Il prezzo dell'Africa, di occhi e dolore. Spari al termine del giorno, chi vende e chi si vende: armi e vite. Ciò che si vede e quel che resta è opaco. Una mano tesa, il mento rivolto verso l'alto: Dignità. Occhi contro occhi, flebili fiammelle, è BUIO! E poi il DOMANI! Storie Africane

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"Abbiamo in prestito questo mondo per i nostri figli, non è che lo abbiamo ereditato dai nostri padri, allora ai nostri figli dobbiamo dire: Ti abbiamo voluto bene, ti abbiamo amato" (R.BENIGNI) ****************************************** Celui qui accepte le mal est tout autant responsable que celui qui le commet. Celui qui voit le mal et ne proteste pas, celui-là aide à faire le mal. (M.L.KING)

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domenica, 20 aprile 2008
Grida

Le previsioni si sono realizzate molto prima del previsto....

Il deserto delle vivaci strade burundesi al calare del sole e il vuoto dei locali e dei ristoranti normalmente frequentati senza orario e senza timore lo annunciavano, così come lo annunciavano gli spari notturni, gli arresti arbitrari, le minacce contro i partiti all'opposizione, gli assassinii di gente innocente nei quartieri nord, gli innumerevoli e faliti tentativi di negoziazione con le FNL, l'ultimo gruppo ribelle nel paese.

Da giovedi sera la capitale affonda sotto le bombe, lanciate in vari quartieri della capitale, e trema sotto il fuoco incrociato tra l'esercito e i ribelli. La popolazione trascorre di nuovo ore interminabili, chiedendosi dove cadrà la prossima bomba, chi colpirà il prossimo proiettile.

Tutto ciò non ha senso, qusta guerra interminabile non ha più senso, queste morti non hanno mai avuto senso, e questo dolore pungente che immagino negli occhi di amici e madri e bambini che ho lasciato appena due settimane fa non ha senso.

Il governo accusa le Fnl, le Fnl rifutano le accuse. Tutti i giornali e le radio parlano di attacchi delle Fnl, di violazioni del cessate-il-fuoco, le Nazioni Unite invitano le Fnl a cessare le ostilità e continuano a restare accanto, inerti e deboli, ad un governo di ladri e assassini.

Eppure tutti conoscono la verità, non sono semplici attacchi delle Fnl, si tratta bensi di una strategia elaborata da tempo dal partito al governo. Questa strategia consiste nel provocare il panico nel paese, nel nutrire l'instabilità e l' insicurezza, al fine di ritardare il processo elettorale, mettere a tacere ogni opposizione, mantenere il potere il più a lungo possibile. Questa strategia è in costruzione da mesi, da quando il Cndd-Fdd,  ex-gruppo ribelle e attuale partito al governo, ha ingaggiato un gruppo di  ex-ribelli demobilizzati e rimasti fedeli al partito per uccidere chiunque si opponga alla sua politica violenta e oppressiva; da quando aerei provenienti dal Sudan carichi di armi atterrano a Bujumbura nel cuore della notte. I burundesi e i funzionari delle Nazioni Unite hanno occhi per vedere e orecchie per sentire, eppure nessuno ha avuto una bocca e i coglioni per parlare.

I poveracci che ci rimetteranno le penne, invece, non hanno più lacrime per piangere.

Guai, guai a chi dirà: "Non ne sapevamo niente"

Povera, povera e triste la coscienza di colui che non ha fatto nulla, guadagnando soldi sulla vita di esseri umani. Enormi dovrebbero essere i sensi di colpa di chi poteva e non ha voluto.

Tanti allarmi sono stati lanciati, poche voci hanno cercato di avvertire, di chiedere aiuto. Niente! Vuoto!

Ora c'è solo il suono dei proiettili e l'eco delle bombe a riempire questo nulla di lacrime e dolore, e quelle bocche di inutili appelli alla calma e alla pace.

Un governo legittimmamente eletto di assassini, rende oggi assassini tutti coloro che tacitamente lo sostengono. Intrattenere relazioni internazionali con un governo legittimamente eletto di assassini priva le istituzioni e la comunità internazionali del valore di tutti gli sforzi fatti sul cammino della pace.

Sono triste, inkazzata, disgustata, preoccupata, impotente, incapace di immaginare un futuro diverso peri miei figli.

L'assurdità dell'avidità umana e della mancanza di umanità mi avvilisce.

Grido qui, su questo blog, forte e inutilmente come sempre. Le mie grida non fermeranno le armi di guerra, e non copriranno le urla di madri, figli, padri, amici, speranze che non vedranno più futuri.

Mi aiuteranno solo a sentirmi meno inutile!!

Valeria Alfieri

Postato da: LAfricanA a 20:56 | link | commenti (15)
guerra e pace, burundi

lunedì, 10 marzo 2008
Torna a casa

Un sospiro nella notte, l’ultimo suono soffocato da lanci di granate, una mamma e il suo bambino riposavano in un’alba che non vide luogo, l’ennesime vittime di un male senza senso, senza che denunce siano ascoltate. La pace non ritorna e la musica è di un giorno interminabile di lutto e grida. Cosa ne sarà degli amici e delle speranze, del sogno di una vita insieme che corre tra campi di spighe. Solo il soffio del vento a portare via quest’angoscia, solo l’assurda abitudine della morte a riscaldare il cuore impotente. Anni di dolore e poi la speranza spenta al nascere, il cambiamento  assassinato dalla cieca avidità, dalla cieca stupidità del potere. Cosa ne sarà dei bambini e del futuro!! ‘Mamma, che succede’- e la mamma non trovò le parole. Neanche - ‘Fuochi d’artificio, figlio mio’ – riuscì a dire. Ecco la dea bendata in una strada senza uscita… quale il futuro?

La filosofia dell’istante che domina ogni anima di un paese senza pace, di un paese di foreste disboscate ed armi dal Sudan, di petrolio della Nigeria e giri di affari milionari, della comunità internazionale sorda alle richieste di aiuto e protezione. Rav 4, grandi auto e occhi di fame, Presidenti populisti e assassini che piantano alberi e ammazzano gente, e l’impotenza e il singhiozzo di un grido di denuncia che non trova fiato. Il Burundi sta soffocando, tra la disillusione, la delusione, la stanchezza, la responsabilità di chi imbraccia armi e l’unico peccato di chi subisce senza scelta. Vorrei chiamare Dio, chiedergli di aprire gli occhi, di tornare a casa, sedersi su di una poltrona, accendere la televisione… e cullare quella mamma e il suo bambino!!

