Il prezzo dell'Africa, di occhi e dolore. Spari al termine del giorno, chi vende e chi si vende: armi e vite. Ciò che si vede e quel che resta è opaco. Una mano tesa, il mento rivolto verso l'alto: Dignità. Occhi contro occhi, flebili fiammelle, è BUIO! E poi il DOMANI! Storie Africane

Eccomi

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"Abbiamo in prestito questo mondo per i nostri figli, non è che lo abbiamo ereditato dai nostri padri, allora ai nostri figli dobbiamo dire: Ti abbiamo voluto bene, ti abbiamo amato" (R.BENIGNI) ****************************************** Celui qui accepte le mal est tout autant responsable que celui qui le commet. Celui qui voit le mal et ne proteste pas, celui-là aide à faire le mal. (M.L.KING)

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sabato, 26 gennaio 2008
Torna a cantare

E’ da molto che non scrivo,

lo sai,

è da quando sono ritornata.

Non l’ho quasi più riaperto ‘sto blog,

lo sai, e ti ringrazio per non aver detto nulla,

ti ringrazio per essere rimasta zitta ad ascoltare il mio silenzio.

La memoria, ….è cosi dolce e cosi cattiva!!

Ho avuto tante scuse per non scrivere, tante,

il tempo, gli esami, il corso di francese, il mio progetto di ricerca,

altre cose, cose altre, più importanti… più importanti??

In questi mesi cari amici hanno chiuso e riaperto blog, vecchi e nuovi, per cancellare, liberare, continuare, amare, ricominciare e tanto tanto altro ancora.

Il mio è rimasto, inerme, in questo spazio, a occupare pagine, a riempire attimi, senza il coraggio di ritornare né continuare.

In questi mesi… ho preso tante pause, i miei pensieri si fermano all’oggi.

Le pause…. sono indispensabili.

In questi mesi ho imparato tanto…

Ho imparato come nasce lo stato in Africa, come è degenerato verso l’autoritarismo,

ho imparato una cultura plurale, un diritto plurale, regole non scritte, sono entrata in un universo sopravvissuto a tentativi vari di modernizzazione, ho visto tanti partiti nascere e morire, uomini battersi per la libertà e la democrazia, guerre scatenarsi, fermarsi e riprendersi, vittime e rifugiati e politiche di reintegrazione, ho conosciuto il successo del Sud Africa, il fallimento del ruanda, della Somalia, del Congo….

Successi, fallimenti??

….quanto, quanto avrei potuto scrivere.

Ho pensato di postare i miei esami, i miei ‘imparati’, le teorie che fanno bene all’uomo bianco ed anche a me…

non l’ho mai fatto, il pensiero è durato poco.

Ah Africa Africa,

Non aveva senso ricominciare a raccontarti in questo modo, dopo l’ultimo anno, dopo averti un po’ vissuto, dopo averti tanto amato.

Il 17 febbraio riparto, ho il mio biglietto qui tra le mie mani.

Sarai contenta hein?

Penserai che è giunto il tempo…. Te l’avevo promesso,

e sei l’unica a cui mantengo le promesse

e lo sai.

E’ difficile ricordare,

la vita deve continuare, mi dirai…

si muore… è naturale, quando Dio vorrà, ….mi dirai.

Sei qui, sei viva, sei sana…. E la vita in fondo è bella, …. mi dirai

Lascia seppellire i morti,

piangi una notte intera, anche una settimana, e poi torna a cantare.

 

Postato da: LAfricanA a 22:46 | link | commenti (7)
incontri, emozioni, contraddizioni

