Il prezzo dell'Africa, di occhi e dolore. Spari al termine del giorno, chi vende e chi si vende: armi e vite. Ciò che si vede e quel che resta è opaco. Una mano tesa, il mento rivolto verso l'alto: Dignità. Occhi contro occhi, flebili fiammelle, è BUIO! E poi il DOMANI! Storie Africane

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mercoledì, 01 febbraio 2006
Democrazia

L’America Latina e la democrazia. Che difficile combinazione! Vi siete accorti di quanto fermento sta attraversando la regione? È tempo di elezioni e il cambio di governo è una fase delicata: sprigiona lotte di potere, fa leva su risentimenti e passioni popolari, minaccia gli interessi di chi si è visto beneficiato fino al momento del voto. E mette a rischio le sorti di chi il potere lo deve lasciare…per amore della democrazia e del suo necessario complemento: l’alternanza al governo.
Non è il caso del Cile dove la Concertaciòn ha visto la propria candidata, la socialista Bachelette, vincere le presidenziali, assicurando seguito a 15 anni di governo concertazionista. Io ammiro Bachelette, di lei penso non solo che sia una donna di forte carattere ma anche una figura politica di grande capacità, consapevole di quello che il Cile ha bisogno: uguaglianza di diritti, servizi sociali, equa distribuzione del reddito. Spero che possa portare a compimento le riforme che si propone e sanare le ferite che il Paese si porta dietro dalla dittatura. E che sia in grado di formulare le proprie decisioni politiche in maniera indipendente perché questo piccolo sperduto Paese, confinato all’altro capo della Terra, rappresenta pur sempre un alleato chiave degli Stati Uniti ed è con le pressioni del vicino del Nord che deve fare i conti.
Tuttavia è sulla Bolivia che, giustamente, sono puntati i riflettori. È qui che il 22 gennaio Evo Morales ha vinto le presidenziali. È stato come se una pagina bianchissima della storia del Paese si fosse aperta: Morales rappresenta un elemento di imprevedibilità nella vita politica boliviana…e tutti stanno trattenendo il fiato in attesa delle sue mosse, per capire che direzione darà al suo governo.
Morales ha posto fine ad un periodo turbolento nella politica boliviana, dato che la crisi economica del Paese e l’inazione dei suoi governi avevano completamente screditato i suoi predecessori, risoltisi a fare del populismo il loro unico strumento. Morales ha cavalcato l’ondata di indignazione popolare, la voglia di cambiamento, il disgusto verso la politica e i suoi esponenti. Secondo me è stata questa la sua carta vincente: Evo Morales è l’anti-politico. Indigeno di origine, cresciuto nelle povertà delle aree rurali, divenuto sindacalista dei cocaleros, si è fatto portavoce dell’esigenza di dare una svolta al paese, di produrre un cambiamento che sia reale, dopo anni di promesse non mantenute.
Nessuno se lo aspettava veramente, o forse si dato il poco spessore degli altri candidati. Comunque sia adesso è lui ad avere le redini del governo. Io non me la sento di dire che questo rappresenta uno sviluppo positivo per il Paese, né di affermare che si tratta di un’evoluzione negativa. Ma ritengo che Morales si sia fatto carico di un compito enorme. La Bolivia è uno fra i più poveri paesi della regione, con scarsissime infrastrutture, una struttura economica largamente dipendente dal settore minerario (controllato da compagnie straniere) e dalla coltivazione della coca (combattuta dagli USA). A questo si aggiunge una struttura sociale squilibrata che vede i pochi ricchissimi contrapporsi ai moltissimi poveri. In questo contesto è facile conquistare sostegno elettorale facendosi simbolo di cambiamento, promettendo riforme radicali: nazionalizzazione delle compagnie minerarie, sostegno alla coltivazione della coca, creazione di un ponte di alleanza con il Venezuela di Chavez. Ma Morales si scontrerà con difficoltà enormi: prima di tutto il potere non basta conquistarlo, bisogna saperlo gestire, creare un governo efficiente e preparato. Morales non ha esperienza di questo lato della politica. Certo potrebbe seguire l’esempio di Lula in Brasile, anche lui ex-sindacalista, ma Morales sembra fin’ora poco disposto ad abbracciare il pragmatismo del suo pari brasiliano. Poi ci sono le sfide da affrontare: come spiegare agli USA che la coca è l’unico mezzo che i contadini boliviani hanno per sopravvivere? Dove trovare il denaro necessario a finanziare gli investimenti di cui il paese ha disperatamente bisogno? senza aiuti esterni, senza l’appoggio delle istituzioni internazionali (leggi WB e FMI) difficilmente capitali stranieri affluiranno nel Paese. E poi, come gestire le risorse naturali eventualmente nazionalizzate se la Bolivia manca non solo del capitale ma anche delle capacità organizzative e tecnologiche per farlo?
Evo Morales ha sollevato grandissime aspettative fra i boliviani, ha parlato di cambiamento, ha sfidato le ortodossie. Tuttavia non è chiaro quale sia la sua capacità di dar seguito alle promesse e soprattutto di scendere a compromesso con le esigenze della democrazia, che non vuole rivoluzioni ma riforme, che richiede grande pragmatismo per sfruttare gli spiragli di azione che i grandi attori (leggi USA ed istituzioni finanziarie) offrono, e che richiede di bilanciare attentamente i pro e contro di ogni decisione.
È tempo per la Bolivia che qualcuno porti stabilità al Paese e lo indirizzi verso il difficile cammino dello sviluppo, in questo momento tutto dipende dalle decisioni di Evo.

