Il prezzo dell'Africa, di occhi e dolore. Spari al termine del giorno, chi vende e chi si vende: armi e vite. Ciò che si vede e quel che resta è opaco. Una mano tesa, il mento rivolto verso l'alto: Dignità. Occhi contro occhi, flebili fiammelle, è BUIO! E poi il DOMANI! Storie Africane

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lunedì, 23 luglio 2007
Sono proprio belli!!

campi di lavoro al Centre Jeunes Kamenge

Al Centro sono tutti in piena attività, campi di lavoro per ricostruire le case distrutte durante la guerra, per aiutare volontariamente le famiglie più disagiate. Giovani di ogni etnia, religione, colore, classe sociale, s'incontrano per costruire il loro sogno di pace, di armonia e giustizia. Lavorano gratuitamente, in nome di quella solidarietà che abbiamo dimenticato, il premio è sentirsi partecipi, in prima linea, del processo di riconciliazione e ricostruzione.

spettacolo al Centre Jeunes Kamenge

...e poi sono belli, non sono belli? Ogni sabato al Centro c'è un concerto per accompagnare l'estate e i visitatori che accorrono numerosi da tutta Europa per guardare con i propri occhi 'il miracolo che nessuno credeva possibile', il luogo in cui hutu e tutsi, e non solo, s'incontrano e vivono insieme nella pace, dopo decenni di massacri.