Postato da: LAfricanA a 20:46 | link | commenti
guerra e pace, burundi, tra illusioni e realtà

giovedì, 02 agosto 2007
Questa è la storia di Ab e Av

Questa è la storia di Ab e Av, di un incontro avvenuto non per caso, di un’amicizia che è cresciuta poco per volta, fino a diventare più grande di ogni altro sentimento, fino ad andare oltre l’amore che potrebbe nascere tra un uomo ed una donna. Questa è una storia di fiducia indefinibile, di speranza, di pace e guerra, di promesse e di non ti dimenticherò, di lacrime e mani che le asciugano:
“Murakoze Av, murakoze”. Grazie Av, grazie, continuava a ripetere Ab, dopo una notte insonne tra lacrime che non volevano fermarsi, tristi ricordi e nuove e difficili speranze. Ab aveva raccontato ad Av tutta la sua triste storia, perché Av aveva “due orecchie per ascoltare, un cuore per comprendere, coraggio per parlare e rispetto per restare in silenzio”. Insieme hanno ballato e riso, si sono arrabbiati e hanno litigato, si sono confidati e tenuti per mano.
Ab viveva in un paese bellissimo, un paese a forma di cuore, ricoperto da alberi di banane, ananas e eucalipto, decorato da mille e mille colline su cui si abbandonava e scorazzava su e giù felice come su di un’altalena, un paese argentato come l’immenso lago che lo bagnava. Suo padre era un musicista, un uomo severo ma altruista, e sua madre si occupava di lui come si fa coi re. Ab era cresciuto circondato da voci allegre e spensierate, riscaldate dal tepore di belle giornate di scuola e musica, amici e amori, non sapeva cosa fosse la guerra, non aveva mai sentito questa bizzarra parola, non sapeva cosa fossero gli hutu e i tutsi, non aveva mai sentito parlare di etnie e identità. Suo padre, per quanto severo e duro, lo aveva sempre protetto dalle distorsioni del mondo, dalle brutture di cui l’uomo a volte può essere capace.
Ab andava a scuola e non aveva mai conosciuto la sofferenza prima di allora, prima di quella sera in cui un uomo gli donò un fucile urlando “È la guerra”, prima di quella sera in cui tanti amici e vicini non fecero ritorno a casa, prima di quella sera in cui udì il primo colpo di arma da fuoco della sua vita. Allora Ab capì che qualcosa sarebbe cambiato per sempre, che il suo paese e quel lago si sarebbero colorati di un colore diverso dall’argento, mentre i suoi sogni, quelli di un qualsiasi ragazzo di 14 anni, volavano via sempre più lontano, sempre più soffocati dalle urla, dal fumo, dagli spari, dalla pioggia che cadeva nella foresta sulla testa di giovani soldati, dalla nostalgia della sua famiglia, dall’imprevedibilità del domani che scompare con la forza ed il fragore di un tuono in un paese in guerra.
Ab aveva imparato a sparare, aveva ucciso molti nemici e visto uccidere molti amici, poi aveva cominciato ad uccidere quelli che prima erano amici e cominciato a parlare con quelli che prima erano nemici, fino al giorno in cui si rese conto di non capirci più niente. Cosa stava diventando? Cosa stava combattendo? Per chi? Contro chi? Stava distruggendo la sua vita, era vivo per miracolo dopo anni di morte e nascondigli nelle foreste, dopo aver patito la fame, il freddo, le malattie, la distruzione di tutte le bellezze della vita. Era stanco Ab, davvero stanco, la guerra lo aveva portato in un paese lontano dalla sua casa, la guerra lo costringeva a vivere nella paura e nell’orrore di minuti interminabili. Fin quando un giorno qualcuno gli dice che sua madre aveva attraversato frontiere per venire a riprendersi il suo piccolo re e che anche Eg, il suo migliore amico, era venuto a cercarlo e aveva lasciato una lettera per lui. Ab capisce di non essere solo, voleva piangere ma non aveva più lacrime, e allora comincia a correre, a correre per la sua pace.
“Corri Ab, corri e non fermarti! Corri Ab, corri e non voltarti!”
….e correva correva tra case distrutte, bambini che morivano di fame, donne mutilate.
“Scappa Ab, scappa dal ferro e dal fuoco! Scappa Ab, scappa e non tornare!”
….e scappava scappava da tutto ciò che non riusciva a perdonare.
“Vola Ab, vola a riabbracciare tua madre!”
….e volava volava tra i proiettili ed il temporale.
E ce l’ha fatta Ab, ce l’ha fatta, è tornato a casa e ha riabbracciato sua madre, l’ha abbracciata dopo anni, dopo che la guerra si era impossessata di ogni momento di gioia, l’ha abbracciata per l’ultima volta prima che morisse tra le sue braccia, come tanti suoi amici, come tanti suoi nemici, come tutto quell’amore che la guerra aveva chiuso a chiave.
EEamore che la guerra aveva chiuso a chiave.
 tanti suoi amici, come tanti suoi nemici, come tutto quell'
Era tornato a casa Ab ma non aveva mai smesso di piangere, era tornato a casa ma non aveva mai perdonato, non aveva mai donato fiducia neanche a se stesso, non aveva mai smesso di pentirsi chiedendo continuamente scusa “scusa per come mi sono comportato e per come mi comporterò”.
Lo sapeva Ab che la guerra ancora non era finita, che quelle immagini e tutto quel dolore non erano rimasti indietro nella sua corsa verso la pace, eppure ci provava, provava a sperare e a costruire, a ballare e amare, ma nessuno conosceva la sua storia, nessuno doveva conoscerla, lui non uccideva più e non portava più armi, solo un peso enorme sul cuore.
E correndo Ab incontra Av, non hanno mai trascorso tanto tempo insieme, e Ab non amava quelli come Av. Lei veniva da un posto lontano, non era del suo paese, era spensierata e non aveva mai visto un’arma. Eppure avevano qualcosa in comune, avevano imparato a correre tutti e due.
Poco a poco i due s’incontrano, si conoscono, si scambiano sorrisi, si cercano. Av lo ascoltava e Ab la proteggeva e la confortava. Aveva qualcosa Av che Ab amava tanto, riusciva sempre a mantenere le sue promesse ed inseguire le sue speranze, aiutava tutti e prendeva a cuore le storie degli altri, li ascoltava, e Ab in quel momento aveva tanto bisogno di essere ascoltato, di sorrisi e di dolcezza.
E così Av aveva cominciato ad ascoltare la sua storia, e Ab aveva cominciato ad affrontare il suo dolore, dalle sue labbra uscivano parole dure, spesso deluse, sensazioni talvolta confuse, che Av cercava di comprendere e poi lasciava che volassero via perché la speranza e l’amore potessero prendere il posto di tutta quella sofferenza, di tutta quell’incapacità di perdonarsi per il male che aveva fatto. Ab non era più un militare, anche se continuava a sentirsi tale, e Av lo portava con sé a ballare sulla luna, a correre nei bananeti, a giocare nell’acqua argentata del lago. Ab si era di nuovo innamorato, della vita e di Av, anche Av lo amava, ma lo amava come si ama una persona con un gran cuore, una persona che le aveva regalato momenti indimenticabili, come si ama un fratello. Questo Ab non l’aveva capito, e così un giorno quell’incantesimo si ruppe, Ab comincia a bere e Av comincia ad avere paura. L’alcool faceva uscire fuori tutta la violenza che Ab cercava di dimenticare, e Av diventava il buco nella rete di tutti i gol mancati nella sua vita. Av si allontana allora spaventata e con un gran magone in gola, aveva paura, aveva paura per Ab, sentiva di aver sbagliato, e aveva paura per lei, sentiva la violenza della guerra sulla sua pelle, ma non ce la faceva a lasciarlo andare, a lasciarlo affogare nella birra e nelle lacrime, e così un giorno, in piena notte, lo chiama e tra le lacrime gli chiede di abbracciarla. Ab urlava, la accusava di averlo tradito, di aver ucciso il suo amore, condannava la sua vita e condannava lei. Av rimaneva lì e lo ascoltava, piangeva e gli teneva le mani, aveva paura del coltello nella sua tasca ma doveva resistere, e doveva amarlo e fidarsi, come aveva sempre fatto. Fu allora che Ab capì, sentì la paura di Av ma, al tempo stesso, sentiva la sua forza e la sua determinazione, il suo attaccamento alla vita, la sua fiducia, fu allora che Ab ricominciò a correre, questa volta senza di lei, la lasciò andare e gettò quel pugnale, l’abbracciò chiamandola per nome, un nome che non avrebbe mai dimenticato, un nome che avrebbe continuato a correre nei suoi pensieri e nelle sue speranze.
Ab e Av da allora non si sarebbero più lasciati, i loro cuori continuano a viaggiare insieme nella pace. Ab aveva capito che l’amore di Av andava oltre quello di una donna per un uomo, era molto più grande, era un amore che non chiedeva nulla in cambio, era amore per l’uomo, fiducia nell’umanità, era convinzione che ogni essere umano ha la possibilità di amare e amarsi, di donare tanto a se stesso e agli altri. Il passato, quello nessuno poteva cambiarlo né cancellarlo, ma il futuro… Av lo aveva aiutato a ricostruirlo, a crederci, a sperare, a combattere, perché la vita è più forte di un fucile, e il loro legame è più forte della morte.
Grazie Ab, grazie!
Grazie Av, grazie!

