occidente non conosce più, come un ‘rapporto differente dell’individuo con la collettività, la resistenza all’accumulazione di ricchezze, il rifiuto della tirannia del tempo, l’accettazione e la canalizzazione delle passioni (generalmente attraverso rituali), l’inserimento pacifico nell’ambiente’ (Anne-Cécile Robert), valori che l’Occidente capitalista è incapace di concepire, come è incapace di concepire la diversità e la pluralità del mondo, il cui rispetto solo può realizzare la giustizia universale a cui l’umanità dovrebbe aspirare. L’Africa ha subito nel giro di dieci anni una trasformazione che in Occidente si è realizzata quasi spontaneamente in cinquant’anni, e allora a chi, come me, si chiede cosa possiamo fare per l’Africa, avrei quasi voglia di rispondere con la provocazione lanciata da Serge Latouche: ’Plier bagage et la laisser tranquille’.

Postato da: LAfricanA a 11:43 | link | commenti (1)
globalizzazione, contraddizioni

mercoledì, 11 luglio 2007
In viaggio tra le bellezze e le contraddizioni africane

La terra dei Karamojong, nel nord ovest dell’Uganda, quella che più preoccupa gli osservatori internazionali e che più attira finanziamenti, è una terra arida e poco fertile dilaniata dalla fame e da continue lotte tribali. I Karamojong sono stati a lungo perseguitati durante la dittatura di Amin (il dittatore ugandese rimasto al potere tra il 1971 e il 1978, tristemente famoso per il massacro di circa 300mila persone) e tutt’oggi non sono ben visti dal resto della popolazione ugandese che conta circa 50 gruppi etnici diversi, 50 popoli con una diversa lingua, una diversa cultura, un diverso stile di vita che convivono e condividono una terra bellissima e vasta. Ancora oggi i Karamojong scorazzano nudi per le strade del paese, credono che i vestiti portino la morte e ritengono che il corpo umano sia bellissimo. Amin li costrinse a coprirsi, accusandoli di essere selvaggi che ostacolavano lo sviluppo di un paese civile, la nudità riporta ai miti delle origini e del nero primitivo poco in sintonia con l’attuale mondo moderno, tutti coloro sorpresi nudi venivano uccisi. Essi si procurarono pezzi di stoffa e pantaloni che portavano dietro arrotolati, pronti ad utilizzarli all’occorrenza alla prima avvisaglia di soldati, e a liberarsene con gran sollievo dopo aver messo a rischio la loro vita, e non per i soldati ma per i vestiti. Molto ha a che fare con l’arrivo degli europei, in passato ogni bianco che metteva piede nella loro terra si ammalava e moriva, i karamojong si convinsero che fossero i vestiti a portare le malattie e da allora si guardano bene dall’abbigliarsi. I Karamojong sono un popolo di guerrieri e allevatori di vacche, che utilizzano esclusivamente per il latte e non per nutrirsi, da sempre alle prese con scorribande e razzie nei villaggi vicini, credono che Dio abbia loro donato tutte le vacche del mondo e che la loro missione sia di recuperarle. Inutile l’opera dei vari missionari animati dall’intento di trasmettere la necessità e il pudore dell’abito e quella di accontentarsi delle vacche già in loro possesso dato che ‘neanche le mangiano, che se ne fanno di tutte ‘ste vacche’. I karamojong continuano a vivere come hanno sempre fatto, restando quasi indifferenti e trascurati dall’ondata di modernizzazione che ha invaso bene o male tutto il continente africano, e diffidenti verso il nostro unico Dio che non può competere con i loro numerosi dei e, più potente di tutti, con il loro Dio delle vacche. Ma, se la modernizzazione, intesa come vestiti, acqua potabile, corrente elettrica, televisione e tutto ciò che viene comunemente considerato moderno, non è riuscita e persuadere i karamojong a convertirsi ad essa, le armi leggere, invece, si sono rivelate molto più utili di archi e lance per la loro missione divina, con il risultato di interi villaggi distrutti da granate e decine di morti in cambio di una decina di vacche. Il conflitto tribale, sempre esistito, è diventato oggi molto più sanguinoso e cruento, e molto più difficile il lavoro di missionari e ong per tentare di porre fine a inutili massacri, soprattutto con l’avanzare di fame e carestie. La loro terra è, a differenza di altre regioni del paese, poco attrattiva turisticamente e molto instabile e insicura a causa anche della vicinanza con il Darfur, e terribilmente in contrasto con il resto del paese, soprattutto con quelle zone dominate da grandi città come Kampala e Jinja, dove si resta attoniti e indefinibilmente sorpresi dalla mescolanza di razze e costumi, e dai contrasti che si possono notare.