Postato da: LAfricanA a 20:44 | link | commenti (6)
incontri, burundi, al cejeka

venerdì, 29 giugno 2007
I giovani del Centre Jeunes Kamenge

27mila, è il numero dei giovani tra i 16 ed i 30 anni iscritti al Cejeka, 1500 è il numero di quelli che lo frequentano quotidianamente, 300 le associazioni locali con cui il Cejeka collabora, 6 i comuni nord della capitale in cui svolgono alcune delle sue attività, 50 le persone impiegate full-time e 40 i volontari.
Cejeka sta per Centre Jeunes Kamenge (Centro Giovani di Kamenge), il miracolo che nessuno credeva possibile, il posto in cui hutu e tutsi, ma anche batwa, congolesi, ruandesi, cattolici e musulmani, giocano insieme, studiano insieme, vivono insieme. Il progetto di tre Padri saveriani, Claudio Marano, Marino Bettinsoli, e Victor Ghirardi, si è concretizzato nel 1993, alla vigilia di una guerra che, di lì a poco, avrebbe portato alla ghettizzazione etnica, ad esodi di massa, a massacri inauditi contro l’uno o l’altro gruppo: la popolazione si sarebbe divisa etnia contro etnia, hutu contro tutsi e il Centro sarebbe diventato una sorta di linea di confine, crocevia tra quartieri etnicizzati.
In quei mesi terribili di violenza e sangue, i tre missionari hanno portato avanti le loro attività nonostante le minacce, nonostante le accuse di essere ora pro-hutu ora pro-tutsi, e molti giovani, di tutte le etnie, hanno continuato a frequentare il Centro e a lavorare per la pace mentre fuori i loro parenti e amici si massacravano perché diversi.
La guerra aveva completamente raso al suolo i quartieri di Kamenge e Kinama, al di fuori del Centro era solo vuoto e paura. Non un solo uomo è sfuggito alla guerra ed alle sue conseguenze: ai 300mila morti, 800mila rifugiati e 400mila sfollati, si aggiungevano (e restano visibili ancora oggi) le conseguenze economiche e sociali, i danni morali e psicologici, sono quest’ultimi, soprattutto, che rendono difficile il cammino verso la pace. Ogni ragazzo del Centro ha una storia da raccontare e una strada da percorrere per lasciarsi alle spalle anni di insicurezza e dolore, ogni ragazzo del centro vorrebbe solo dimenticare e dovrebbe riuscire a perdonare, anche se è troppo difficile –  come dice Bienvenu, 22 anni, congolese - Noi congolesi eravamo considerati come degli hutu, io sono scappato dalla guerra in Burundi e mi sono rifugiato in Congo, poi sono dovuto scappare anche da lì quando è arrivato l’esercito di Kabila. Oggi vivo un po’ bene, il Centro mi paga la scuola, posso uscire senza paura ed andare in quei quartieri dove, durante la guerra, era pericoloso recarsi per quelli dell’altro gruppo.
Oggi i quartieri nord si sono ripopolati, le case sono state ricostruite, grazie anche all’opera instancabile di padre Claudio Marano che ogni estate, per tre mesi, organizza dei campi di lavoro per ricostruire le case distrutte durante la guerra; oggi c’è un accordo di pace ed un governo democraticamente eletto, e quei ragazzi, che avevano abdicato alla guerra e lottato per la vita del ‘loro’ Centro  sono diventati degli uomini di pace e dei punti di riferimento per altri giovani dei quartieri. Il Centro insegna a vivere nelle differenze ed arricchirsi con esse, insegna il rispetto per gli altri e dona speranza a giovani che hanno tanti sogni e scarsi mezzi per realizzarli. Non si finanziano grandi opere, né si realizzano progetti subitaneamente visibili, semplicemente si mettono insieme le capacità e l’inventiva di ognuno per costruire un mondo di fratelli. L’obiettivo è crescere insieme nella e per la pace, e lo si persegue attraverso attività sportive e ricreative, corsi di lingua, educazione alla democrazia ed ai diritti umani, formazione sull’Aids, alfabetizzazione, sostegno scolastico, concerti, marce, tornei culturali e sportivi, e qualsiasi altra attività proposta ed affidata a tutti coloro che volontariamente scelgono di donare il loro contributo, siano essi burundesi, congolesi, o europei, siano essi musulmani o cattolici. Il Centro rappresenta ciò che nessuno credeva possibile, e si è ampiamente meritato il premio nobel alternativo per la pace Right Livelyhood.
L’identità non è e non deve essere motivo di inclusione o esclusione, i ‘ragazzi di padre Claudio’ devono poter scegliere i loro amici sulla base di valori e condivisioni che vanno al di là della condizione sociale o dell’appartenenza ad un gruppo; i giovani del Centro, ma non solo, sono stanchi di guerre e di storie di guerra, ed oggi la loro principale preoccupazione dovrebbe essere sognare cosa fare da grande. Purtroppo non è sempre così.
Se oggi la guerra resta nelle storie e nei ricordi, e la pace vive nella speranza di un futuro diverso e migliore, i problemi più urgenti che il paese, ed i giovani, si trovano ad affrontare, riguardano soprattutto l’aspetto economico, e si evidenziano nel sogno, tutt’oggi ricorrente in molti, di raggiungere l’Europa o di sposare un bianco, come garanzia di un contratto a vita. Il mio problema è trovare i soldi per pagarmi la scuola, e per assicurarmi un pasto al giorno. Spesso sono costretto a saltare anche due mesi di scuola e a farmi bastare un pasto ogni due giorni – dice Jean Bosco, 17 anni. Il mio sogno è fare l’attore o il musicista, ma in un paese come il Burundi, dove non funziona nulla, non è possibile – dice Françis, 21 anni. E Françis e Jean Bosco sono tra quelli fortunati, tra quelli che, alla domanda che comunemente viene posta: ‘Hai un padre ed una madre?’, possono rispondere si. Quelli meno fortunati, in un paese come il Burundi, sono gli orfani ed i ragazzi di strada, quelli che hanno perso i genitori a causa della guerra o dell’Aids, e che vivono nella solitudine e nella rabbia per il loro destino. Sono tanti, alcuni accolti in famiglie che, per quello che possono, se ne prendono cura, altri in centri governativi o missionari, altri, quelli già maggiorenni, costretti a cavarsela da soli. La maggior parte di essi non ha neanche la possibilità di frequentare la scuola, e trovare un lavoro, anche il più umile, è un privilegio di pochi. Sono cresciuto in condizioni difficili – mi confida Egide, 22 anni – soprattutto da quando ho perso i miei genitori. La sofferenza mi è rimasta dentro e mi sento solo. Mio fratello e mia sorella mi hanno cresciuto, nel senso che mi hanno dato da mangiare, ma, in realtà, la loro attenzione è per i loro figli. Ho degli amici, non posso dirti certo che sono felice, ma almeno quando sono con loro mi sento bene, mi distraggo, quando sono solo, invece, penso a tante cose, e divento triste. Ci sono momenti che rigetto la mia vita e vorrei morire.
Povertà, assenza di prospettive e di possibilità di scelta, sono il terreno ideale per nuove alleanze e divisioni, e nuovi reclutamenti: chi non ha niente da perdere può essere allettato da ogni facile promessa di soldi e potere. La pace dei giovani burundesi è minacciata dall’ultimo gruppo di ribelli che ancora non ha accettato l’accordo di pace e che profitta della debolezza e della povertà per ingrandire le sue file allo scopo di avere maggiore potere negoziale, la conseguenza è che molti giovani, soprattutto del quartiere Kinama, sono stati reclutati dal Fnl.  
Queste e tante altre le contraddizioni di un paese che cerca faticosamente di uscire da decenni di crisi, questi e tanti altri i problemi di un giovane burundese che vive tra i sogni e la consapevolezza che sarà difficile realizzarli, tra le speranze e le urgenze quotidiane, tra la solidarietà e la rabbia per un destino meschino. Il Cejeka ha rappresentato e rappresenta un’isola di pace, ed una valvola di sfogo per giovani che, altrimenti, non avrebbero neanche un pezzo di terra ed un pallone per giocare a calcio. Questi giovani, nonostante il tragico vissuto, hanno sogni semplici e desideri comuni a chiunque altro in una qualsiasi altra parte del mondo, sognano di diventare medici o insegnanti, di trovare una persona che li ami per quello che sono e non per quello che hanno, sognano una famiglia ed un lavoro, magari di poter fare piccoli viaggi, questi giovani sono il futuro che va aiutato e costruito per la pace in Burundi e per un mondo più sano.
p.s questo articolo è stato pubblicato sul mensile di aprile della Caritas Italiana