Postato da: LAfricanA a 14:16 | link | commenti
guerra e pace, incontri, burundi, ponti di follia

lunedì, 23 luglio 2007
Sono proprio belli!!

campi di lavoro al Centre Jeunes Kamenge

Al Centro sono tutti in piena attività, campi di lavoro per ricostruire le case distrutte durante la guerra, per aiutare volontariamente le famiglie più disagiate. Giovani di ogni etnia, religione, colore, classe sociale, s'incontrano per costruire il loro sogno di pace, di armonia e giustizia. Lavorano gratuitamente, in nome di quella solidarietà che abbiamo dimenticato, il premio è sentirsi partecipi, in prima linea, del processo di riconciliazione e ricostruzione.

spettacolo al Centre Jeunes Kamenge

...e poi sono belli, non sono belli? Ogni sabato al Centro c'è un concerto per accompagnare l'estate e i visitatori che accorrono numerosi da tutta Europa per guardare con i propri occhi 'il miracolo che nessuno credeva possibile', il luogo in cui hutu e tutsi, e non solo, s'incontrano e vivono insieme nella pace, dopo decenni di massacri.

Postato da: LAfricanA a 20:44 | link | commenti (6)
incontri, burundi, al cejeka

venerdì, 29 giugno 2007
I giovani del Centre Jeunes Kamenge

27mila, è il numero dei giovani tra i 16 ed i 30 anni iscritti al Cejeka, 1500 è il numero di quelli che lo frequentano quotidianamente, 300 le associazioni locali con cui il Cejeka collabora, 6 i comuni nord della capitale in cui svolgono alcune delle sue attività, 50 le persone impiegate full-time e 40 i volontari.
Cejeka sta per Centre Jeunes Kamenge (Centro Giovani di Kamenge), il miracolo che nessuno credeva possibile, il posto in cui hutu e tutsi, ma anche batwa, congolesi, ruandesi, cattolici e musulmani, giocano insieme, studiano insieme, vivono insieme. Il progetto di tre Padri saveriani, Claudio Marano, Marino Bettinsoli, e Victor Ghirardi, si è concretizzato nel 1993, alla vigilia di una guerra che, di lì a poco, avrebbe portato alla ghettizzazione etnica, ad esodi di massa, a massacri inauditi contro l’uno o l’altro gruppo: la popolazione si sarebbe divisa etnia contro etnia, hutu contro tutsi e il Centro sarebbe diventato una sorta di linea di confine, crocevia tra quartieri etnicizzati.
In quei mesi terribili di violenza e sangue, i tre missionari hanno portato avanti le loro attività nonostante le minacce, nonostante le accuse di essere ora pro-hutu ora pro-tutsi, e molti giovani, di tutte le etnie, hanno continuato a frequentare il Centro e a lavorare per la pace mentre fuori i loro parenti e amici si massacravano perché diversi.
La guerra aveva completamente raso al suolo i quartieri di Kamenge e Kinama, al di fuori del Centro era solo vuoto e paura. Non un solo uomo è sfuggito alla guerra ed alle sue conseguenze: ai 300mila morti, 800mila rifugiati e 400mila sfollati, si aggiungevano (e restano visibili ancora oggi) le conseguenze economiche e sociali, i danni morali e psicologici, sono quest’ultimi, soprattutto, che rendono difficile il cammino verso la pace. Ogni ragazzo del Centro ha una storia da raccontare e una strada da percorrere per lasciarsi alle spalle anni di insicurezza e dolore, ogni ragazzo del centro vorrebbe solo dimenticare e dovrebbe riuscire a perdonare, anche se è troppo difficile –  come dice Bienvenu, 22 anni, congolese - Noi congolesi eravamo considerati come degli hutu, io sono scappato dalla guerra in Burundi e mi sono rifugiato in Congo, poi sono dovuto scappare anche da lì quando è arrivato l’esercito di Kabila. Oggi vivo un po’ bene, il Centro mi paga la scuola, posso uscire senza paura ed andare in quei quartieri dove, durante la guerra, era pericoloso recarsi per quelli dell’altro gruppo.
Oggi i quartieri nord si sono ripopolati, le case sono state ricostruite, grazie anche all’opera instancabile di padre Claudio Marano che ogni estate, per tre mesi, organizza dei campi di lavoro per ricostruire le case distrutte durante la guerra; oggi c’è un accordo di pace ed un governo democraticamente eletto, e quei ragazzi, che avevano abdicato alla guerra e lottato per la vita del ‘loro’ Centro  sono diventati degli uomini di pace e dei punti di riferimento per altri giovani dei quartieri. Il Centro insegna a vivere nelle differenze ed arricchirsi con esse, insegna il rispetto per gli altri e dona speranza a giovani che hanno tanti sogni e scarsi mezzi per realizzarli. Non si finanziano grandi opere, né si realizzano progetti subitaneamente visibili, semplicemente si mettono insieme le capacità e l’inventiva di ognuno per costruire un mondo di fratelli. L’obiettivo è crescere insieme nella e per la pace, e lo si persegue attraverso attività sportive e ricreative, corsi di lingua, educazione alla democrazia ed ai diritti umani, formazione sull’Aids, alfabetizzazione, sostegno scolastico, concerti, marce, tornei culturali e sportivi, e qualsiasi altra attività proposta ed affidata a tutti coloro che volontariamente scelgono di donare il loro contributo, siano essi burundesi, congolesi, o europei, siano essi musulmani o cattolici. Il Centro rappresenta ciò che nessuno credeva possibile, e si è ampiamente meritato il premio nobel alternativo per la pace Right Livelyhood.
