Il prezzo dell'Africa, di occhi e dolore. Spari al termine del giorno, chi vende e chi si vende: armi e vite. Ciò che si vede e quel che resta è opaco. Una mano tesa, il mento rivolto verso l'alto: Dignità. Occhi contro occhi, flebili fiammelle, è BUIO! E poi il DOMANI! Storie Africane

Eccomi

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"Abbiamo in prestito questo mondo per i nostri figli, non è che lo abbiamo ereditato dai nostri padri, allora ai nostri figli dobbiamo dire: Ti abbiamo voluto bene, ti abbiamo amato" (R.BENIGNI) ****************************************** Celui qui accepte le mal est tout autant responsable que celui qui le commet. Celui qui voit le mal et ne proteste pas, celui-là aide à faire le mal. (M.L.KING)

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domenica, 20 aprile 2008
Grida

Le previsioni si sono realizzate molto prima del previsto....

Il deserto delle vivaci strade burundesi al calare del sole e il vuoto dei locali e dei ristoranti normalmente frequentati senza orario e senza timore lo annunciavano, così come lo annunciavano gli spari notturni, gli arresti arbitrari, le minacce contro i partiti all'opposizione, gli assassinii di gente innocente nei quartieri nord, gli innumerevoli e faliti tentativi di negoziazione con le FNL, l'ultimo gruppo ribelle nel paese.

Da giovedi sera la capitale affonda sotto le bombe, lanciate in vari quartieri della capitale, e trema sotto il fuoco incrociato tra l'esercito e i ribelli. La popolazione trascorre di nuovo ore interminabili, chiedendosi dove cadrà la prossima bomba, chi colpirà il prossimo proiettile.

Tutto ciò non ha senso, qusta guerra interminabile non ha più senso, queste morti non hanno mai avuto senso, e questo dolore pungente che immagino negli occhi di amici e madri e bambini che ho lasciato appena due settimane fa non ha senso.

Il governo accusa le Fnl, le Fnl rifutano le accuse. Tutti i giornali e le radio parlano di attacchi delle Fnl, di violazioni del cessate-il-fuoco, le Nazioni Unite invitano le Fnl a cessare le ostilità e continuano a restare accanto, inerti e deboli, ad un governo di ladri e assassini.

Eppure tutti conoscono la verità, non sono semplici attacchi delle Fnl, si tratta bensi di una strategia elaborata da tempo dal partito al governo. Questa strategia consiste nel provocare il panico nel paese, nel nutrire l'instabilità e l' insicurezza, al fine di ritardare il processo elettorale, mettere a tacere ogni opposizione, mantenere il potere il più a lungo possibile. Questa strategia è in costruzione da mesi, da quando il Cndd-Fdd,  ex-gruppo ribelle e attuale partito al governo, ha ingaggiato un gruppo di  ex-ribelli demobilizzati e rimasti fedeli al partito per uccidere chiunque si opponga alla sua politica violenta e oppressiva; da quando aerei provenienti dal Sudan carichi di armi atterrano a Bujumbura nel cuore della notte. I burundesi e i funzionari delle Nazioni Unite hanno occhi per vedere e orecchie per sentire, eppure nessuno ha avuto una bocca e i coglioni per parlare.

I poveracci che ci rimetteranno le penne, invece, non hanno più lacrime per piangere.

Guai, guai a chi dirà: "Non ne sapevamo niente"

Povera, povera e triste la coscienza di colui che non ha fatto nulla, guadagnando soldi sulla vita di esseri umani. Enormi dovrebbero essere i sensi di colpa di chi poteva e non ha voluto.

Tanti allarmi sono stati lanciati, poche voci hanno cercato di avvertire, di chiedere aiuto. Niente! Vuoto!

Ora c'è solo il suono dei proiettili e l'eco delle bombe a riempire questo nulla di lacrime e dolore, e quelle bocche di inutili appelli alla calma e alla pace.

Un governo legittimmamente eletto di assassini, rende oggi assassini tutti coloro che tacitamente lo sostengono. Intrattenere relazioni internazionali con un governo legittimamente eletto di assassini priva le istituzioni e la comunità internazionali del valore di tutti gli sforzi fatti sul cammino della pace.

Sono triste, inkazzata, disgustata, preoccupata, impotente, incapace di immaginare un futuro diverso peri miei figli.