Jinja è una pulita e tranquilla cittadina situata sul lago Vittoria, è la seconda città dell’Uganda, meta di turisti e avventurieri desiderosi di immergere un dito del piede nel fiume che donava la vita, che irrigava e fertilizzava estese aree africane: il Nilo. Le fonti del Nilo sono in Uganda, o meglio, in Uganda è possibile osservare il punto in cui il lago diventa fiume, per cominciare la sua lunga corsa verso il nord e affascinare esploratori e studiosi ancora alla ricerca delle fonti più meridionali del Nilo, che Speke e Burton identificarono nel non molto lontano Burundi, qualcun’atro in Ruanda, aprendo una diatriba ancora non risolta che continuerà ad attrarre ed affascinare viaggiatori di tutto il mondo.
Nelle acque del Nilo è possibile fare il bagno, sulle sue sponde fermarsi a leggere un libro o mangiare dell’ottimo pesce, per poche lire un tuffatore locale si lancia nelle cascate nuotando qualche decina di metri per abbagliare turisti di ogni tipo, un acrobata si arrampica su alberi secolari a mani nude, una scuola di rafting (alla modica somma di 75 dollari, ma sicuramente imperdibile) ti prepara ad una mitica giornata di sport estremo giù per 30 chilometri tra cascate che raggiungono anche il quinto livello di difficoltà, e rafting sul Nilo è davvero una delle esperienze più fighe che si possano raccontare.
Altro scenario Kampala, una vera capitale cosmopolita, crocevia di razze e colori differenti, dove, per la prima volta da quando ho messo piede in Africa, posso gironzolare senza folle di bambini e venditori di ogni tipo che mi inseguono urlandomi ‘muzungu ho fame, dammi dei soldi’. Che sia per orgoglio o per un certo indiscusso benessere, è comunque piacevole passeggiare a piedi e in tutta tranquillità nelle strade vivaci e colorate di una città dai tratti spettacolari, passando da una moschea che domina la città (gentile regalo di Gheddafi), ad un tempio indù, da un mercato dove ho trovato persino un paio di sci quasi nuovi a mega centri commerciali dove ho potuto gustare della buona mozzarella accompagnata da un ottimo prosciutto crudo italiano.
La vita culturale ed intellettuale è piuttosto intensa, teatri e cinema sono buone alternative nel tempo libero, giornali locali e non in lingua inglese e librerie regalano ottimi spunti di riflessione, di tanto in tanto sbucano bidoni dell’immondizia e panchine che non ho mai avvistato né in Burundi né in Ruanda, e che mi ricordano l’allegra e ironica espressione di un amico quando mi diceva: ‘il livello di civiltà di un paese si vede dalla presenza di panchine e cestini per i rifiuti’ . Tutto ciò, ovviamente, comporta una certa apertura mentale e sul mondo, ed un’economia in crescita, per il binomio che continuo sempre a difendere con forza che cultura è uguale a miglioramento del tenore e dello stile di vita.
Ma ciò che più ha dell’incredibile, in fondo, è solo il mio stupore, razionalmente eccessivo. Kampala è una capitale del XXI secolo, e la globalizzazione non ha risparmiato alcun paese, non è strano trovarvi locali e ristoranti aperti fino a tarda notte, discoteche a tre piani, centri sportivi e centri benessere, non è strano, non avrei dovuto sorprendermi, e invece….
In Uganda mi sono resa conto di quanto anch’io, sebbene molto attenta a non farmi trascinare da stereotipi e pregiudizi, mi lasci influenzare dalle immagini dell’Africa fornite quotidianamente nel nostro mondo, un’Africa affamata e arretrata, un’Africa abitata unicamente da uomini in gonnella con strani dipinti sul corpo, un’Africa che sicuramente continua ad esistere e resistere, ma che è una delle tante facce di un continente dalle mille rappresentazioni, in cui nessuna è più vera delle altre. In Uganda, e non solo, ho scoperto un’Africa che tutto il mondo dovrebbe vedere e visitare, che riflette le conseguenze della globalizzazione in ogni suo aspetto, che induce a soffermarsi per un attimo sulle evoluzioni e contraddizioni del nostro tempo e a chiederci, tra i timori e lo stupore, dov’è che stiamo andando.
 