mercoledì, 08 agosto 2007
Nel continente nero

Intore

L’Africa è un mondo fisico, inteso come piena e nuda fisicità, l’Africa è fisica perché non costellata da reti di strade e bande di automobili, è fisica perché la vita si spiega lungo percorsi non asfaltati, che portano ad un bacino d’acqua per lavare i panni, a campi coltivati per assicurarsi il cibo, a luoghi di preghiera per sovrapporre in un attimo cielo e terra, a stregoni imbottiti di riti e consigli, attraverso il contatto con altri occhi, altre mani, altri corpi, altra terra calpestata da altri piedi. Il saluto in Africa è lungo e ripetitivo, perché la fisicità non ha tempo, ed al tempo stesso il tempo ha bisogno di essere misurato e sospeso per averne il dominio, ha bisogno di persone che s’incontrano e si fermano piede contro piede, mano nella mano. Un’ ora di viaggio in Africa diventa un giorno intenso di vita e di incontri, i piedi l’unico strumento di cui si ha bisogno per vivere. Come dice Leroi-Gouran (1982) la specie umana ha ‘inizio con i piedi’, la facoltà di comprendere la realtà esplorandola e sfruttandola nasce nel momento in cui l’uomo si alza su due piedi. Camminare per bisogno o piacere è vivere attraverso il corpo, forse per questo in Africa è tutto più fisico, e la consapevolezza del proprio corpo ed il godimento nel possederlo ed utilizzarlo è più evidente e meno comprensibile perché riacquista di naturalezza e originalità primordiale. Ogni paesaggio è reso vivo da sentieri nascosti che salgono e scendono per colline e valli, intervallato dai colori accesi di uomini che marciano con rassegnata tranquillità e rigore, la vera Africa è quella che si nasconde dalle strade asfaltate e da occhi indiscreti, è quella che si protegge e resiste ai rumori ed al grigiore della modernità, tra il silenzio dei bananeti, il candore della manioca essiccata al sole, dei panni stesi su di un cespuglio, di piedi nudi sulla terra rossa.
L’Africa è il mondo del tempo, il ritmo è scandito dai colori del cielo, ci si sveglia al sorgere del sole, ci si addormenta al calare della notte, il giorno inizia sul sentiero di sempre, scorre al suono regolare della zappa, e volge al termine al peso di fagotti e grossi sacchi portati sulla testa verso casa. L’Africa possiede il tempo, il tempo di fermarsi al tramonto per godere il sapore della birra di banana o di sorgo, quello per raccontarsi una storia dinnanzi al fuoco, per riposarsi all’ombra di un mango, l’unica fretta, a volte, è quella di arrivare a casa prima che cada la pioggia o prima del calar del sole.
L’Africa è il mondo delle origini in cui si trova l’essenziale, una bevanda calda e polenta di mais o manioca, un abito giusto per coprire il pudore e la bellezza della nudità, un giaciglio su cui adagiarsi ed una finestra per ascoltare il ritmo della natura, protagonisti dei più meravigliosi e incontaminati spettacoli della vita sulla terra.
L’Africa è il mondo in cui non si è mai soli, nel bel mezzo del deserto, di una foresta, di un’isola distesa in un lago immenso, ci sono occhi che scrutano, voci che s’interrogano, mani che si cercano. L’Africa lascia sempre spazio ad ogni nuovo arrivo, in Africa c’è sempre posto, posto per una sedia in più, una bocca in più, una mano in più, un giaciglio in più.
Ma l’Africa è anche il continente in guerra, quello di sangue, diamanti e bambini soldato, quello di ventri gonfi e occhi incrostati di lacrime, dilaniato dalla fame e dai limiti della follia umana, divorato da grandi metropoli invivibili e contraddittorie, dallo scontro con la modernità e la globalizzazione, dall’individualismo e l’avidità, da quel fatalismo che sconfina nella rassegnazione e nell’irresponsabilità, è il continente della corruzione e delle divisioni, del razzismo e di due sole categorie sociali, della perdita delle conquiste dell’uomo in termini di libertà di scelta e dignità, quello di ricchezze inimmaginabili che meritano prese di coscienza. E’ l’Africa dei grandi drammi e delle tragedie inascoltate, dei giri di affari milionari sulle pelle di cittadini di seconda mano, il sogno infranto ma ancora vivo dell’unità e della rivalsa.
L’Africa ha tante immagini e rappresentazioni, ognuna non è meno vera delle altre!

Postato da: LAfricanA a 08:57 | link | commenti (31)
emozioni, ricordi africani

mercoledì, 11 luglio 2007
L'emozione di varcare una frontiera

Il varco ed il mistero che lo avvolge, col suo carico di ansie lanciate da tutto ciò che è ignoto, è quotidianamente presente nella vita e nei sogni di ogni uomo curioso e assetato. Attraversare una frontiera, in bilico tra due microcosmi che pur fanno parte dello stesso meraviglioso universo è un’emozione vecchia quanto il mondo e sempre nuova, che risveglia la fantasia e la conoscenza, rispolvera taccuini di viaggio, tra ricordi, differenze e similitudini, alla ricerca di una nuova voglia di crescere ed arricchirsi, di confrontarsi e mettersi in gioco. I confini sembrano segnare una divisione, una linea che marca l’altro e l’altrove, in realtà sono un punto d’unione, un luogo di scambio fisico e culturale, un crocevia di anime che si sfiorano la mano, che scorgono un essere umano non tanto differente da sé. Le politiche e le regole cambiano, le strutture e le architetture anche, gli incontri, invece, restano tali e tali sono le emozioni di uno sguardo, di un sorriso, di una chiacchierata sulla vita e sul mondo. Il mio passaporto, nel corso di quest’ultimo anno, si è macchiato di entrate ed uscite, di visti vecchi e nuovi, di frontiere e varchi che incitano al cammino, che sollecitano a scalzare gli accessori e le sovrastrutture che ci trasciniamo dietro, per il gusto del contatto nudo con l’esploratore e l’osservatore, con la parte più viva di ogni percorso umano. Ricordo paesaggi che scorrono mutevoli nel finestrino di un bus, vocii di donne e uomini che hanno condiviso una parte del mio cammino, teste ciondolanti, occhi stanchi e vigili, sorrisi e sospetti, ….e la strada, l’andare, l’atto del camminare che ‘riporta l’uomo alla coscienza felice della propria esistenza, immerge in una forma attiva di meditazione che sollecita la piena partecipazione di tutti i sensi’ (David Le Breton). Il viaggio rende più inclini a godere del tempo, permette di riprendere fiato, di dare un senso alla realtà, muovendosi in essa e condividendola con gli altri. La frontiera non è un confine, è solo un varco, che una volta oltrepassato regala il dono del tempo, la coscienza che si è, sempre e comunque, la consapevolezza di un’identità che non deve essere temuta ma neanche esaltata o dimenticata. Il varco è come una finestra spalancata in casa nostra, una porta aperta per accogliere, per uscire e rientrare con un amico in più, un racconto in più, un’immagine in più. Ho camminato tanto in questi ultimi mesi africani, in autobus, a piedi, in moto, ed ogni frontiera oltrepassata ne ha aperte di nuove, ha alimentato e accompagnato i miei sogni, ha accumulato cartine stradali mai usate e foto, ha drogato il desiderio di andare oltre, sempre più in là e più vicino, di prefiggersi nuove mete, di scorgere nuovi varchi. Al di là del confine e lontano dalle strade principali, ci si immerge nella vita di un luogo e si dona ad esso vita, i sentieri più stretti ed impervi, quelli più fatiscenti e evitati, richiamano l’uomo che conosce  e apprende, che incontra e custodisce. Il Burundi, il Ruanda, il Congo, l’Uganda e poi Istanbul, Parigi, Londra, Berlino, Praga, Palermo …… non sono un semplice elenco, una lista di nomi, hanno un volto, un suono, un odore, ogni timbro sul passaporto parla di una storia accaduta non tanto tempo fa, dei tratti di un uomo incrociato non molto tempo fa, di grazie e di ricambierò, di non ti dimenticherò e tornerò, di indirizzi scambiati nel silenzio del ci rincontreremo un giorno, di speranza e di coraggio. Parlano di me, raccontano ciò che sono oggi.
‘Viandante, il sentiero non è altro che le orme dei tuoi passi. Viandante, non c’è sentiero, il sentiero si apre camminando’ (Antonio Machado).