L’identità non è e non deve essere motivo di inclusione o esclusione, i ‘ragazzi di padre Claudio’ devono poter scegliere i loro amici sulla base di valori e condivisioni che vanno al di là della condizione sociale o dell’appartenenza ad un gruppo; i giovani del Centro, ma non solo, sono stanchi di guerre e di storie di guerra, ed oggi la loro principale preoccupazione dovrebbe essere sognare cosa fare da grande. Purtroppo non è sempre così.
Se oggi la guerra resta nelle storie e nei ricordi, e la pace vive nella speranza di un futuro diverso e migliore, i problemi più urgenti che il paese, ed i giovani, si trovano ad affrontare, riguardano soprattutto l’aspetto economico, e si evidenziano nel sogno, tutt’oggi ricorrente in molti, di raggiungere l’Europa o di sposare un bianco, come garanzia di un contratto a vita. Il mio problema è trovare i soldi per pagarmi la scuola, e per assicurarmi un pasto al giorno. Spesso sono costretto a saltare anche due mesi di scuola e a farmi bastare un pasto ogni due giorni – dice Jean Bosco, 17 anni. Il mio sogno è fare l’attore o il musicista, ma in un paese come il Burundi, dove non funziona nulla, non è possibile – dice Françis, 21 anni. E Françis e Jean Bosco sono tra quelli fortunati, tra quelli che, alla domanda che comunemente viene posta: ‘Hai un padre ed una madre?’, possono rispondere si. Quelli meno fortunati, in un paese come il Burundi, sono gli orfani ed i ragazzi di strada, quelli che hanno perso i genitori a causa della guerra o dell’Aids, e che vivono nella solitudine e nella rabbia per il loro destino. Sono tanti, alcuni accolti in famiglie che, per quello che possono, se ne prendono cura, altri in centri governativi o missionari, altri, quelli già maggiorenni, costretti a cavarsela da soli. La maggior parte di essi non ha neanche la possibilità di frequentare la scuola, e trovare un lavoro, anche il più umile, è un privilegio di pochi. Sono cresciuto in condizioni difficili – mi confida Egide, 22 anni – soprattutto da quando ho perso i miei genitori. La sofferenza mi è rimasta dentro e mi sento solo. Mio fratello e mia sorella mi hanno cresciuto, nel senso che mi hanno dato da mangiare, ma, in realtà, la loro attenzione è per i loro figli. Ho degli amici, non posso dirti certo che sono felice, ma almeno quando sono con loro mi sento bene, mi distraggo, quando sono solo, invece, penso a tante cose, e divento triste. Ci sono momenti che rigetto la mia vita e vorrei morire.
Povertà, assenza di prospettive e di possibilità di scelta, sono il terreno ideale per nuove alleanze e divisioni, e nuovi reclutamenti: chi non ha niente da perdere può essere allettato da ogni facile promessa di soldi e potere. La pace dei giovani burundesi è minacciata dall’ultimo gruppo di ribelli che ancora non ha accettato l’accordo di pace e che profitta della debolezza e della povertà per ingrandire le sue file allo scopo di avere maggiore potere negoziale, la conseguenza è che molti giovani, soprattutto del quartiere Kinama, sono stati reclutati dal Fnl.  
Queste e tante altre le contraddizioni di un paese che cerca faticosamente di uscire da decenni di crisi, questi e tanti altri i problemi di un giovane burundese che vive tra i sogni e la consapevolezza che sarà difficile realizzarli, tra le speranze e le urgenze quotidiane, tra la solidarietà e la rabbia per un destino meschino. Il Cejeka ha rappresentato e rappresenta un’isola di pace, ed una valvola di sfogo per giovani che, altrimenti, non avrebbero neanche un pezzo di terra ed un pallone per giocare a calcio. Questi giovani, nonostante il tragico vissuto, hanno sogni semplici e desideri comuni a chiunque altro in una qualsiasi altra parte del mondo, sognano di diventare medici o insegnanti, di trovare una persona che li ami per quello che sono e non per quello che hanno, sognano una famiglia ed un lavoro, magari di poter fare piccoli viaggi, questi giovani sono il futuro che va aiutato e costruito per la pace in Burundi e per un mondo più sano.
p.s questo articolo è stato pubblicato sul mensile di aprile della Caritas Italiana

Postato da: LAfricanA a 14:13 | link | commenti
burundi, ponti di follia, al cejeka

giovedì, 28 giugno 2007
Dal Burundi al Ruanda, tra dubbi, sorprese e perplessita'!