Postato da: LAfricanA a 14:13 | link | commenti
burundi, ponti di follia, al cejeka

sabato, 12 maggio 2007
Piedi!

Piedi, è l’unica cosa che ricordo, piedi nudi che sbucano fuori da due lenzuola sporche di sangue, in una notte che non vedrà mai il nuovo giorno,

e piedi che mi sfilano dinnanzi agli occhi, mentre col capo chino, seduta su un pietra, mi tengo la testa tra le mani e mi chiedo il perchè!!

Terra, è l’unico odore che mi porto addosso, accompagnato dalla musica metallica del suo cadere su due bare, una di fianco all’altra, come erano nella vita cosi’ sono nella morte,

con loro un bambino mai nato, massacrato nel loro amore, nella loro lotta per la pace e per la vita.

Erano nati da combattenti e sono morti combattenti, la guerra ha fatto finta di non vederli per anni, ma proprio quando sembrava finita li ha fregati. Sono morti, Jerome e Joelle, massacrati dalla follia, o dall’invidia, o Dio solo sa cosa, Dio solo sa perchè.

Sono morti perchè in questo paese non esiste giustizia, mentre trabocca di povertà e disperazione e di armi a basso costo.

Fino a un’ora prima era stato con me, prendeva in giro i miei capelli, ed il mio francese, come sempre; negli ultimi giorni era inspiegabilmente tranquillo, sereno, forse perchè finalmente, dopo anni di difficoltà si stava costruendo una famiglia, una casa, una vita sua.

Jerome era orfano, aveva perso i genitori durante la guerra del 1993, da allora si è sempre occupato della sua famiglia, 6 persone, tra sorelle e fratelli, dipendevano da lui, dalla sua guida, dai suoi consigli, e tanti amici avevano ancora bisogno di lui, per il suo sorriso e la sua saggezza, la sua generosità e la sua onestà.