Postato da: LAfricanA a 09:50 | link | commenti
emozioni

In viaggio tra le bellezze e le contraddizioni africane

La terra dei Karamojong, nel nord ovest dell’Uganda, quella che più preoccupa gli osservatori internazionali e che più attira finanziamenti, è una terra arida e poco fertile dilaniata dalla fame e da continue lotte tribali. I Karamojong sono stati a lungo perseguitati durante la dittatura di Amin (il dittatore ugandese rimasto al potere tra il 1971 e il 1978, tristemente famoso per il massacro di circa 300mila persone) e tutt’oggi non sono ben visti dal resto della popolazione ugandese che conta circa 50 gruppi etnici diversi, 50 popoli con una diversa lingua, una diversa cultura, un diverso stile di vita che convivono e condividono una terra bellissima e vasta. Ancora oggi i Karamojong scorazzano nudi per le strade del paese, credono che i vestiti portino la morte e ritengono che il corpo umano sia bellissimo. Amin li costrinse a coprirsi, accusandoli di essere selvaggi che ostacolavano lo sviluppo di un paese civile, la nudità riporta ai miti delle origini e del nero primitivo poco in sintonia con l’attuale mondo moderno, tutti coloro sorpresi nudi venivano uccisi. Essi si procurarono pezzi di stoffa e pantaloni che portavano dietro arrotolati, pronti ad utilizzarli all’occorrenza alla prima avvisaglia di soldati, e a liberarsene con gran sollievo dopo aver messo a rischio la loro vita, e non per i soldati ma per i vestiti. Molto ha a che fare con l’arrivo degli europei, in passato ogni bianco che metteva piede nella loro terra si ammalava e moriva, i karamojong si convinsero che fossero i vestiti a portare le malattie e da allora si guardano bene dall’abbigliarsi. I Karamojong sono un popolo di guerrieri e allevatori di vacche, che utilizzano esclusivamente per il latte e non per nutrirsi, da sempre alle prese con scorribande e razzie nei villaggi vicini, credono che Dio abbia loro donato tutte le vacche del mondo e che la loro missione sia di recuperarle. Inutile l’opera dei vari missionari animati dall’intento di trasmettere la necessità e il pudore dell’abito e quella di accontentarsi delle vacche già in loro possesso dato che ‘neanche le mangiano, che se ne fanno di tutte ‘ste vacche’. I karamojong continuano a vivere come hanno sempre fatto, restando quasi indifferenti e trascurati dall’ondata di modernizzazione che ha invaso bene o male tutto il continente africano, e diffidenti verso il nostro unico Dio che non può competere con i loro numerosi dei e, più potente di tutti, con il loro Dio delle vacche. Ma, se la modernizzazione, intesa come vestiti, acqua potabile, corrente elettrica, televisione e tutto ciò che viene comunemente considerato moderno, non è riuscita e persuadere i karamojong a convertirsi ad essa, le armi leggere, invece, si sono rivelate molto più utili di archi e lance per la loro missione divina, con il risultato di interi villaggi distrutti da granate e decine di morti in cambio di una decina di vacche. Il conflitto tribale, sempre esistito, è diventato oggi molto più sanguinoso e cruento, e molto più difficile il lavoro di missionari e ong per tentare di porre fine a inutili massacri, soprattutto con l’avanzare di fame e carestie. La loro terra è, a differenza di altre regioni del paese, poco attrattiva turisticamente e molto instabile e insicura a causa anche della vicinanza con il Darfur, e terribilmente in contrasto con il resto del paese, soprattutto con quelle zone dominate da grandi città come Kampala e Jinja, dove si resta attoniti e indefinibilmente sorpresi dalla mescolanza di razze e costumi, e dai contrasti che si possono notare.
Jinja è una pulita e tranquilla cittadina situata sul lago Vittoria, è la seconda città dell’Uganda, meta di turisti e avventurieri desiderosi di immergere un dito del piede nel fiume che donava la vita, che irrigava e fertilizzava estese aree africane: il Nilo. Le fonti del Nilo sono in Uganda, o meglio, in Uganda è possibile osservare il punto in cui il lago diventa fiume, per cominciare la sua lunga corsa verso il nord e affascinare esploratori e studiosi ancora alla ricerca delle fonti più meridionali del Nilo, che Speke e Burton identificarono nel non molto lontano Burundi, qualcun’atro in Ruanda, aprendo una diatriba ancora non risolta che continuerà ad attrarre ed affascinare viaggiatori di tutto il mondo.