E' da tanto che non scrivo, ma e' da tanto che penso di farlo. Dopo gli ultimi avvenimenti burundesi e la mia abilita' a cacciarmi prima o poi nei guai anche se per giuste cause, diciamo di cuore, non e' stato facile riprendere in mano questo blog ne' tantomeno certi ricordi. Ripenso di continuo al Burundi, a Jerry (http://amahoro.splinder.com/post/12168332#comment), ai miei tre piccoli amici (http://amahoro.splinder.com/post/11546170), alle difficolta' di uscire da una guerra che sembra non avere mai fine, le cui motivazioni cambiano di continuo. Quando mi raccontavano che il Burundi e' il paese piu' difficile e devastato dell'Africa  pensavo al Congo, allo Zimbabwe, al Burkina Faso, e non volevo crederci. Oggi, invece, me ne rendo conto sempre piu', dopo aver visitato per qualche giorno quella che viene definita la Citta' nera o d'inferno e dopo qualche settimana di permanenza in Ruanda, itinerando tra Kigali e Gisenyi.

La Citta' nera e'  la congolese Goma, sul confine col Ruanda, raggiungibile a piedi in 10 minuti, una citta' immensa distrutta dalla guerra e da eruzioni vulcaniche che l'hanno completamente rasa al suolo innumerevoli volte, ma ogni volta e' stata ricostruita rinascendo dalle sue macerie, su strati di lava, case bruciate e cadaveri. E' la citta' africana che mi spaventava di piu', invece con mia grande sorpresa, ho scoperto che davvero dopo il Burundi non potrebbe esserci nulla di piu' soffocante e triste. Goma e' una ex citta' fantasma piena zeppa di investimenti e finanziamenti internazionali, di locali e ristoranti di lusso, di piccole e nuove attivita' commerciali, e' una citta' che rinasce ogni volta dalla guerra e dalla lava. Per quanto impressionante per il modo e la velocita' di ricostruzione 'a strati', nonche' sconvolgente per il fatalismo della gente del posto che persevera con un insediamento che definirei 'temporaneo', dato che rischiano la morte ogni 25 anni ( ma questo e' un modo di pensare tipicamente ocidentale, poiche' quella gente ringrazia ogni giorno il signore per aver loro donato un altro giorno di vita), e' molto piu' vivibile di Bujumbura, tant'e' vero che ai miei amici non dispiacerebbe fermarsi a Goma ancora per qualche annetto, "non si vive male", dicono.

Il Ruanda, ancor piu' di Goma, mi ha profondamente colpito e sorpreso. Due paesi, il Ruanda ed il Burundi che, fino al 1994, hanno avuto piu' o meno la stessa storia di sangue e massacri hanno intrapreso percorsi completamente diversi. Mi sorprendo nel vedere gruppi di americani in gita turistica, bianchi che camminano tranquillamente ovunque come se fossero a casa, viaggi in auto o in moto in piena notte con una sicureza maggiore di una nostra strada statale. Un paese pulito, verde, in sviluppo, in continuo cambiamento, con una capitale resa attraente da negozi di ogni tipo, internet cafe' all'ultima moda (che a Napoli ancora non ho visto), grandi centri commerciali all'americana e giganteschi alberghi in costruzione nelle zone piu' panoramiche della citta'. 270 dollari al giorno per visitare il parco dei vulcani ed avere la chance d'incontrare uno di quei grandi animali pelosi che vivono, anzi sopravvivono ormai, solo in quest'area, nonche' tornare a casa con foto e souvenir di king Kong di ogni tipo e super costosi. E' divertentissimo osservare i visi soddisfatti di americani grandi e piccoli armati di cappello e bastone folkloristico con su disegnato il faccione del nostro caro amico come cimelio per la missione riuscita. E' gratuito, invece, l'ingresso ai memoriali e al museo del genocidio, ingresso gratuito per vedere ossa e teschi ammucchiati o esposti in vetrina, corpi imbalsamati, foto e vestiti di bimbi massacrati, nell'ottica del "non bisogna dimenticare", e su questo siamo tutti d'accordo, ma non bisogna neanche dimenticare l'importanza del rispetto per la vita umana anche nella morte, anzi soprattutto. Quei corpi devono essere sepolti, non esposti, la percezione del dolore e della morte e' la stessa anche senza simili scenari e fa ugualmente male.

Ma, a parte queste piccole considerazioni personali che approfondiro' alla prossima puntata, il museo e' ipermoderno, costituito da percorsi interattivi, pulito e ben curato, con tanto di centri di documentazione e libreria. Poi certo la liberta' di opinione ed espressione e' sempre duramente repressa, la versione dei fatti e' la verita' di una sola parte in causa, l'ideatore del museo ha dimenticato d' inserire la storia della dura repressione degli hutu da parte dell'esercito tutsi, preferendo invece enfatizzare il massacro di un milione di tutsi da parte degli hutu (ma dove sono un milione di tutsi in ruanda?) e le colpe dei francesi con l'operazione Turquoise. Il governo ha obbligato durante la settimana di commemorazione delle vittime del genocidio in aprile, gli studenti di tutte le scuole comprese le elementari, a sorbirsi due ore al giorno di filmini e documentari sui massacri in cui, ovviamente, gli hutu sono i carnefici e i tutsi sono le vittime, un bel modo credo di garantire la riconciliazione e la pace nel prossimo futuro.