Jerome è stato ucciso perchè credeva nella pace, perchè non ha mai impuganto un’arma, perchè aiutava tutti e la sera tornava a casa da sua moglie,

è stato ucciso da un amico, uno a cui avrebbe affidato sua moglie, che conosceva e aiutava da anni,

perchè? perchè? perchè? 

Tutti non facciamo altro che porci la stessa domanda, e provare lo stesso prurito alle mani, lo stesso senso di vuoto, di rabbia, d’incapacità di pensare e agire. Forse voleva colpire il Centro dove lavoro, il suo responsabile, il missionario Claudio Marano, e tutti i suoi più prossimi collaboratori, forse è stato solo un gesto di follia. Tutte ipotesi che cadono nel vuoto nel momento in cui la polizia non fa il suo dovere, nel momento in cui nessun sopralluogo, nessun interrogatorio, nessua vera inchiesta è mai stata avviata, nel momento in cui quell’uomo ha la possibilità e la lucidità di contattare organizzazioni per la tutela dei diritti umani ed appellarsi alla pazzia, per salvarsi la pelle, nel momento in cui appare in televisione freddo e quasi fiero, senza il minimo pentimento e la minima vergogna.

Lo ricordo quell’uomo, ricordo il suo sguardo, era passato qui al Centro, in ufficio, prima di recarsi da Jerome, ricordo che mi guardava diritto negli occhi, mi teneva il braccio, agiva e poneva questioni come un capo, ricordo di avere avuto paura, di aver pensato ‘dev’essere uno di quelli che ha partecipato ai massacri, uno di quelli drogati di sangue’, dopo un po’ di tempo trascorso in un paese in cui tutti sono stati toccati dalla guerra non è difficile riconoscere certi atteggiamenti da ‘ex-combattente’, da ‘ex-assassino’; e quello sguardo ... agghiacciante e spiritato, ricordo di avergli detto di tornare il giorno successivo, ....‘domani è troppo tardi’ ha risposto!

Domani è stato tardi, Jerome è stato sparato, Joelle è stata finita a coltellate e sgozzata, con una violenza che nessuno si spiega e a cui nessumo crede, Joelle era incinta! Una famiglia è stata massacrata, ‘Jerome non ci ha lasciato più niente’- urlava un suo amico - ‘neanche la possibilità di prenderci cura di suo figlio’.

Come mi sento? Non riesco a rispondere!! Confusa, felice di essere viva, addolorata per la perdita di un amico e di un collega, sconvolta e choccata per il pericolo scampato, arrabbiata per aver sottovalutato la minaccia che quell’uomo rappresentava giustificandolo con un ‘qui è normale’. E forse questo è il problema, quello di giudicare normalità le conseguenze di povertà, miserie e guerre che, effettivamente, sono diventate la quotidianità, come le continue morti, gli incessanti colpi di arma da fuoco, la presenza massiccia di armi in ogni casa, la mancanza di sicurezza soprattutto nei quarieri nord, esposti ad atti di banditismo e alle follie di chi non si rassegna a considerare la guerra finita, l’assenza di fiducia nelle istituzioni e negli organi che dovrebbero garantire la sicurezza, l’impunità che consente a criminali di continuare a passeggiare liberamente accanto a bambini e donne incinta, è assurdo, Assurdo! Questa non è la pace, questo è il preludio di una nuova guerra, causata da risentimenti e ferite mai risanate, dal bisogno di continuare ad uccidere perchè diventa l’unico mezzo per liberare la testa e lo spirito.