Nelle acque del Nilo è possibile fare il bagno, sulle sue sponde fermarsi a leggere un libro o mangiare dell’ottimo pesce, per poche lire un tuffatore locale si lancia nelle cascate nuotando qualche decina di metri per abbagliare turisti di ogni tipo, un acrobata si arrampica su alberi secolari a mani nude, una scuola di rafting (alla modica somma di 75 dollari, ma sicuramente imperdibile) ti prepara ad una mitica giornata di sport estremo giù per 30 chilometri tra cascate che raggiungono anche il quinto livello di difficoltà, e rafting sul Nilo è davvero una delle esperienze più fighe che si possano raccontare.
Altro scenario Kampala, una vera capitale cosmopolita, crocevia di razze e colori differenti, dove, per la prima volta da quando ho messo piede in Africa, posso gironzolare senza folle di bambini e venditori di ogni tipo che mi inseguono urlandomi ‘muzungu ho fame, dammi dei soldi’. Che sia per orgoglio o per un certo indiscusso benessere, è comunque piacevole passeggiare a piedi e in tutta tranquillità nelle strade vivaci e colorate di una città dai tratti spettacolari, passando da una moschea che domina la città (gentile regalo di Gheddafi), ad un tempio indù, da un mercato dove ho trovato persino un paio di sci quasi nuovi a mega centri commerciali dove ho potuto gustare della buona mozzarella accompagnata da un ottimo prosciutto crudo italiano.
La vita culturale ed intellettuale è piuttosto intensa, teatri e cinema sono buone alternative nel tempo libero, giornali locali e non in lingua inglese e librerie regalano ottimi spunti di riflessione, di tanto in tanto sbucano bidoni dell’immondizia e panchine che non ho mai avvistato né in Burundi né in Ruanda, e che mi ricordano l’allegra e ironica espressione di un amico quando mi diceva: ‘il livello di civiltà di un paese si vede dalla presenza di panchine e cestini per i rifiuti’ . Tutto ciò, ovviamente, comporta una certa apertura mentale e sul mondo, ed un’economia in crescita, per il binomio che continuo sempre a difendere con forza che cultura è uguale a miglioramento del tenore e dello stile di vita.
Ma ciò che più ha dell’incredibile, in fondo, è solo il mio stupore, razionalmente eccessivo. Kampala è una capitale del XXI secolo, e la globalizzazione non ha risparmiato alcun paese, non è strano trovarvi locali e ristoranti aperti fino a tarda notte, discoteche a tre piani, centri sportivi e centri benessere, non è strano, non avrei dovuto sorprendermi, e invece….
In Uganda mi sono resa conto di quanto anch’io, sebbene molto attenta a non farmi trascinare da stereotipi e pregiudizi, mi lasci influenzare dalle immagini dell’Africa fornite quotidianamente nel nostro mondo, un’Africa affamata e arretrata, un’Africa abitata unicamente da uomini in gonnella con strani dipinti sul corpo, un’Africa che sicuramente continua ad esistere e resistere, ma che è una delle tante facce di un continente dalle mille rappresentazioni, in cui nessuna è più vera delle altre. In Uganda, e non solo, ho scoperto un’Africa che tutto il mondo dovrebbe vedere e visitare, che riflette le conseguenze della globalizzazione in ogni suo aspetto, che induce a soffermarsi per un attimo sulle evoluzioni e contraddizioni del nostro tempo e a chiederci, tra i timori e lo stupore, dov’è che stiamo andando.
 

Postato da: LAfricanA a 09:48 | link | commenti (1)
globalizzazione, emozioni, contraddizioni

venerdì, 01 giugno 2007
Strane, belle 'coincidenze'!

Conoscere il proprio posto nel vasto movimento dell'universo. Adempiere per il meglio al ruolo attribuito ad ogni nascita, per quanto modesta sia. Sentirsi parte ricevente del gioco cosmico ma, soprattutto, far si che la danza sia bella. Noi privi di tutto, esposti all'inclememza del tempo, ci rivolgiamo dal fango della terra alla luce del cielo, chiedendo una piccola offerta che ci aiuterà a sopravvivere ancora un giorno, ma soprattutto ci otterrà rispetto, un attimo di attenzione e di  amore senza paura, come ulisse a Ogigia, di ritornare nella comunità degli uomini. Lo sai ormai: niente è come sembra, tutto è in uno stato di evoluzione permanente. Le cause si perdono nelle conseguenze fino all'infinito, fino a che si scopre ciò che si è veramente. Tutto continua a funzionare malgrado l'apparente confusione. Resta salda nel centro del tuo cuore. Buon viaggio!