L'assurdità dell'avidità umana e della mancanza di umanità mi avvilisce.

Grido qui, su questo blog, forte e inutilmente come sempre. Le mie grida non fermeranno le armi di guerra, e non copriranno le urla di madri, figli, padri, amici, speranze che non vedranno più futuri.

Mi aiuteranno solo a sentirmi meno inutile!!

Valeria Alfieri

Postato da: LAfricanA a 20:56 | link | commenti (15)
guerra e pace, burundi

lunedì, 10 marzo 2008
Scusa questo sfogo...

Lo sanno tutti, ormai. E' solo una questione di tempo, prima che qualcuno si giustifichi dicendo 'non lo sapevamo, non abbiamo potuto fare nulla', ed il passato ritorna impietoso come sempre.

Tutti sanno, ormai, che il governo ha armato degli ex-ribelli e compilato una lista di gente da fare fuori, tutti lo sanno che hanno già cominciato, e che spesso sbagliano casa, o macchina, e donne muoiono con gli occhi sbarrati, stringendo i loro piccoli.

Tutti sanno, che il governo ha in programma di scatenare un gran casino per ritardare le elezioni e mangiare un altro po' di soldi, tutti sanno che le insegnanti violentate un po' ovunque nel paese dai loro studenti sono le prime vittime innocenti di un potere che attua la strategia dell'intimidazione e del terrore per ammotulire tutti.

Tutti sanno che aerei carichi di armi arrivano dal Sudan e che un giornalista che ha avuto l'imprudenza di recarsi sul posto per svolgere il suo lavoro è stato picchiato a sangue dalla polizia.

Tutti sanno che i parlamentari dell'opposizione hanno denunciato le continue violenze e le continue minacce di morte nei loro confronti all' ufficio delle Nazioni Unite in Burundi, chiedendo protezione. Da giorni aspettano ancora una reazione.

Tutti sanno che il governo nigeriano e quello burundese stipulano contratti fantasma per barili di petrolio che non arrivano mai a destinazione e si dividono milioni.

...e gli amministratori di quartire all'opposizione cercano di lasciare il paese se possono. In due giorni due persone mi hanno chiesto di aiutarli a scappare. Sono minacciati di morte ed hanno paura.

E' grave, è molto grave, e nessuno apre bocca per fermare ciò che non deve più accadere. Un funzionario delle Nazioni Unite in Burundi si è licenziato, per l'amarezza e l'impotenza di dover lavorare per conto di gente che se ne frega della vita di serieB di un burundese.

Tutti dicono che i funzionari delle Nazioni Unite sono qui solo per la valanga di soldi che finisce nelle loro tasche.

Che vergogna, ho vergogna di far parte di questo mondo.

Eppure era prevedibile, un gruppo di ribelli che ha ammazzato per anni non diventa un partito politico in pochi mesi, la trasformazione, se possibile, è troppo lunga e delicata. Eccoli che, alla prima difficoltà, hanno ripreso la strada della violenza.

Il Cndd-Fdd, il partito al governo, sta facendo rivoltare il paese su stesso. Ci sono liste, e prove, e evidenze,  che ho visto coi miei occhi, che smonterebbero il diritto di un governo legittimamente eletto ad essere considerato come tale.

Un governo di assassini e di complici sileziosi per codardia, non è un governo legittimo. Le regole internazionali non funzionano!!

Spero che qualcuno legga, e s'inkazzi almeno un quarto di quanto sarebbe necessario per fermare questa vergogna e questa assurda e assassina indifferenza, e che mi scusi per questo sfogo!!

Postato da: LAfricanA a 21:16 | link | commenti (9)
rabbia, contraddizioni

Torna a casa

Un sospiro nella notte, l’ultimo suono soffocato da lanci di granate, una mamma e il suo bambino riposavano in un’alba che non vide luogo, l’ennesime vittime di un male senza senso, senza che denunce siano ascoltate. La pace non ritorna e la musica è di un giorno interminabile di lutto e grida. Cosa ne sarà degli amici e delle speranze, del sogno di una vita insieme che corre tra campi di spighe. Solo il soffio del vento a portare via quest’angoscia, solo l’assurda abitudine della morte a riscaldare il cuore impotente. Anni di dolore e poi la speranza spenta al nascere, il cambiamento  assassinato dalla cieca avidità, dalla cieca stupidità del potere. Cosa ne sarà dei bambini e del futuro!! ‘Mamma, che succede’- e la mamma non trovò le parole. Neanche - ‘Fuochi d’artificio, figlio mio’ – riuscì a dire. Ecco la dea bendata in una strada senza uscita… quale il futuro?