Di tutto cio’, ovviamente, aprofittano gli uomini potenti, per strumentalizzare e manipolare, tradurre nella loro causa sentimenti distorti dal sangue fatto colare e facilmente corrompibili. L’assassino di Jerome e Joelle, per esempio, era un loro amico, ma era anche uno che aveva vissuto una vita movimentata, aveva ucciso, aveva alle spalle una fuga in Spagna ed un matrimonio fallito con una spagnola, un rientro in Burundi senza un soldo e tra le beffe di amici e conoscenti, una vita segnata da alcool e prostitute, e ...una pistola ed un coltello in tasca! Era uno che avrebbe dovuto essere in prigione o, quantomeno, in un centro di recupero.

Probabilmente qualcuno si è servito di lui, qualcuno che forse non ha a cuore la linea di pace e riconciliazione seguita dal Centro, o che forse prova invidia per la nuova vita che il Centro ha donato ai suoi collaboratori e ai 28mila ragazzi di cui si occupa, qualcuno che gli ha donato dei soldi e lo ha incitato alla violenza, qualcuno che, anche se finirà in prigione, avrà comunque vinto, per essere riuscito ad abbattere due vite dedite alla riconciliazione e al rifiuto della violenza, due colonne portanti del Centro Giovani Kamenge, proprio nel momento in cui avevamo abbassato la guardia, avevamo pensato di essere a metà percorso sulla strada della pace. Ma bisogna continuare, con coraggio, forza, verità e giustizia, in nome di Jerome e Joelle, e delle energie che hanno donato al Centro e al loro paese, in nome di ideali che non dobbiamo lasciar morire nè abbandonare nell’incredulità e nella perdita di ragioni o di senso, bisogna andare avanti con lo stesso spirito, anche se, a volte, cio’ richiede molta più fatica!

Coraggio e fiducia!

Postato da: LAfricanA a 17:47 | link | commenti (8)
guerra e pace, burundi, al cejeka

sabato, 09 dicembre 2006
Tornero'!

Kila kitu kinamwanza kinamwisha-Tutto cio' che comincia finisce, intona una canzone di un artista burundese;un artista che si chiama Steven Irambona, uno dei 27000 ragazzi del Centro Giovani Kamenge, uno dei tanti che grazie al lavoro di Claudio è riuscito a dare un senso alla sua vita, un orfano di padre che ha subito i maltrattamenti del suo patrigno fin quando ha deciso di andare via da casa per cavarsela da solo, per realizzare il suo sogno di musicista. 

Vugukuri-Dite la verità, intona una canzone rap di Mitschel, uno dei ragazzi del Centro Ceres, uno di quelli che comunemente chiamiamo 'ragazzi di strada', un orfano che continua a pagare le conseguenze della guerra, uno che non ha paura di dire la verità, anzi di cantarla nella sua musica di strada, invocando la giustizia e la verità, un piccoletto tutto pepe di 14 anni che sogna di diventare una star.

Steven e Mitschell stanno realizzando i loro sogni, Steven è ormai una star in Burundi, l'anno scorso è uscito il suo primo album che s'intitola Ubuzima-La vita, Mitschell ieri è stato in radio e ha cantato in diretta il suo cavallo di battaglia: Burundi ni matata sana-Il Burundi è molto malato; e ha conosciuto il più famoso artista burundese: Big Furios. Se riesco, al mio ritorno in Burundi, finanziero' il suo primo album.

Se riesco, al mio ritorno in Burundi costruiro' una 'Casa della musica' per i ragazzi di strada, organizzero' spettacoli per beneficenza, aiutero' i burundesi ad aiutarsi da soli, preparero' lo statuto per l'associazione del gruppo salsa, avviero' l'adozione a distanza per gli orfani dei quartieri nord, organizzero' corsi di formazione, faro'.......

........probabilmente poco o nulla di tutto questo da sola, ma sogno, sogno di realizzare piccoli sogni, sogno di rivedere lo sguardo che aveva ieri Mitschell mentre lo accompagnavo alla radio, mentre stringeva la mano al suo idolo, sogno di ritrovare in tutti i giovani burundesi la determinazione di Steven mentre mi raccontava di quando diventerà 'qualcuno', il suo orgoglio mentre mi spiegava il contenuto del suo primo album, sogno la loro fierezza nell'essere burundesi, l'attaccamento alle proprie origini e alla loro patria, nonostante il Burundi sia il paese più povero del mondo, nonostante la guerra non sia mai veramente finita, nonostante l'impossibilità di esprimere le proprie opinioni.