Postato da: LAfricanA a 09:48 | link | commenti (1)
globalizzazione, emozioni, contraddizioni

giovedì, 28 giugno 2007
Dal Burundi al Ruanda, tra dubbi, sorprese e perplessita'!

E' da tanto che non scrivo, ma e' da tanto che penso di farlo. Dopo gli ultimi avvenimenti burundesi e la mia abilita' a cacciarmi prima o poi nei guai anche se per giuste cause, diciamo di cuore, non e' stato facile riprendere in mano questo blog ne' tantomeno certi ricordi. Ripenso di continuo al Burundi, a Jerry (http://amahoro.splinder.com/post/12168332#comment), ai miei tre piccoli amici (http://amahoro.splinder.com/post/11546170), alle difficolta' di uscire da una guerra che sembra non avere mai fine, le cui motivazioni cambiano di continuo. Quando mi raccontavano che il Burundi e' il paese piu' difficile e devastato dell'Africa  pensavo al Congo, allo Zimbabwe, al Burkina Faso, e non volevo crederci. Oggi, invece, me ne rendo conto sempre piu', dopo aver visitato per qualche giorno quella che viene definita la Citta' nera o d'inferno e dopo qualche settimana di permanenza in Ruanda, itinerando tra Kigali e Gisenyi.

La Citta' nera e'  la congolese Goma, sul confine col Ruanda, raggiungibile a piedi in 10 minuti, una citta' immensa distrutta dalla guerra e da eruzioni vulcaniche che l'hanno completamente rasa al suolo innumerevoli volte, ma ogni volta e' stata ricostruita rinascendo dalle sue macerie, su strati di lava, case bruciate e cadaveri. E' la citta' africana che mi spaventava di piu', invece con mia grande sorpresa, ho scoperto che davvero dopo il Burundi non potrebbe esserci nulla di piu' soffocante e triste. Goma e' una ex citta' fantasma piena zeppa di investimenti e finanziamenti internazionali, di locali e ristoranti di lusso, di piccole e nuove attivita' commerciali, e' una citta' che rinasce ogni volta dalla guerra e dalla lava. Per quanto impressionante per il modo e la velocita' di ricostruzione 'a strati', nonche' sconvolgente per il fatalismo della gente del posto che persevera con un insediamento che definirei 'temporaneo', dato che rischiano la morte ogni 25 anni ( ma questo e' un modo di pensare tipicamente ocidentale, poiche' quella gente ringrazia ogni giorno il signore per aver loro donato un altro giorno di vita), e' molto piu' vivibile di Bujumbura, tant'e' vero che ai miei amici non dispiacerebbe fermarsi a Goma ancora per qualche annetto, "non si vive male", dicono.

Il Ruanda, ancor piu' di Goma, mi ha profondamente colpito e sorpreso. Due paesi, il Ruanda ed il Burundi che, fino al 1994, hanno avuto piu' o meno la stessa storia di sangue e massacri hanno intrapreso percorsi completamente diversi. Mi sorprendo nel vedere gruppi di americani in gita turistica, bianchi che camminano tranquillamente ovunque come se fossero a casa, viaggi in auto o in moto in piena notte con una sicureza maggiore di una nostra strada statale. Un paese pulito, verde, in sviluppo, in continuo cambiamento, con una capitale resa attraente da negozi di ogni tipo, internet cafe' all'ultima moda (che a Napoli ancora non ho visto), grandi centri commerciali all'americana e giganteschi alberghi in costruzione nelle zone piu' panoramiche della citta'. 270 dollari al giorno per visitare il parco dei vulcani ed avere la chance d'incontrare uno di quei grandi animali pelosi che vivono, anzi sopravvivono ormai, solo in quest'area, nonche' tornare a casa con foto e souvenir di king Kong di ogni tipo e super costosi. E' divertentissimo osservare i visi soddisfatti di americani grandi e piccoli armati di cappello e bastone folkloristico con su disegnato il faccione del nostro caro amico come cimelio per la missione riuscita. E' gratuito, invece, l'ingresso ai memoriali e al museo del genocidio, ingresso gratuito per vedere ossa e teschi ammucchiati o esposti in vetrina, corpi imbalsamati, foto e vestiti di bimbi massacrati, nell'ottica del "non bisogna dimenticare", e su questo siamo tutti d'accordo, ma non bisogna neanche dimenticare l'importanza del rispetto per la vita umana anche nella morte, anzi soprattutto. Quei corpi devono essere sepolti, non esposti, la percezione del dolore e della morte e' la stessa anche senza simili scenari e fa ugualmente male.