Buon viaggio nelle meraviglie della vita, nelle sue sorprese, nei suoi amori, nelle sue passioni, nei suoi cammini, nei suoi incontri,

buon viaggio a chi, abbandonandosi, avrà la fortuna di conoscere persone speciali, di vivere momenti indimenticabili, di amare anche solo per un minuto, un fiore, un tramonto, uno sguardo, una carezza

Buon viaggio a chi avrà la fortuna di saper aspettare, di godere del talvolta amaro far niente senza avere la sensazione di perdere tempo,

Buon viaggio a te Shurabi, mio dolce incontro inaspettatato, a te che, venuto dall'India, hai portato una carezza sulla mia guancia, un tenero sorriso sul mio volto, una calda fiducia nel mio cuore,

a te che non hai pronunciato tante parole con la voce, ma che trasmetti la tua spiritualità, la tua serenità e la tua forza costantemente al servizio degli altri e del tuo paese.

Grazie per quella carezza, Grazie per quello sguardo,

ci rivedremo!

Shurabi è un indiano che ha vissuto e lavorato con Madre Teresa a Calcutta dall'età di 13 anni. Alla morte della sua guida spirituale e di vita ha fondato un'associazione che si chiama Young Men Welfare Society, si occupa dei giovani, della loro istruzione e formazione. E' arrivato a Napoli all'improvviso, nel bel mezzo di un tour di 10 giorni in europa in visita ai suoi finanziatori, l'ho raggiunto appena saputo, è un uomo grande, robusto, con tanti capelli gonfi e grigi, una grande pancia, e un ampio sorriso, parlava poco Shurabi ma poneva tante questioni, ed io solo tante risposte con tante questioni rimaste nella mia mente ibernate. Ricordo con forza quel 'Vieni', ricordo il calore della mano che mi ha accarezzato il viso, quell'atteggiamento di chi sembrava non avere bisogno di tante spiegazioni, ed io stessa, ora, non riesco a far uscire altre, sempre poche, parole! Semplicemente indimenticabile.

Postato da: LAfricanA a 00:50 | link | commenti (6)
incontri, emozioni

lunedì, 26 febbraio 2007
Affidarsi

Ci sono momenti in cui mancano le parole, momenti in cui l'unica che mi viene in mente è EMOZIONI EMOZIONI EMOZIONI

cosa potrei raccontare, una delle mie 50mila storie, una delle 50mila storie che vivo e ascolto ogni giorno, mi è stata affidata una bimbetta di un paio di mesi per due giorni, una bimbetta nera nera con tanti capelli neri neri che non ha neanche un nome, è stata trovata sulla riva di un fiumiciattolo e portata qui al Centro, due giorni, è stato bellissimo, ora sarà da qualche parte con una suora. Non so perchè lo racconto, forse perchè sono una donna, e la frase ' mi è stata affidata' per un attimo mi è piaciuta, e quella 'prendersi cura' ancora di più.

Cosa è che faccio qui in Burundi? Già cosa? Forse semplicemente mi prendo cura, di ogni gesto e di ogni parola, ascolto ogni rumore ed ogni slancio del cuore, e mi piace, penso che abbia un senso, questo sentire al di là della praticità, degli obiettivi concreti.

A volte ho paura di vivere una vita che non è la mia, di vivere troppo quella degli altri, eppure mi sento cosi ricca, ogni persona che incontro, ogni relazione ognuna diversa dall'altra, è ogni volta una nuova sensibilità, un cambiare punto di vista, credo che sia ogni volta un passo verso la crescita.

Sono diventata grande, porca miseria, e me ne accorgo dalle responsabilità che cerco di mantenere, piccole piccole, eppure cosi importanti.

Sono diventata grande, e percorro un sentiero comune a tutti i ragazzi che ho incontrato qui al Centro, tra la rabbia, i dubbi, la confusione, dritta dritta sulla strada della vita, a cui io mi sono affdata, ancora per un po' qui in Burundi!!

 