Cmq, in ruanda oggi si puo' assoporare la calma e la tranquillita', anche il sistema burocratico e' molto efficiente (piu' di Napoli, pensate), si puo' assaporare il gusto dell'Africa come quello dell'europa quando se ne sente il bisogno, nonche' immergersi in odori e colori indiani, messicani, arabi e, addirittura, concedersi il lusso di scegliere tra un mega magnum ricoperto di nocciole e un cornetto algida bigusto,

insomma ragazzi.... e' troppo avanti questo paese,

....e concedetemi di lasciare nel dubbio la mia sottile vena ironica, in questi paesi non riesco mai fino in fondo a distinguere il giusto ed il sbagliato.

Postato da: LAfricanA a 10:12 | link | commenti (3)
globalizzazione, burundi, rwanda e

sabato, 12 maggio 2007
Piedi!

Piedi, è l’unica cosa che ricordo, piedi nudi che sbucano fuori da due lenzuola sporche di sangue, in una notte che non vedrà mai il nuovo giorno,

e piedi che mi sfilano dinnanzi agli occhi, mentre col capo chino, seduta su un pietra, mi tengo la testa tra le mani e mi chiedo il perchè!!

Terra, è l’unico odore che mi porto addosso, accompagnato dalla musica metallica del suo cadere su due bare, una di fianco all’altra, come erano nella vita cosi’ sono nella morte,

con loro un bambino mai nato, massacrato nel loro amore, nella loro lotta per la pace e per la vita.

Erano nati da combattenti e sono morti combattenti, la guerra ha fatto finta di non vederli per anni, ma proprio quando sembrava finita li ha fregati. Sono morti, Jerome e Joelle, massacrati dalla follia, o dall’invidia, o Dio solo sa cosa, Dio solo sa perchè.

Sono morti perchè in questo paese non esiste giustizia, mentre trabocca di povertà e disperazione e di armi a basso costo.

Fino a un’ora prima era stato con me, prendeva in giro i miei capelli, ed il mio francese, come sempre; negli ultimi giorni era inspiegabilmente tranquillo, sereno, forse perchè finalmente, dopo anni di difficoltà si stava costruendo una famiglia, una casa, una vita sua.

Jerome era orfano, aveva perso i genitori durante la guerra del 1993, da allora si è sempre occupato della sua famiglia, 6 persone, tra sorelle e fratelli, dipendevano da lui, dalla sua guida, dai suoi consigli, e tanti amici avevano ancora bisogno di lui, per il suo sorriso e la sua saggezza, la sua generosità e la sua onestà.

Jerome è stato ucciso perchè credeva nella pace, perchè non ha mai impuganto un’arma, perchè aiutava tutti e la sera tornava a casa da sua moglie,

è stato ucciso da un amico, uno a cui avrebbe affidato sua moglie, che conosceva e aiutava da anni,

perchè? perchè? perchè? 

Tutti non facciamo altro che porci la stessa domanda, e provare lo stesso prurito alle mani, lo stesso senso di vuoto, di rabbia, d’incapacità di pensare e agire. Forse voleva colpire il Centro dove lavoro, il suo responsabile, il missionario Claudio Marano, e tutti i suoi più prossimi collaboratori, forse è stato solo un gesto di follia. Tutte ipotesi che cadono nel vuoto nel momento in cui la polizia non fa il suo dovere, nel momento in cui nessun sopralluogo, nessun interrogatorio, nessua vera inchiesta è mai stata avviata, nel momento in cui quell’uomo ha la possibilità e la lucidità di contattare organizzazioni per la tutela dei diritti umani ed appellarsi alla pazzia, per salvarsi la pelle, nel momento in cui appare in televisione freddo e quasi fiero, senza il minimo pentimento e la minima vergogna.

Lo ricordo quell’uomo, ricordo il suo sguardo, era passato qui al Centro, in ufficio, prima di recarsi da Jerome, ricordo che mi guardava diritto negli occhi, mi teneva il braccio, agiva e poneva questioni come un capo, ricordo di avere avuto paura, di aver pensato ‘dev’essere uno di quelli che ha partecipato ai massacri, uno di quelli drogati di sangue’, dopo un po’ di tempo trascorso in un paese in cui tutti sono stati toccati dalla guerra non è difficile riconoscere certi atteggiamenti da ‘ex-combattente’, da ‘ex-assassino’; e quello sguardo ... agghiacciante e spiritato, ricordo di avergli detto di tornare il giorno successivo, ....‘domani è troppo tardi’ ha risposto!

Domani è stato tardi, Jerome è stato sparato, Joelle è stata finita a coltellate e sgozzata, con una violenza che nessuno si spiega e a cui nessumo crede, Joelle era incinta! Una famiglia è stata massacrata, ‘Jerome non ci ha lasciato più niente’- urlava un suo amico - ‘neanche la possibilità di prenderci cura di suo figlio’.

Come mi sento? Non riesco a rispondere!! Confusa, felice di essere viva, addolorata per la perdita di un amico e di un collega, sconvolta e choccata per il pericolo scampato, arrabbiata per aver sottovalutato la minaccia che quell’uomo rappresentava giustificandolo con un ‘qui è normale’. E forse questo è il problema, quello di giudicare normalità le conseguenze di povertà, miserie e guerre che, effettivamente, sono diventate la quotidianità, come le continue morti, gli incessanti colpi di arma da fuoco, la presenza massiccia di armi in ogni casa, la mancanza di sicurezza soprattutto nei quarieri nord, esposti ad atti di banditismo e alle follie di chi non si rassegna a considerare la guerra finita, l’assenza di fiducia nelle istituzioni e negli organi che dovrebbero garantire la sicurezza, l’impunità che consente a criminali di continuare a passeggiare liberamente accanto a bambini e donne incinta, è assurdo, Assurdo! Questa non è la pace, questo è il preludio di una nuova guerra, causata da risentimenti e ferite mai risanate, dal bisogno di continuare ad uccidere perchè diventa l’unico mezzo per liberare la testa e lo spirito.

Di tutto cio’, ovviamente, aprofittano gli uomini potenti, per strumentalizzare e manipolare, tradurre nella loro causa sentimenti distorti dal sangue fatto colare e facilmente corrompibili. L’assassino di Jerome e Joelle, per esempio, era un loro amico, ma era anche uno che aveva vissuto una vita movimentata, aveva ucciso, aveva alle spalle una fuga in Spagna ed un matrimonio fallito con una spagnola, un rientro in Burundi senza un soldo e tra le beffe di amici e conoscenti, una vita segnata da alcool e prostitute, e ...una pistola ed un coltello in tasca! Era uno che avrebbe dovuto essere in prigione o, quantomeno, in un centro di recupero.