La filosofia dell’istante che domina ogni anima di un paese senza pace, di un paese di foreste disboscate ed armi dal Sudan, di petrolio della Nigeria e giri di affari milionari, della comunità internazionale sorda alle richieste di aiuto e protezione. Rav 4, grandi auto e occhi di fame, Presidenti populisti e assassini che piantano alberi e ammazzano gente, e l’impotenza e il singhiozzo di un grido di denuncia che non trova fiato. Il Burundi sta soffocando, tra la disillusione, la delusione, la stanchezza, la responsabilità di chi imbraccia armi e l’unico peccato di chi subisce senza scelta. Vorrei chiamare Dio, chiedergli di aprire gli occhi, di tornare a casa, sedersi su di una poltrona, accendere la televisione… e cullare quella mamma e il suo bambino!!

Postato da: LAfricanA a 20:46 | link | commenti
guerra e pace, burundi, tra illusioni e realtà

sabato, 26 gennaio 2008
Torna a cantare

E’ da molto che non scrivo,

lo sai,

è da quando sono ritornata.

Non l’ho quasi più riaperto ‘sto blog,

lo sai, e ti ringrazio per non aver detto nulla,

ti ringrazio per essere rimasta zitta ad ascoltare il mio silenzio.

La memoria, ….è cosi dolce e cosi cattiva!!

Ho avuto tante scuse per non scrivere, tante,

il tempo, gli esami, il corso di francese, il mio progetto di ricerca,

altre cose, cose altre, più importanti… più importanti??

In questi mesi cari amici hanno chiuso e riaperto blog, vecchi e nuovi, per cancellare, liberare, continuare, amare, ricominciare e tanto tanto altro ancora.

Il mio è rimasto, inerme, in questo spazio, a occupare pagine, a riempire attimi, senza il coraggio di ritornare né continuare.

In questi mesi… ho preso tante pause, i miei pensieri si fermano all’oggi.

Le pause…. sono indispensabili.

In questi mesi ho imparato tanto…

Ho imparato come nasce lo stato in Africa, come è degenerato verso l’autoritarismo,

ho imparato una cultura plurale, un diritto plurale, regole non scritte, sono entrata in un universo sopravvissuto a tentativi vari di modernizzazione, ho visto tanti partiti nascere e morire, uomini battersi per la libertà e la democrazia, guerre scatenarsi, fermarsi e riprendersi, vittime e rifugiati e politiche di reintegrazione, ho conosciuto il successo del Sud Africa, il fallimento del ruanda, della Somalia, del Congo….

Successi, fallimenti??

….quanto, quanto avrei potuto scrivere.

Ho pensato di postare i miei esami, i miei ‘imparati’, le teorie che fanno bene all’uomo bianco ed anche a me…

non l’ho mai fatto, il pensiero è durato poco.

Ah Africa Africa,

Non aveva senso ricominciare a raccontarti in questo modo, dopo l’ultimo anno, dopo averti un po’ vissuto, dopo averti tanto amato.

Il 17 febbraio riparto, ho il mio biglietto qui tra le mie mani.

Sarai contenta hein?

Penserai che è giunto il tempo…. Te l’avevo promesso,

e sei l’unica a cui mantengo le promesse

e lo sai.

E’ difficile ricordare,

la vita deve continuare, mi dirai…

si muore… è naturale, quando Dio vorrà, ….mi dirai.

Sei qui, sei viva, sei sana…. E la vita in fondo è bella, …. mi dirai

Lascia seppellire i morti,

piangi una notte intera, anche una settimana, e poi torna a cantare.