Postato da: LAfricanA a 19:41 | link | commenti
emozioni

giovedì, 15 febbraio 2007
Piccole grandi storie

E’ da un po’ che non scrivo, ma è da un po’ che ne sento il bisogno, quest’ultimo periodo è stato molto delicato e pieno, la situazione nel paese non è delle più rosee, e le storie che ascolto, le richieste di aiuto, non sono sempre facili da supportare e sopportare, ma oggi non voglio tristezze, non voglio tragedie, voglio portarvi, per un attimo, nel mio sogno, nella bellezza di questa terra, nonostante tutto, nelle emozioni del moi cuore, nonostante il dolore e la malinconia. Lo scorso fine settimana sono stata a Muramvya, la provincia delle ‘capitali reali’, la provincia dei re e dell’antico potere monarchico, un posto da sogno, di una pace ed una tranquillità che, per chi, come me, arriva dalla periferia urbana di Kamenge, la più colpita dalle guerra, caotica, un formicaio di gente ammassata, sembrava quasi irreale, ed ancora più irreale diveniva la consapevolezza della guerra, l’immagine di gente trasformata in lupi. Il silenzio di quelle verdi colline, tradite da soffi di risate di bambini, la sollecitudine di contadini ed allevatori presi nel loro lavoro, avvolti da calma e tempo, il gioco di sguardi, di volti che distolgono l’attenzione dal terreno per accogliere e sorprendere gli stranieri nel loro gesto più inconsueto, senza una parola, senza un movimento brusco e fuori luogo, solo piccoli gesti, spruzzi di fierezza, riti di brevi e intense condivisioni, tutte immagini impresse, fisse nel cuore e dopo nella mente. Strano pensare che quel paradiso fosse stato un inferno, che quella gente sia sia svegliata una mattina per sporcare la pace della loro terra di sangue. ‘Come è stato possibile ? Non riesco ad immaginare violenza nei gesti di queste persone’- ho chiesto al mio accompagnatore. ‘La guerra ha creato lupi, la gente è stata corrotta, non riesco a trovare spiegazioni’- mi ha risposto. Abbiamo seguito un sentiero di campagna, tra case nascoste da cespugli, occhi di bimbi che spuntavano curiosi da ogni porta, piccole capre che saltellavano, era quasi tramonto quando siamo giunti a destinazione: un’abitazione tradizionale, circondata da un recinto e coperta da foglie di banana, un simpatico giovanotto di 103 anni, ed una simpatica signora di 87, bellissimi! Non sembravano segnati dal tempo, ma fuori da esso; lui si perdeva nei vestiti per la sua magrezza, i suoi occhi di tanto in tanto sparivano nel suo cappello di paglia troppo grande per il suo esile e profondo viso, ‘è lei che mi tiene giovane e forte’ dice. Li è la sua donna, quella della vita, quella che si prende cura oggi come ieri di un uomo che è stato un grande capo, che ha combattuto per il re in Congo prima della colonizzazione, e poi con i tedeschi contro i belgi durante la I° Guerra Mondiale, i tratti del suo volto tradiscono una bellezza passata ma ancora fresca, la sua stazza una forza tipica delle donne dei grandi uomini. Sembravano usciti da un film che avevo sempre sognato di vivere, ho ascoltato le storie di un vecchio saggio africano sotto un albero di banane, in compagnia di una birra di sorgo, sono stata scelta come sua fidanzata, sono stata oggetto di un rito di prosperità e benessere, accompagnata da preghiere e benedizioni. Ho pensato a mio nonno, alle sue storie di guerra e di pace, in fondo non sono tanto diverse, la nostalgia dei bei tempi era la stessa, l’ orgoglio del poter raccontare anche, ho visto decenni e decenni scorrere davanti ai miei occhi chiusi per poter provare a vivere solo per un attimo quelle parole. Era buio quando Terence ci ha quasi cacciato da casa perchè era ora del fuoco e della nanna, dopo aver ‘ordinato’ alla sua donna di accompagnare gli ospiti; era buio, completamente buio quando ho ripercorso lo stesso sentiero di campagna mentre quella donna meravigliosa mi teneva sotto il suo braccio per non farmi cadere e mi raccontava chissà cosa nella sua lingua; era buio quando continuavo a dire si con la testa e con lo sguardo come se capissi tutto, credo che fossero continui grazie, continue benedizioni, continui auguri di ogni bene; era buio quando continuavamo ad incontrare gente per strada che si dissolveva in piccole grida di stupore ogni volta che accennavo parole in kirundi; era buio quando quella pace, quel silenzio, quel sapore di vita mi è entrato nelle ossa e nel cuore, non potro’ mai dimenticare! Murakoze Cane

Postato da: LAfricanA a 09:24 | link | commenti (1)
incontri, emozioni, tra illusioni e realtà, ricordi africani

sabato, 09 dicembre 2006
Tornero'!

Kila kitu kinamwanza kinamwisha-Tutto cio' che comincia finisce, intona una canzone di un artista burundese;un artista che si chiama Steven Irambona, uno dei 27000 ragazzi del Centro Giovani Kamenge, uno dei tanti che grazie al lavoro di Claudio è riuscito a dare un senso alla sua vita, un orfano di padre che ha subito i maltrattamenti del suo patrigno fin quando ha deciso di andare via da casa per cavarsela da solo, per realizzare il suo sogno di musicista. 

Vugukuri-Dite la verità, intona una canzone rap di Mitschel, uno dei ragazzi del Centro Ceres, uno di quelli che comunemente chiamiamo 'ragazzi di strada', un orfano che continua a pagare le conseguenze della guerra, uno che non ha paura di dire la verità, anzi di cantarla nella sua musica di strada, invocando la giustizia e la verità, un piccoletto tutto pepe di 14 anni che sogna di diventare una star.

Steven e Mitschell stanno realizzando i loro sogni, Steven è ormai una star in Burundi, l'anno scorso è uscito il suo primo album che s'intitola Ubuzima-La vita, Mitschell ieri è stato in radio e ha cantato in diretta il suo cavallo di battaglia: Burundi ni matata sana-Il Burundi è molto malato; e ha conosciuto il più famoso artista burundese: Big Furios. Se riesco, al mio ritorno in Burundi, finanziero' il suo primo album.

Se riesco, al mio ritorno in Burundi costruiro' una 'Casa della musica' per i ragazzi di strada, organizzero' spettacoli per beneficenza, aiutero' i burundesi ad aiutarsi da soli, preparero' lo statuto per l'associazione del gruppo salsa, avviero' l'adozione a distanza per gli orfani dei quartieri nord, organizzero' corsi di formazione, faro'.......

........probabilmente poco o nulla di tutto questo da sola, ma sogno, sogno di realizzare piccoli sogni, sogno di rivedere lo sguardo che aveva ieri Mitschell mentre lo accompagnavo alla radio, mentre stringeva la mano al suo idolo, sogno di ritrovare in tutti i giovani burundesi la determinazione di Steven mentre mi raccontava di quando diventerà 'qualcuno', il suo orgoglio mentre mi spiegava il contenuto del suo primo album, sogno la loro fierezza nell'essere burundesi, l'attaccamento alle proprie origini e alla loro patria, nonostante il Burundi sia il paese più povero del mondo, nonostante la guerra non sia mai veramente finita, nonostante l'impossibilità di esprimere le proprie opinioni.