Postato da: fontiere a 12:51 | link | commenti (6)
america latina

sabato, 17 dicembre 2005
Tribunale Penale Internazionale

Quando finiranno le intrusioni degli Stati Uniti nella politica latinoamerica? quando finiranno le pressioni, le minacce, le decisioni imposte?

Quando l'America Latina avra' il diritto e lo spazio per sollevarsi e prendere in mano il proprio destino?

Perche' nessuno protesta di fronte all'illegittimita' diventata prassi?

Cile 1998: il Congresso discute l'adesione al Tribunale Penale Internazionale. Si raggiunge l'accordo... poi, tutto si blocca. procedura interrotta... pressioni da parte degli Stati Uniti...

Cile 2005: il Presidente Lagos incontra Bush, espone il punto di vista del proprio Paese sulla necessita' di completare le procedure di adesione. Trattative fra i due capi di stato... solo una volta rassicurati del fatto che il Cile firmera' un accordo per escludere le truppe USA della giurisdizine del TPI, gli Stati Uniti danno il benestare. Il Cile puo' procedere a completare quello che dovrebbe essere un affare di politica interna...non un do ut des con gli Stati Uniti!

Altri 40 Paesi hanno in corso trattative analoghe.

Chi ha eletto la potenza del Nord arbitro internazionale? perche' nessuno protesta? perche' a nessuno interessa la subordinazione di un continente ad un paese che non vuole assumersi responsabilita' per fatti e misfatti delle proprie truppe?

Postato da: fontiere a 14:57 | link | commenti (1)
america latina

Elezioni in Cile

Cile, 11 dicembre 2005.

Elezioni presidenziali. Pochi giovani in fila di fronte ai seggi. Calma e regolarita' nelle procedure di voto.

A 15 anni dalla fine della dittatura di Pinochet il Cile e' una democrazia stabile e consolidata. Cosi' lo descrive la sua classe politica, cosi' ne parla il governo degli Stati Uniti, di cui rappresenta il piu' sicuro alleato nella regione.

Uno sguardo alle recenti elezioni sembra confermare quest'impressione. Tre candidati si sono confrontati nella querelle elettorale, due di loro si contenderanno la presidenza al secondo turno previsto per gennaio. Perfetta normalita'.

Eppure qualche cosa sta cambiando.

Lo dimostra il fatto che a ricevere la maggioranza (relativa) dei voti e' stata Michelle Bachelet. Una donna. La prima donna a presentarsi alle presidenziali. Una socialista di cui in Cile tutti conoscono il passato: figlia di dissidenti del regime militare, oppositrice del regime lei stessa, torturata e costretta all'esilio.

Dopo 15 anni di democrazia, non e' facile in Cile parlare di diritti umani, non e' scontata la condanna a Pinochet e alle violazioni perpetrate dalle forze armate.  Per questo la candidatura della Bachelet ha rappresentato una sfida enorme: alla cultura machista che impregna l'America Latina, al conservatorismo del Paese e dell'elettorato, alla memoria collettiva di un popolo che preferisce far finta di dimenticare piuttosto che fare i conti con il proprio passato.

Nonostante tutte le difficolta', sara' proprio la Bachelet a confrontarsi con Pinera (il candidato di estrema destra) nella prossima tornata elettorale di gennaio. A suo favore giocano i buoni risultati ottenuti dal presidente uscente Lagos, socialista anche egli, nonche' il carisma di questa donna che e' per molti un simbolo di coraggio ed amore per il proprio Paese.

Contro di lei gioca la cultura conservatrice di un popolo che ha paura del cambiamento, che fa fatica a fidarsi di tutto cio' che suona a riforma perche' ancora conserva il ricordo delle atrocita' che fecero seguito al sogno di Allende. E l'apatia dei giovani, alienati alla politica, fa cadere il peso della decisione proprio sulle generazioni che hanno vissuto gli sconvolgimenti di quegli anni.

Da parte mia c'e' un in bocca al lupo a Michelle, per la sfida di gennaio e per quella piu' grande che si aprira' dopo le elezioni.

Postato da: fontiere a 14:44 | link | commenti (1)
america latina