Probabilmente qualcuno si è servito di lui, qualcuno che forse non ha a cuore la linea di pace e riconciliazione seguita dal Centro, o che forse prova invidia per la nuova vita che il Centro ha donato ai suoi collaboratori e ai 28mila ragazzi di cui si occupa, qualcuno che gli ha donato dei soldi e lo ha incitato alla violenza, qualcuno che, anche se finirà in prigione, avrà comunque vinto, per essere riuscito ad abbattere due vite dedite alla riconciliazione e al rifiuto della violenza, due colonne portanti del Centro Giovani Kamenge, proprio nel momento in cui avevamo abbassato la guardia, avevamo pensato di essere a metà percorso sulla strada della pace. Ma bisogna continuare, con coraggio, forza, verità e giustizia, in nome di Jerome e Joelle, e delle energie che hanno donato al Centro e al loro paese, in nome di ideali che non dobbiamo lasciar morire nè abbandonare nell’incredulità e nella perdita di ragioni o di senso, bisogna andare avanti con lo stesso spirito, anche se, a volte, cio’ richiede molta più fatica!

Coraggio e fiducia!

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guerra e pace, burundi, al cejeka

mercoledì, 11 aprile 2007
....nella pace di una nuova alba!

Ciao caro, piccolo Jackson,

a quanto pare sei tornato a casa, sei tornato perchè ti sei reso conto di quanto grande e importante sia la tua vita, sei tornato perchè hai capito di poter sempre avere la possibilità di scegliere, tra il bene ed il male, tra un fucile e un sogno di pace,

sei tornato per ripartire di nuovo, perchè, purtroppo, dovrai pagare con un po' di amaro le conseguenze di riflessioni  e consapevolezze arrivate in ritardo, dopo esserti bruciato e ubriacato di chiacchiere bizzarre,

ora sei costretto a nasconderti, e continui nella paura, nel buio di un berretto che ti copre gli occhi per non far riconoscere il tuo sguardo da triste soldato,

tra un po' ripartirai e rinascerai verso una nuova alba, e mi mancherai, e ridero' e piangero' come oggi in macchina, dinnanzi al tuo caldo e tenero addio, ridero' e tentennero' nel prenderti la mano augurandoti buon viaggio senza alcuna voglia di lasciarti andare via,

ti immaginero' come oggi, mentre ascoltavi il cd che ti ho regalato e danzavi dicendomi 'davvero non ti dimentichero mai', dicendomi 'ti scrivero tanto', dicendomi 'avevo tante cose da dirti ma ora non mi viene niente', dicendomi 'oggi ti faro ridere tanto cosi ricorderai questa giornata'

caro mio piccolo Jackson, sei cresciuto, sei diventato un uomo, un uomo che piange e guarda diritto negli occhi, che cade e si rialza con fermezza, un uomo che ha vissuto sempre come un bambino solo ma è andato avanti,

caro Jackson, oggi sei stato grande, so che farai fede alla tua promessa, so che un giorno, quando tornerai sorridente nel tuo paese, cercherai quel bambino che guardavi con pietà e tenerezza, quel piccolo orfano che ti ha ricordato tanto te, lo cercherai e lo terrai con te, e te ne prenderai cura perchè ora sai cosa significa avere cura di qualcuno, perchè ora sai cosa significa donarsi agli altri, guardare oltre se stessi, vivere nella vita di un altro ascoltando senza giudicare,

so che quando tornerai, da grande uomo, costruirai la tua casa per gli orfani, come mi hai promesso, e te ne prenderai cura e donerai amore come come ho fatto con te, come stai facendo con me, come sei capace di fare,

quell'amore che hai dentro senza averlo mai ricevuto, è pronto ad uscire, è pronto ad esplodere,

non dimenticare mai chi sei stato e da dove vieni, le lacrime ed i sacrifici, quando capirai di essere quel grande uomo che sei.

Buon viaggio, piccolo grande uomo, buon viaggio nella vita,

sarai con me sempre in ogni dove!

Postato da: LAfricanA a 20:42 | link | commenti (1)
guerra e pace, incontri, burundi

mercoledì, 28 marzo 2007
Ti lascio nella pace

Un tramonto sul lago Tanganika

‘Sto per partire, voglio dirti arrivederci’ poi mi abbraccia forte, mi sorride, e voltandosi senza neanche guardarmi negli occhi mi dice ‘ti lascio nella pace’. Se ne è andato su per le montagne, con una granata in tasca, una piccola sacca sulle spalle, un impermeabile verde,  tre pacchetti di biscotti e 5mila franchi burundesi, le ultime cose che gli ho donato.

Se ne è andato in un campo di addestramento per preparare la guerra, se ne è andato con le speranze e le paure di un ragazzo di vent’anni, con lo smarrimento di un bimbo cresciuto solo e in fretta, con la calma di un uomo rassegnato e la tristezza dei suoi neri e bellissimi occhi. Sono rientrata in casa, erano le 6 di mattina, ero stanca, vuota, confusa, forse triste, forse arrabbiata, con lui, con il mondo, con me stessa, per quello che non sono riuscita a fare, per il tempo che non ho avuto da trascorrere con lui. Sono rimasta a letto fino a mezzogiorno, volevo dormire ma non riuscivo a non pensare, e non riuscivo a pensare a nulla in particolare, mi scorrevano dinnanzi agli occhi i pochi momenti condivisi, i suoi sguardi, le sue parole dure e dolci, mi scorrevano dinnanzi agli occhi la vita che avrei voluto donargli e la gioia che non ha mai avuto, l’affetto che ha desiderato, i sogni, le richieste, i consigli. Pensavo alle sue telefonate serali per assicurarsi che stessi in casa e che stessi bene, quanto mi mancano, vorrei averlo qui per dirglielo, per dirgli quello che non gli ho mai detto, per dirgli che è un ragazzo giovane e forte, brillante e con tutta una vita davanti, vorrei averlo qui per abbracciarlo di nuovo, per dirgli ‘mi ritrovi nella pace’, per prenderlo per mano, per dirgli ‘ora ci sono io’.