 

Postato da: LAfricanA a 22:46 | link | commenti (7)
incontri, emozioni, contraddizioni

mercoledì, 08 agosto 2007
Nel continente nero

Intore

L’Africa è un mondo fisico, inteso come piena e nuda fisicità, l’Africa è fisica perché non costellata da reti di strade e bande di automobili, è fisica perché la vita si spiega lungo percorsi non asfaltati, che portano ad un bacino d’acqua per lavare i panni, a campi coltivati per assicurarsi il cibo, a luoghi di preghiera per sovrapporre in un attimo cielo e terra, a stregoni imbottiti di riti e consigli, attraverso il contatto con altri occhi, altre mani, altri corpi, altra terra calpestata da altri piedi. Il saluto in Africa è lungo e ripetitivo, perché la fisicità non ha tempo, ed al tempo stesso il tempo ha bisogno di essere misurato e sospeso per averne il dominio, ha bisogno di persone che s’incontrano e si fermano piede contro piede, mano nella mano. Un’ ora di viaggio in Africa diventa un giorno intenso di vita e di incontri, i piedi l’unico strumento di cui si ha bisogno per vivere. Come dice Leroi-Gouran (1982) la specie umana ha ‘inizio con i piedi’, la facoltà di comprendere la realtà esplorandola e sfruttandola nasce nel momento in cui l’uomo si alza su due piedi. Camminare per bisogno o piacere è vivere attraverso il corpo, forse per questo in Africa è tutto più fisico, e la consapevolezza del proprio corpo ed il godimento nel possederlo ed utilizzarlo è più evidente e meno comprensibile perché riacquista di naturalezza e originalità primordiale. Ogni paesaggio è reso vivo da sentieri nascosti che salgono e scendono per colline e valli, intervallato dai colori accesi di uomini che marciano con rassegnata tranquillità e rigore, la vera Africa è quella che si nasconde dalle strade asfaltate e da occhi indiscreti, è quella che si protegge e resiste ai rumori ed al grigiore della modernità, tra il silenzio dei bananeti, il candore della manioca essiccata al sole, dei panni stesi su di un cespuglio, di piedi nudi sulla terra rossa.
L’Africa è il mondo del tempo, il ritmo è scandito dai colori del cielo, ci si sveglia al sorgere del sole, ci si addormenta al calare della notte, il giorno inizia sul sentiero di sempre, scorre al suono regolare della zappa, e volge al termine al peso di fagotti e grossi sacchi portati sulla testa verso casa. L’Africa possiede il tempo, il tempo di fermarsi al tramonto per godere il sapore della birra di banana o di sorgo, quello per raccontarsi una storia dinnanzi al fuoco, per riposarsi all’ombra di un mango, l’unica fretta, a volte, è quella di arrivare a casa prima che cada la pioggia o prima del calar del sole.
L’Africa è il mondo delle origini in cui si trova l’essenziale, una bevanda calda e polenta di mais o manioca, un abito giusto per coprire il pudore e la bellezza della nudità, un giaciglio su cui adagiarsi ed una finestra per ascoltare il ritmo della natura, protagonisti dei più meravigliosi e incontaminati spettacoli della vita sulla terra.
L’Africa è il mondo in cui non si è mai soli, nel bel mezzo del deserto, di una foresta, di un’isola distesa in un lago immenso, ci sono occhi che scrutano, voci che s’interrogano, mani che si cercano. L’Africa lascia sempre spazio ad ogni nuovo arrivo, in Africa c’è sempre posto, posto per una sedia in più, una bocca in più, una mano in più, un giaciglio in più.
Ma l’Africa è anche il continente in guerra, quello di sangue, diamanti e bambini soldato, quello di ventri gonfi e occhi incrostati di lacrime, dilaniato dalla fame e dai limiti della follia umana, divorato da grandi metropoli invivibili e contraddittorie, dallo scontro con la modernità e la globalizzazione, dall’individualismo e l’avidità, da quel fatalismo che sconfina nella rassegnazione e nell’irresponsabilità, è il continente della corruzione e delle divisioni, del razzismo e di due sole categorie sociali, della perdita delle conquiste dell’uomo in termini di libertà di scelta e dignità, quello di ricchezze inimmaginabili che meritano prese di coscienza. E’ l’Africa dei grandi drammi e delle tragedie inascoltate, dei giri di affari milionari sulle pelle di cittadini di seconda mano, il sogno infranto ma ancora vivo dell’unità e della rivalsa.
L’Africa ha tante immagini e rappresentazioni, ognuna non è meno vera delle altre!

Postato da: LAfricanA a 08:57 | link | commenti (31)
emozioni, ricordi africani

martedì, 07 agosto 2007
Dove stiamo andando!!