Tra un po' tornero' a casa per trascorrere le vacanze di Natale con la mia famiglia, una piccola pausa di un mese prima di respirare nuovamente l'odore di questa terra rossa che tanto amo, torno con tanta voglia di raccontare e condividere, torno con tante idee da rimettere in ordine, con tante emozioni da metabolizzare, torno con la sensazione di essere un po' più forte, ma anche più confusa, torno con la consapevolezza che dovro' prepararmi ad un periodo più lungo e intenso qui in Burundi, torno con tanti ricordi e nuovi affetti, e e tanti desideri per l'anno nuovo.

I miei amici burundesi mi hanno insegnato ad attendere e ad avere pazienza, a comprendere e superare le differenze, mi hanno insegnato cos'è la casa, cos'è una famiglia, che non s'identifica solo con un luogo materiale, ma con tutte le persone che hanno condiviso le piccole quotidianità, un pezzo di pane o una birra, momenti tristi e momenti sereni, miserie e gioie.

A tutti loro posso solo dire: Murakoze Cane, Grazie mille.

Tornero' presto!!!

Postato da: LAfricanA a 19:15 | link | commenti (4)
emozioni, burundi, al cejeka

giovedì, 02 novembre 2006
Dietro le sbarre!

dietro le sbarre

Lunedi 23 ottobre, un animatore del Centro Giovani kamenge, E., ha festeggiato la fine del suo mese di Ramadam in carcere, dopo uno scambio di battute non proprio simpatiche con un poliziotto per questioni di parcheggio. Il poliziotto gli aveva vietato senza motivo di sostare la sua vettura e lui se n' era letteralmente fregato non capendo il motivo del divieto. L'uomo in divisa ha cominciato ad inveire contro di lui ed E. ha reagito chiamandolo 'cane', si è ritrovato cosi in prigione con l'accusa di aver offeso direttamente il Presidente della Repubblica avendo insultato un funzionario governativo.

Fortunatamente è stato rilasciato dopo poche ore, il tempo sufficiente per indignarsi delle condizioni di vita nel carcere di Bujumbura. Ha raccontato di persone arrestate senza motivo, o per questioni di pochi soldi, di ragazzini adolescenti finiti dentro per aver preteso da qualche militare il pagamento per il loro servizio di taxi-velo' (bici-taxi), senza la benché minima possibilità di difendersi o di fare appello ad un sistema giudiziario pressoché inesistente.

E. se l'è cavata grazie all'aiuto di conoscenti, mentre il poliziotto, che aveva già stabilito la sua punizione (tre giorni in carcere e il pagamento di 50000 franchi burundesi, circa 40 euro), ha dovuto ingoiare il boccone amaro della sua scarcerazione e tornarsene a casa con le tasche vuote.

Frastornato ed arrabbiato E. avrebbe voluto denunciare l’accaduto alla lega burundese per i diritti dell’uomo, Iteka, se non fosse stato per le numerose voci che gli hanno consigliato di tornarsene a casa dalla sua famiglia e finirla lì.

Questa la giustizia ed il rispetto dei diritti dell’uomo in un paese in cui, a detta di molti, si viveva meglio nel 1996, sotto il regime autoritario di Buyoya, piuttosto che oggi, con un governo democraticamente eletto. Oggi si finisce in prigione se non si eseguono gli ordini, spesso senza senso e al solo scopo d’intascare un po’ di denaro, di poliziotti e militari corrotti, che quando non sono ubriachi cercano il primo povero malcapitato per sfogarsi in altro modo. Quelli più fortunati, perché hanno un po’ di soldi da parte o qualche buon amico escono, gli altri restano lì in attesa della benevolenza di qualche comandante.