Tra un po' tornero' a casa per trascorrere le vacanze di Natale con la mia famiglia, una piccola pausa di un mese prima di respirare nuovamente l'odore di questa terra rossa che tanto amo, torno con tanta voglia di raccontare e condividere, torno con tante idee da rimettere in ordine, con tante emozioni da metabolizzare, torno con la sensazione di essere un po' più forte, ma anche più confusa, torno con la consapevolezza che dovro' prepararmi ad un periodo più lungo e intenso qui in Burundi, torno con tanti ricordi e nuovi affetti, e e tanti desideri per l'anno nuovo.

I miei amici burundesi mi hanno insegnato ad attendere e ad avere pazienza, a comprendere e superare le differenze, mi hanno insegnato cos'è la casa, cos'è una famiglia, che non s'identifica solo con un luogo materiale, ma con tutte le persone che hanno condiviso le piccole quotidianità, un pezzo di pane o una birra, momenti tristi e momenti sereni, miserie e gioie.

A tutti loro posso solo dire: Murakoze Cane, Grazie mille.

Tornero' presto!!!

Postato da: LAfricanA a 19:15 | link | commenti (4)
emozioni, burundi, al cejeka

martedì, 21 novembre 2006
Le acque passeranno attraverso le montagne!

Burundi 014

Inter medium montium pertransibunt aquae – le acque passeranno attraverso le montagne.

….e silenziose scaveranno e plasmeranno e modificheranno irrimediabilmente, in un perseverante movimento in cui ogni goccia è indispensabile!

Eravamo con la pioggia e senza elettricità, eravamo con la paura e la diffidenza, eravamo spaesati e con linguaggi diversi, eravamo soli e senza troppa pazienza. Il tempo scorreva al ritmo di quelle migliaia di gocce d’acqua, io sorvegliavo la mia borsa e non capivo i loro movimenti, e loro fissavano la mia auto e la mia telecamera ed era come se di me ci fosse solo quello.

Attendevo che arrivasse il gruppo salsa, avevano promesso che avrebbero danzato per loro, era la giornata per i diritti dei bambini, e si poteva dire che i bambini avevano diritto ad avere dei genitori, ad andare a scuola, a giocare e a sognare, a ridere e mangiare caramelle; si poteva dire ma non l’ho detto, ho detto solo che era la giornata per i diritti dei bambini e che loro anche erano dei bambini, e che loro anche dovevano essere ricordati e festeggiati. Si poteva dire che i bambini non devono lavorare, che non devono essere picchiati, che hanno il diritto di essere ascoltati, di avere una casa; si poteva dire ma non l’ho detto, ho detto solo che era la giornata per i diritti dei bambini ma che non potevo offrire loro un lavoro o una casa, non potevo fare promesse e regalare false illusioni, ho detto che potevo donare un po’ di amicizia e un po’ del mio tempo, che potevo ascoltare della musica e danzare con loro, che potevo dare una mano solo per stringere la loro.

“Io ho dell’odio dentro. Io ho dell’odio dentro perchè sono orfano, perché sono cresciuto per strada e nessuno ha mai avuto cura di me, perché sono stato picchiato, perché sono stato in prigione, perché tanti visitatori vengono e sorridono e poi ripartono ed io sono sempre qui, perché non ho fiducia di nessuno, e tra un po’ mi cacceranno da qui perché sono grande e tornerò per strada e allora sarò irrecuperabile!”

Io, invece, ho del dolore dentro, e della paura, dell’impotenza e della rabbia, ma anche della volontà, e dell’incapacità di dimenticarli e abbandonarli. Sono 105, tra i 7 ed i 30 anni, presi dalla strada ed obbligati a vivere in un centro governativo ai margini della società, fumano maryuana e rubano, molti sono stati in prigione, molti sono orfani, altri non sanno dove siano i propri genitori, non sono mai andati a scuola, non parlano francese, sono aggressivi verbalmente e lo sono anche fisicamente tra loro, sono delusi, soli, tristi e amareggiati, diffidenti. “I responsabili del centro in cui ci costringono a vivere ci odiano”, in più se ne fregano!! Ieri erano presenti il direttore ed il Vice-Direttore solo perché ho detto che sarebbe venuto un inviato di una radio locale, solo perché avevano paura anche loro. Era un’occasione importante, era la prima volta, il primo contatto, non avevo molte strade, se non fossi riuscita a strappare un sorriso e a conquistare un pezzettino del loro cuore mi sarei bruciata ogni carta, avrei disfatto il mosaico prima ancora di cominciarlo. E’ stata dura, ma Christian è stato bravissimo; ha utilizzato tute le sue energie e le sue capacità comunicative da bravo giornalista, ha utilizzato il loro gergo, quello della strada, urlava “siete delle nullità, non volete partecipare con noi perché siete dei vigliacchi, perché non siete all’altezza”. Ho pensato fosse impazzito e invece ha funzionato, erano inkazzati viola, sono entrati nella sala preparata per loro e per lo spettacolo solo per motivi di orgoglio, poi, però, hanno cominciato a parlare del loro odio, hanno spiegato le loro motivazioni, hanno scherzato, abbiamo ballato, cantato, in una parola comunicato. E’ stata un’emozione intensa, indescrivibile, una piccola vittoria: erano talmente contenti che non volevano lasciarci andar via. Mi hanno ringraziato e non potevo crederci, mi hanno chiesto di tornare, mi hanno preso la mano, mi hanno……fatto piangere come una bimba!! Sono andata via e mi hanno accompagnato fino alla strada principale, sorridevano, avevano lo sguardo felice e divertito, forse un po’ stupito.