Lo sviluppo...
Qualcuno una volta mi ha detto che quando intorno c’è solo buio l’unica cosa da fare è sedersi e attendere l’alba, ma quando il cuore è caduto in un bicchiere di rum non è giusto sedersi e lasciarlo annegare, altrimenti quell’attesa dell’alba si trasforma in una nuova notte e nell’attesa solo di essa per chiudere gli occhi e fermare la mente.
Quante albe ho atteso nella notte africana, e quanti giorni ho lasciato cadere per spegnere quella luce, quei colori, quelle grida, quegli occhi, per non vedere più quella devastazione e non dover più pensare al giusto e sbagliato, ai perché e ai come.
Il mondo è malato, sì il mondo è malato e l’intelligenza è in stand-by, sembra che una sorta di pazzia e di cecità si stia impossessando di tutte le meraviglie che l’uomo ha creato e di tutta la meraviglia dell’uomo. E poco importa che sia l’Africa o l’Europa, è l’identità dell’uomo ad essere messa in discussione, cioè la sua stessa esistenza come dignità e diritto alla vita sulla terra, uguale per tutti ed in bilico per tutti.
Il filo che ci tiene legati è uno, e lo stesso quello che appende differenze, identità, religioni, instabilità, pregiudizi, giudizi di valore alla vetrina di uno dei più grandi centri commerciali anziché al chiodo della cantina. Quando cominceremo a comprendere che le nostre esistenze sono legate, e nell’attuale mondo globalizzato ancora di più, che sfruttare incondizionatamente l’oggi perde nel domani, negli occhi smarriti e spavaldi di quei bambini che non vogliamo mettere al mondo chiedendoci che futuro avranno. Anche in Africa le nuove generazioni desiderano meno figli, perché il ritmo di vita è cambiato pur essendo la povertà sempre la stessa o peggiore, non si vuole più lavorare nei campi, né vivere nelle campagne, soprattutto in queste nuove, gigantesche metropoli dove vecchio e nuovo cozzano di continuo, come la crescente disparità tra i pochi sempre più ricchi ed tanti sempre più poveri, dove piccoli e grandi borghesucci giocano a fare gli intellettualoidi o i manager, preferendo restare a casa in attesa di un posto in ufficio piuttosto che spaccarsi la schiena nei campi ed essere additati come quelli della campagna, i paysans, i contadini. L’immagine sociale conta più dell’essere sociale, e l’auto grande, il telefonino, il jeans all’ultima moda indicano chi scegliere come marito o semplicemente come amico, rappresentano l’aspirazione di ogni giovane studente, l’accessorio del potere, la garanzia di una vita migliore. Ange, una ragazza di origine ruandese incontrata un giorno in bus mi ha detto: ‘io non potrei mai avere un ragazzo senza macchina, non amo spostarmi a piedi, che me ne faccio di uno senza soldi, che vita potrei avere accanto a lui?’. Ecco dove sta andando la presunta solidarietà africana, lo spirito comunitario che continua ad esistere solo nell’immaginario europeo, ed il mito del selvaggio buono e generoso solo in quello del cinema coloniale. La comunità africana è una comunità di sopravvivenza, la comunità delle grandi metropoli africane è individualista, invidiosa, competitiva, sfruttatrice; la nuova borghesia chiude gli occhi dinnanzi a fratelli che muoiono di fame, si barrica in casa per paura dei ladri, si nasconde dietro alte mura di cinta per allontanare sguardi indiscreti dai loro beni. Il nuovo popolo della periferia è disperato e ammassato, senza un soldo per una fanta ma equipaggiato di telefonino, desideroso di farsi amico il primo bianco a cui succhiare qualche litro di birra e qualche serata in discoteca ‘en ville’.
L’identità, se davvero ne esiste soltanto una, gioca tra mondi diversi che si assomigliano, tra sentimenti che sono gli stessi ma più forti ed accentuati nella globalizzazione africana, in cui modernità e tradizione non sono mescolate ma contrapposte e ben individuabili, si sovrappongono e l’una resiste all’altra esaltandone spesso i soli aspetti negativi. Resiste la chiesa cattolica come resistono i riti tradizionali, si esce dalla chiesa e si va dallo stregone, e nel frattempo proliferano sette di ogni tipo che inneggiano ad un Dio negro e ad un figlio di Cristo nato in Congo. Piccoli comitati di lavoratori sognano un capo nero, un Consiglio di Sicurezza Onu nero, ma poi abbassano gli occhi dinnanzi alle frustrazioni dei capi bianchi che pagano bene ma sono pronti a condannare il responsabile locale come colpevole appena non tornano i conti, e non rinunciano a mangiare i soldi della comunità internazionale con la scusa che bisogna stare bene per aiutare gli altri.
Aiutare gli altri…. questi poveri africani a cui costruiamo latrine lasciando che continuino a urinare sui muri, costruiamo scuole sorvolando la carenza di insegnanti e libri, giusto per metterci un bel cartello ‘latrina costruita da..’ o ‘ scuola costruita da..’. Le contraddizioni della cooperazione, del volontariato, ma non solo, lo specchio della confusione e dell’incertezza del mondo in cui viviamo da cui esitano ad uscire leaders e soluzioni.
In Africa ho ritrovato tutte le contraddizioni del nostro tempo, esasperate dallo scimmiottamento di culture e stili di vita imposti dall’esterno, dal continuo Noi salvatori e Loro poveracci, all’interno di un legame coloniale e di assoggettamento che non è mai stato spezzato. Noi continuiamo a credere che il nostro sia l’unico sistema possibile e loro continuano ad annuire con la testa solo per avere aiuti e finanziamenti.
 