Ma, a parte queste piccole considerazioni personali che approfondiro' alla prossima puntata, il museo e' ipermoderno, costituito da percorsi interattivi, pulito e ben curato, con tanto di centri di documentazione e libreria. Poi certo la liberta' di opinione ed espressione e' sempre duramente repressa, la versione dei fatti e' la verita' di una sola parte in causa, l'ideatore del museo ha dimenticato d' inserire la storia della dura repressione degli hutu da parte dell'esercito tutsi, preferendo invece enfatizzare il massacro di un milione di tutsi da parte degli hutu (ma dove sono un milione di tutsi in ruanda?) e le colpe dei francesi con l'operazione Turquoise. Il governo ha obbligato durante la settimana di commemorazione delle vittime del genocidio in aprile, gli studenti di tutte le scuole comprese le elementari, a sorbirsi due ore al giorno di filmini e documentari sui massacri in cui, ovviamente, gli hutu sono i carnefici e i tutsi sono le vittime, un bel modo credo di garantire la riconciliazione e la pace nel prossimo futuro.

Cmq, in ruanda oggi si puo' assoporare la calma e la tranquillita', anche il sistema burocratico e' molto efficiente (piu' di Napoli, pensate), si puo' assaporare il gusto dell'Africa come quello dell'europa quando se ne sente il bisogno, nonche' immergersi in odori e colori indiani, messicani, arabi e, addirittura, concedersi il lusso di scegliere tra un mega magnum ricoperto di nocciole e un cornetto algida bigusto,

insomma ragazzi.... e' troppo avanti questo paese,

....e concedetemi di lasciare nel dubbio la mia sottile vena ironica, in questi paesi non riesco mai fino in fondo a distinguere il giusto ed il sbagliato.

Postato da: LAfricanA a 10:12 | link | commenti (3)
globalizzazione, burundi, rwanda e

giovedì, 11 maggio 2006
Guerre e globalizzazione!

"L'Africa sconvolta dai conflitti e dal sottosviluppo non è un mondo a parte. Essa è parte integrante della storia mondiale di cui condivide e patisce le contraddizioni e gli sconvolgimenti, le paure e le speranze. Affermare ciò vuol dire ribadire con forza una verità semplice ma che tende ad essere accantonata quando si scrive sull'Africa o quando si descrivono le cose africane". Jean Léonard Touadi

L'Africa non è un continente selvaggio atavicamente incline al caos, l'Africa non è la patria di accadimenti disumani e senza senso, l'Africa è inserita nella storia dell'umanità ed i suoi fatti vanno analizzati come pezzi del mosaico impazzito del nuovo disordine mondiale dalle cause e dalle responsabilità identificabili. Queste cause sono di natura storica, economica, geopolitica; esistono anche cause endogene che non sono riconducibili alla genetica, ma trovano la loro genesi nelle modalità d'ingresso dell'Africa nella modernità politica ed economica.

Il ruolo dell'Africa non è mai cambiato dal XVI secolo: è il ruolo del vagone che segue la locomotiva. Anche se la locomotiva aumenta la velocità, questo non cambierà nulla della condizione dei vagoni; non si sono mai visti vagoni superare la locomotiva! Ma sappiamo che i vagoni sono strutturalmente complementari, almeno fin tanto che accetteranno la loro condizione. Questo vagone ha sempre viaggiato carico di materie prime, è sempre stato lo stesso sin dall'epoca dell'economia coloniale, ed ha sempre trasportato la stessa cosa (caffè, cacao, arachide, cotone, tè), con l'unica differenza che i prezzi di questi prodotti subiscono da vent'anni a questa parte un ribasso teleguidato irrispettoso delle regole del mercato.

L'Africa fa parte "del resto del mondo", di quel 85% che vive di briciole nel divario crescente con quel 10-15% della popolazione che consuma più surplus di quanto ne produce. La ragione per cui noi non lo notiamo sta in analisi concentrate solo su ciò che sta avvenendo nel nostro strato superiore di economia-mondo capitalistica.