L’ho portato ovunque potessi portarlo, al lago, ad un concerto, in un cabaret, volevo fargli assaporare la normalità che poteva avere; l’ho portato in un centro per ragazzi di strada e gli ho raccontato il mio dolore, volevo che uscisse fuori dal suo; gli ho fatto vedere un film sul coraggio dei sogni, volevo ne trovasse un po’ nei suoi; non ci sono riuscita, non è stato abbastanza, il tempo mi ha ingannato senza che potessi fare nulla, è partito all’improvviso senza che riuscissi a mettere insieme piani e idee per impedirglielo, non sono stata una brava sorella maggiore, avrei dovuto essere meno tenera. Prego il Signore perché lo protegga, prego che non faccia cazzate, prego che non uccida nessuno, prego che qualcuno fermi questa sciagurata guerra, che l’eco delle bombe e dei fucili sia solo il tam tam dei tamburi.

Siamo alla vigilia della Pasqua e alla vigilia di una nuova guerra, è quasi l’una di notte e il male per la vita rubata dalla bomba lanciata un paio di ore fa chissà dove, non mi fa dormire, è come se avessi visto anche la sua vita andarsene e avrei voglia di piangere, e correre per andarmelo a riprendere e portarlo qui, è come se fosse mio fratello, immagino mio fratello e sarebbe lo stesso dolore.

E’ rimasto orfano a causa della guerra del ‘93, quella che tutti chiamano ‘una guerra etnica’,viveva con un vecchio zio che non riusciva ad occuparsi di lui, non aveva più nessuno, quando l’ho conosciuto era disperato e arrabbiato. Nel ’93 era troppo piccolo per capire, ma ho paura che ancora oggi non sia abbastanza grande per farlo, è partito per uccidere, in nome di cosa? Della illusoria promessa di un futuro da ufficiale, di un po’ di soldi, di cosa? Lui è la stessa persona che un giorno, nel bel mezzo della lezione d’italiano, è scappata via con gli occhi gonfi di lacrime per non riuscire a sopportare ciò che aveva visto qualche istante prima: un poliziotto ubriaco che spara ad un bimbo di due o tre anni in pieno giorno; è la stessa persona che ha trascorso un pomeriggio ad ascoltare la tragica storia di un ragazzetto di strada e a cercare di consolarlo. Cosa sarà ora di lui? Cosa sarà di tutti quelli come lui, a cui la solitudine, la povertà, l’assenza di possibilità, donano in mano un fucile come unica prospettiva di un futuro? Jackson è partito mentre tutti qui vivono nell’attesa di quello che sta per succedere, vivono chiedendosi se questa è la pace, se anche i loro figli saranno condannati a quest’inferno, a camminare su ossa e cadaveri mangiati dai cani alla ricerca di un famigliare perduto, a seppellire morti senza nome e senza volto, se saranno dominati dalla rabbia e dalla vendetta di una violenza incancellabile e senza fine. Cosa diavolo mi resta da fare? Spero che ricordi le mie parole, spero che ricordi i nostri giochi, spero che ricordi le chiacchiere sulla vita e sui sogni, spero che, se un giorno si troverà a guardare colui che pensa essere un nemico negli occhi, lo abbracci e gli dica ‘ti lascio nella pace’!

Postato da: LAfricanA a 17:56 | link | commenti (4)
guerra e pace, incontri, burundi

mercoledì, 07 marzo 2007
Momenti....

Sabato sono stata ad un matrimonio congolese in un locale al centro di bujumbura, molto divertente, ho danzato al ritmo africano mentre mi avvicinavo agli sposi per consegnare la mia busta chiusa che in realtà era semiaperta perchè tutti venivano a sbirciare i milioni di franchi burundesi che pensavano avessi donato. Gli sposi sembravano sereni e gli invitati anche, poi pero' sono scappati in tutta fretta perchè non avevano più soldi per pagare da bere e gli invitati si sono lamentati tutta la serata per aver ricevuto solo una birra a testa, dato che, per cultura, avrebbero dovuto berne almeno tre. Gli sposi non sono neanche tornati a casa temendo di incrociare altri parenti e amici pronti per le tre birre ed hanno vagato per la città in abito bianco per un paio di ore, quando sono tornati gli invitati erano spariti, mentre il comitato organizzativo aveva già provveduto a bere le birre (più di tre a testa) messe da parte per brindare alla salute degli sposi in loro assenza e per aiutarsi a complimentarsi del buon esito dell'organizzazione. La serata si è conclusa con una mega litigata, per me estremamente divertente, tra una donna ed un tipo con le treccine, che si insultavano a vicenda in kirundi mentre il mio traduttore metteva una serie di bip nella traduzione, ma bastava guardarli per capire, e con qualche minuto in un cabaret congolese pieno zeppo di gente sudaticcia e felice, che ballava, cantava ed urlava ammucchiando sorrisi e bicchieri.

Domenica la più grande star burundese ha cantato gratuitamente per i miei ragazzetti 'di strada', ha parlato di coraggio e speranza e sogni, ha fatto promesse e ballato, ha fatto ridere ed esaltare al ritmo delle più belle canzoni d'amore neo-rap-africane. non li avevo mai visti cosi felici!! Ora sono alle prese con le prove dei loro pezzi rap, e con una motivazione più forte di prima, Grande Big Fariouz!!

Oggi ero in riva al lago, da sola, mi sono fermata qualche minuto prima di tornare a casa, sorseggiavo una fanta. Si è avvicinato un ragazzetto e ha cominciato a tartassarmi di domande, mi ha chiesto se nel mio paese c'è un lago, se le strade sono come quelle del Burundi, se ci sono le montagne e quanto sono alte, se i miei genitori sono vivi, ecc ecc. Abbiamo canticchiato una canzone in kirundi, mi ha chiesto se sapessi la traduzione, gliel'ho detta, mi ha risposto 'voi bianchi siete proprio intelligenti', con un'aria stupita e rassegnata al tempo stesso. Poi è rimasto a guardarmi bere la fanta, immobile, senza dire più nulla. Volevo lasciargli gli ultimi sorsi, poi ho pensato che non era giusto, sono salita in macchina e sono andata via!

Postato da: LAfricanA a 20:06 | link | commenti (4)
contraddizioni, burundi