So solo criticare, sì purtroppo so solo criticare, e spesso fuggo con la sensazione che non ci sia nulla da fare, che andrà sempre peggio, che l’Africa come il mondo intero è in un baratro, ma poi resto, o ritorno, pensando che è sempre meglio di niente, chiedendomi quale sia il mio mondo e ritrovando a casa, tra amici e conoscenti, in fondo gli stessi problemi africani. Giovani che pensano dove sarà e come sarà la loro vita, che abusano di alcol e droghe, di corse pazze in macchina, senza miti né certezze, giovani che sono gli stessi in Africa come in Europa, la nuova generazione al varco, sul ciglio di un mondo strano, in bilico, dove essere diversi significa essere pazzi, essere giusti o sbagliati, essere da una parte o dall’altra.
In tutto il mondo ci si continua a domandare chi si è e da dove si viene, sullo sfondo dei sempre più numerosi e gettonati libri sull’identità, lo scontro di civiltà, quello di religione, forse sarebbe più giusto chiedersi dov’è che si sta andando.

Postato da: LAfricanA a 08:05 | link | commenti (8)
dal mondo, contraddizioni

giovedì, 02 agosto 2007
Questa è la storia di Ab e Av

Questa è la storia di Ab e Av, di un incontro avvenuto non per caso, di un’amicizia che è cresciuta poco per volta, fino a diventare più grande di ogni altro sentimento, fino ad andare oltre l’amore che potrebbe nascere tra un uomo ed una donna. Questa è una storia di fiducia indefinibile, di speranza, di pace e guerra, di promesse e di non ti dimenticherò, di lacrime e mani che le asciugano:
“Murakoze Av, murakoze”. Grazie Av, grazie, continuava a ripetere Ab, dopo una notte insonne tra lacrime che non volevano fermarsi, tristi ricordi e nuove e difficili speranze. Ab aveva raccontato ad Av tutta la sua triste storia, perché Av aveva “due orecchie per ascoltare, un cuore per comprendere, coraggio per parlare e rispetto per restare in silenzio”. Insieme hanno ballato e riso, si sono arrabbiati e hanno litigato, si sono confidati e tenuti per mano.
Ab viveva in un paese bellissimo, un paese a forma di cuore, ricoperto da alberi di banane, ananas e eucalipto, decorato da mille e mille colline su cui si abbandonava e scorazzava su e giù felice come su di un’altalena, un paese argentato come l’immenso lago che lo bagnava. Suo padre era un musicista, un uomo severo ma altruista, e sua madre si occupava di lui come si fa coi re. Ab era cresciuto circondato da voci allegre e spensierate, riscaldate dal tepore di belle giornate di scuola e musica, amici e amori, non sapeva cosa fosse la guerra, non aveva mai sentito questa bizzarra parola, non sapeva cosa fossero gli hutu e i tutsi, non aveva mai sentito parlare di etnie e identità. Suo padre, per quanto severo e duro, lo aveva sempre protetto dalle distorsioni del mondo, dalle brutture di cui l’uomo a volte può essere capace.
Ab andava a scuola e non aveva mai conosciuto la sofferenza prima di allora, prima di quella sera in cui un uomo gli donò un fucile urlando “È la guerra”, prima di quella sera in cui tanti amici e vicini non fecero ritorno a casa, prima di quella sera in cui udì il primo colpo di arma da fuoco della sua vita. Allora Ab capì che qualcosa sarebbe cambiato per sempre, che il suo paese e quel lago si sarebbero colorati di un colore diverso dall’argento, mentre i suoi sogni, quelli di un qualsiasi ragazzo di 14 anni, volavano via sempre più lontano, sempre più soffocati dalle urla, dal fumo, dagli spari, dalla pioggia che cadeva nella foresta sulla testa di giovani soldati, dalla nostalgia della sua famiglia, dall’imprevedibilità del domani che scompare con la forza ed il fragore di un tuono in un paese in guerra.