 

Ricordo ancora la mia visita al carcere di Bujumbura l’anno scorso, mi avevano concesso di visitare solo la parte femminile per motivi di sicurezza: 20-25 donne, alcune con i loro bimbi, in una stanzetta, non facevo altro che chiedermi in quali condizioni vivessero gli uomini.

Nei penitenziari burundesi si trovano 7.183 detenuti, compresi 200 minori e 170 donne, in edifici fatiscenti che potrebbero ospitarne al massimo 3550, edifici che diventano paludi nella stagione delle piogge, dove i prigionieri devono dormire a rotazione, dove la razione giornaliera di cibo è di 200 grammi di fagioli e 200 di focaccia di manioca, dove le feci sono espulse in sacchetti di plastica dalle finestre direttamente in strada, dove la tubercolosi è la prima causa di morte.  Frequenti le denunce di torture e maltrattamenti.

Se si volesse trovare un aggettivo per descrivere tali condizioni di vita il termine DISUMANO non sarebbe sufficiente!!

 

Cosa avrà imparato E. da quest’esperienza?

Semplice, che non litigherà né insulterà mai più un poliziotto per difendere i suoi diritti, che non vale neanche la pena di raccontare l’accaduto ad una lega per i diritti dell’uomo, perché è preferibile abbassare la testa e voltare le spalle, e dimenticare gli insulti e le provocazioni, per tornare a casa dalla propria famiglia. Il vero carcere per E. è il suo silenzio, la sua sfida quotidiana è con il suo limite di sopportazione.

Ma fino a quando si può reggere?

E’ andata a finire allo stesso modo della storia dei fagioli di Kanyosha: ‘lasciar perdere e dimenticare’.

Qualcuno riuscirà mai ad uscire dal tunnel della paura? Qualcuno riuscirà mai ad unire persone intorno ad obiettivi e lotte comuni?

Prima della colonizzazione, nel Burundi tradizionale, ogni capo aveva un suo esercito i cui soldati erano chiamati ABADASIGANA,  che significa: persone che si muovono insieme senza bisogno di negoziare le posizioni di combattimento, senza pensare al ‘va avanti tu che io ti seguo’, come una grande mano, un unico uomo, un’unica vita, insieme per cacciare gli invasori, per difendere i propri beni. Il Burundi deve rimpossessarsi della sua storia, della sua solidarietà, e dei suoi valori; deve ritrovare la sua unione e comprendere che questa è la vera forza, insieme per il cambiamento.

Durante la guerra del 1993 sono comparsi piccoli nuclei di opposizione nonviolenta, ma di questo ve ne parlerò un’altra volta.

Postato da: LAfricanA a 18:58 | link | commenti (5)
burundi, al cejeka

mercoledì, 25 ottobre 2006
Insieme per condividere!

DSCN1781

Questo mese di ottobre quasi trascorso è stato un mese particolare per il Burundi, un mese pieno di ricorrenze e riflessioni, ci si è riuniti per ricordare il principe Rwagasore, assassinato il 13 ottobre 1962,  Paul Mirerekano, arrestato e ucciso il 19 ottobre 1965, e Melchior Ndadaye, il primo Presidente hutu, assassinato il 21 ottobre 1993 a due mesi dalla sua elezione. E’ stato il mese del Ramadam, terminato lunedì 23 ottobre, il mese dell’inizio della stagione delle grandi piogge, il mese della semina, il mese della riorganizzazione delle attività del nuovo anno al Centre Jeunes Kamenge.

Il 23 ottobre canti e festeggiamenti hanno concluso il periodo del Ramadam, nell’euforia di un giorno di festa nazionale per l’evento con tanto di congedo concesso a tutti i burundesi, musulmani e non!.