Già attraverso la tratta dei neri l'Africa aveva contribuito a far avanzare l' Europa verso l'industrializzazione; la colonizzazione fu molto più breve ma più determinante. Il sistema coloniale si sostituì completamente al sistema africano, il "patto coloniale" voleva che i paesi africani producessero soltanto derrate grezze, materie prime da inviare al nord per l'industria europea. L'Africa stessa è stata presa in pugno, spartita. Questo "patto coloniale" perdura fino ad oggi. Se si prende la bilancia commerciale dei paesi africani si vedrà che dal 60 all'80% del valore delle esportazioni di questi paesi sono costituiti da materie prime. Il reddito pro-capite di un abitante dell'Africa è cinquanta volte inferiore al reddito di uno svizzero, di un francese o di un canadese. L'aspettativa di vita è crollata in molti paesi: 25 anni in meno che nei paesi industrializzati.

Non bisogna pensare che la povertà sia la causa del sottosviluppo: essa è un prodotto del sistema attuale. Il capitalismo mentre produce progressi al nord incrementa la povertà al sud: non si può arricchire un paese senza impoverirne certi gruppi sociali. E' la dottrina del capitalismo darwiniano, fa parte dei cosiddetti "costi umani" della crescita, della "legge della giungla" che esige che coloro che sopravvivono ci riescano perchè divorano gli altri.

Trascinare tutta l'Africa nel mercato, senza preparazione, significa volere l'abolizione della civiltà e della cultura africane. In Africa esistevano dei circuiti commerciali limitati e i popoli vivevano in base a valori diversi in cui molte cose erano poste al di fuori del mercato al fine di garantire il minimo a tutti. Nel sistema africano la proprietà è sempre stata minima, ed esso era strutturato in maniera da evitare che i detentori del potere si accaparrassero la proprietà fino al punto da generare frustrazione tra la popolazione.

Oggi tutto è merce, la vita stessa è mercificata, venduta, comprata, di proprietà del più forte; la guerra è merce, la violenza è venduta con le armi, e la stessa pace è merce, viene contrattata a chi offre di più. Le guerre civili sono un'invenzione dell'economia-mondo capitalistica. Il conflitto tra gli accumulatori di capitale e i settori maggiormente oppressi della forza-lavoro ha teso ad assumere la forma di lotte linguistiche, razziali e culturali, poichè tali elementi hanno un'elevata correlazione con l'appartenenza di classe. Laddove ed ogniqualvolta ciò è avvenuto, abbiamo avuto la tendenza a parlare di lotte etniche o di nazionalità; in realtà il processo di formazione di gruppi etnici è legato a quello della formazione della forza-lavoro in determinati stati, servendo da regola per la determinazione delle loro posizioni all'interno delle strutture economiche. L'etnicizzazione della vita comunitaria, la cultura distintiva di un gruppo etnico può essere letta come la simbolizzazione esteriore della distribuzione della forza-lavoro, e cioè dell'assegnazione di ruoli economico-occupazionali.

L'Africa serve povera, come serve continuare a fomentare e a parlare di guerre etniche, esse preservano quel meccanismo di distribuzione ineguale delle ricompense, tengono a bada i gruppi in basso nella gerarchia, pongono le vittime del capitalismo le une contro le altre, rendendo così difficile una mobilitazione di massa e dal basso contro il sistema-mondo capitalistico. Gli africani sono troppo impeganti a farsi guerra tra loro per fare guerra al sistema!

Le guerre che si scatenano nelle periferie del mondo sono la spia pericolosa di un disordine e di una violenza che rischia di allargarsi a tutto il pianeta. E sotto questo profilo, le guerre d'Africa sono guerre di tutti, corresponsabili delle cause che le scatenano sono tutti i meccanismi che uccidono la speranza di miliardi di persone e soffocano la giustizia e la solidarietà. E su questi meccanismi è possibile agire come cittadini e come donne e uomini sensibili al futuro dell'umanità.

Fonti: WALLERSTEIN, Immanuel, "Capitalismo storico e civiltà capitalistica", Asterios Editore, 2000. TOUADì, Jean Leonard, "Africa sconvolta da un mondo violento" (dossier). KI-ZERBO,Joseph, "A quando l'Africa?" Editrice Missionaria Italiana, 2005.      

p.s. Sist, a te... con un abbraccio!                                                

Postato da: LAfricanA a 23:53 | link | commenti (5)
guerra e pace, globalizzazione, storia dellafrica