Coraggio, mi sono detta. Qui autem timet, non est perfectus in caritate – chi ha paura non sa amare (San Giovanni Apostolo).

Coraggio, mi sono detta, non puoi far rispettare i loro diritti ma puoi donare l’amore che puoi, le energie che puoi, le capacità che puoi.

Se non ci sono difficoltà, le nostre occupazioni non hanno attrattiva umana, né soprannaturale. Se, nel piantare un chiodo nel muro, non trovi resistenza, che cosa ci potrai mai appendere? (Forgia, Josemarìa Escrivà).

Coraggio, è l’amore la soluzione!

Postato da: LAfricanA a 18:59 | link | commenti (3)
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giovedì, 02 novembre 2006
Salsa e ramazzotti in un bus burundese!

Burundi 004

Resterei volentieri a letto oggi, soprattutto perché fuori piove e sembra non voler lasciare tregua, e ancor di più perché ho un terribile mal di gola che non mi ha lasciato dormire stanotte. Stamattina sono stata svegliata dal rumore di una sega, ho sbirciato fuori alquanto stanca ed innervosita con la tentazione di urlare: Ma insomma che modi, a quest’ora e con gente che dorme!!, ma ho intravisto Patrice, il nostro cuoco, appeso ad un albero che canticchiava. Mi ha fatto l’occhiolino ed ha accennato un sorriso. Ho chiuso la tenda ed ho riso tra me e me, per un attimo ho dimenticato la stanchezza ed il mal di gola, ho guardato l’orologio e ….cacchio era tardissimo: le 8.00!! Qui la vita comincia alle 5.00 di mattina, alle 5.30 sono già tutti per strada, chi lavora, chi beve, chi si lascia prendere dal dolce far niente, dal bighellonare senza meta, o da interminabili discussioni senza capo né coda che termineranno solo con l’arrivo della notte, cioè verso le 18:00.

Alle 8.30 avrei dovuto essere alla radio, per la mia consueta trasmissione del mercoledì, ma proprio non riuscivo ad alzarmi dal letto, chiamo Chri per scusarmi ed avvisarlo che non sarei andata, ma non sono riuscita a tenermi le sue provocazioni, anche se scherzose, sui muzungu (i bianchi) che non rispettano gli impegni, che dormono tanto e che fanno quello che vogliono. Mi sono alzata, preparata in tutta fretta, ho corso sotto la pioggia ed ho preso il primo bus per il centro. Tutti mi guardavano e ridevano, una muzungu nel bus, avranno pensato tutti che fossi l’unica muzungu povera di Bujumbura. Ho chiesto di sintonizzare la radio sulla frequenza di Isanganiro, ed ho ascoltato Chri che faceva battute sul mio ritardo giustificandolo con il fatto che avevo preso un bus burundese e non un elicottero personale, ribadendo che non ero una ‘babilonese’ ( che nel suo gergo significa una viziata borghese), e sollecitando l’autista del bus a darsi una mossa. E’ stato uno dei momenti più esilaranti della mia vita, la gente nel bus aveva ormai compreso tutta la storia e rideva di gusto, bisbigliava, faceva battute, mentre l’autista era combattuto tra l’esigenza di guadagnare e fermarsi ogni 30 secondi per ammassare gente, e quella di trasportare la neo-star-muzungu il più presto possibile sperando in una lauta ricompensa. Li sollecito a fare il loro normale lavoro, mentre tutto l’autobus vibrava al ritmo salsa della trasmissione radio e alle note sdolcinate dell’ultima canzone di Eros Ramazzotti. Scene da film comico-americano, cioè incredibili!!

Quando arrivo in centro erano già le 9.10, avevo 20 minuti di tempo. Comincio a correre con tutti che mi salutavano e mi facevano spazio, piombo tutta sudata in radio e dico: Ei muessi (neri), chi è allora la muzungu rugereka (cioè il colono bianco, l’invasore, e robe simili)?? Ridevano tutti mentre raccontavo nel mio triste francese la storia della musungu nell’animato bus. All’uscita dalla radio mi ritrovo 5 o 6 persone arrivate per dirmi che non sono una muzungu, che sono burundese, ecc. Chri era piegato in due dalle risate, ed io piangevo dal ridere, ci avevano preso sul serio, ed erano venuti per difendermi, pazzesco ragazzi. Il risultato è che tra risate e pioggia e tutto quello che è successo dopo, ci ho rimesso la voce, la gola e il sonno, ma chissenefrega, per la prima volta sono riuscita a prendere in giro i mweussi ( i neri) più di quanto loro facessero con me povera musungu (bianca), è stato molto bello sentirmi un po’ tra loro!!

Postato da: LAfricanA a 18:41 | link | commenti (3)
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