Il 13 ottobre tutti i burundesi hanno sospeso le  loro attività in onore del tutsi Rwagasore, il fondatore del partito Uprona e padre dell’indipendenza, lo spirito unificatore delle differenze, colui che ha unito hutu, tutsi e twa nel nome della libertà e della democrazia contro l’invasione divisionista dei coloni belgi; il 19 ottobre qualcuno ha pensato bene di ricordare anche Paul Mirerekano, l’amico hutu du Rwagasore, designato da quest’ultimo come suo successore, ma mai salito al potere a causa della sua appartenenza etnica, arrestato e trucidato per essersi opposto allo strapotere tutsi dell’Uprona. La festa nazionale in onore di Ndadaye, invece, avrebbe dovuto slittare di due giorni ma, non potendo coincidere con quella per la fine del Ramadam, è stata riconfermata per sabato 21. Ndadaye è stato il primo Presidente hutu democraticamente eletto dopo anni di autoritarismo dei tutsi dell’Uprona, che avevano, poco a poco, e con mezzi di diverso tipo, eliminato tutta la classe dirigente hutu, e allontanato gli intellettuali hutu dalle più alte cariche politiche ed amministrative. La sua morte, avvenuta in seguito ad un presunto colpo di stato da parte di alcuni ufficiali dell’esercito (completamente monoetnico e completamente tutsi), ha scatenato il genocidio del 1993, che ha provocato 300.000 morti, 800.000 rifugiati, e più di 300.000 sfollati. Per non dimenticare è stato costruito un monumento a Kibimba, nel luogo dove sorgeva una scuola secondaria in cui sono stati bruciati vivi circa 100 studenti di etnia tutsi, all’insegna del plus jamais ça (mai più questo), che il nuovo governo ha considerato un particolare trascurabile visto che niente è stato fatto per commemorare l’evento. Il ‘nostro Presidente Ndadaye’ è stato ricordato con piccole cerimonie religiose qua e là, ma ogni altro tentativo di commemorazione delle vittime del genocidio è stato bruciato da un provvedimento governativo che vieta celebrazioni di qualsiasi altro tipo. Solo poche associazioni, spesso le più estremiste, hanno organizzato incontri, forum e marce, per ribadire quello che per molti, ma non per tutti, è considerato il genocidio dei tutsi. Anche quest’anno, quindi, come l’anno precedente, né il Presidente Nkurunziza, né alcun esponente del nuovo governo (composto prevalentemente da ex ribelli hutu del Cndd-Fdd più una certo numero di tutsi affiliati al partito, come stabilito dagli Accordi di pace e dalla Costituzione)), si è recato a Kibimba per ricordare le vittime del genocidio. Si dimentica e si va avanti in questo paese, si dimenticano le offese, si dimenticano gli arresti arbitrari, si dimentica la giustizia fai-da-te, si dimenticano le dichiarazioni diffamanti che alimentano divisioni etniche e religiose, gli assassini per pochi spiccioli, e ci si tappa la bocca con la paura.

Per fortuna qui al Centre Jeunes si trova sempre il modo per fare sentire diplomaticamente la nostra voce, per restare insieme ed offrire esempi, per opporre l’amore alle provocazioni. E alle provocazioni, si sa, ci sono solo due reazioni, noi abbiamo deciso, allora, di rispettare la disposizione governativa, di festeggiare la festa musulmana ma, al tempo stesso, di continuare a predicare la pace: nello spirito dell’unità e della condivisione delle differenze, ci siamo preparati ad una veglia di preghiera in tutte le lingue, su tutti i testi, e con tutte le canzoni che il momento imponeva. Giovani cattolici, protestanti, musulmani, ebrei, hutu, tutsi, batwa, congolesi, ruandesi e chi più ne ha più ne metta, si sono seduti insieme dinanzi alla fiamma di una candela per leggere brani della Bibbia, del Corano, del Nuovo Testamento, per cantare e pregare insieme per la pace in Burundi e nel mondo. Un momento che neanche i burundesi, con tutte le loro paure, riusciranno a dimenticare.

Postato da: LAfricanA a 10:55 | link | commenti (2)
burundi, al cejeka