Ab aveva imparato a sparare, aveva ucciso molti nemici e visto uccidere molti amici, poi aveva cominciato ad uccidere quelli che prima erano amici e cominciato a parlare con quelli che prima erano nemici, fino al giorno in cui si rese conto di non capirci più niente. Cosa stava diventando? Cosa stava combattendo? Per chi? Contro chi? Stava distruggendo la sua vita, era vivo per miracolo dopo anni di morte e nascondigli nelle foreste, dopo aver patito la fame, il freddo, le malattie, la distruzione di tutte le bellezze della vita. Era stanco Ab, davvero stanco, la guerra lo aveva portato in un paese lontano dalla sua casa, la guerra lo costringeva a vivere nella paura e nell’orrore di minuti interminabili. Fin quando un giorno qualcuno gli dice che sua madre aveva attraversato frontiere per venire a riprendersi il suo piccolo re e che anche Eg, il suo migliore amico, era venuto a cercarlo e aveva lasciato una lettera per lui. Ab capisce di non essere solo, voleva piangere ma non aveva più lacrime, e allora comincia a correre, a correre per la sua pace.
“Corri Ab, corri e non fermarti! Corri Ab, corri e non voltarti!”
….e correva correva tra case distrutte, bambini che morivano di fame, donne mutilate.
“Scappa Ab, scappa dal ferro e dal fuoco! Scappa Ab, scappa e non tornare!”
….e scappava scappava da tutto ciò che non riusciva a perdonare.
“Vola Ab, vola a riabbracciare tua madre!”
….e volava volava tra i proiettili ed il temporale.
E ce l’ha fatta Ab, ce l’ha fatta, è tornato a casa e ha riabbracciato sua madre, l’ha abbracciata dopo anni, dopo che la guerra si era impossessata di ogni momento di gioia, l’ha abbracciata per l’ultima volta prima che morisse tra le sue braccia, come tanti suoi amici, come tanti suoi nemici, come tutto quell’amore che la guerra aveva chiuso a chiave.
EEamore che la guerra aveva chiuso a chiave.
 tanti suoi amici, come tanti suoi nemici, come tutto quell'
Era tornato a casa Ab ma non aveva mai smesso di piangere, era tornato a casa ma non aveva mai perdonato, non aveva mai donato fiducia neanche a se stesso, non aveva mai smesso di pentirsi chiedendo continuamente scusa “scusa per come mi sono comportato e per come mi comporterò”.
Lo sapeva Ab che la guerra ancora non era finita, che quelle immagini e tutto quel dolore non erano rimasti indietro nella sua corsa verso la pace, eppure ci provava, provava a sperare e a costruire, a ballare e amare, ma nessuno conosceva la sua storia, nessuno doveva conoscerla, lui non uccideva più e non portava più armi, solo un peso enorme sul cuore.
E correndo Ab incontra Av, non hanno mai trascorso tanto tempo insieme, e Ab non amava quelli come Av. Lei veniva da un posto lontano, non era del suo paese, era spensierata e non aveva mai visto un’arma. Eppure avevano qualcosa in comune, avevano imparato a correre tutti e due.
Poco a poco i due s’incontrano, si conoscono, si scambiano sorrisi, si cercano. Av lo ascoltava e Ab la proteggeva e la confortava. Aveva qualcosa Av che Ab amava tanto, riusciva sempre a mantenere le sue promesse ed inseguire le sue speranze, aiutava tutti e prendeva a cuore le storie degli altri, li ascoltava, e Ab in quel momento aveva tanto bisogno di essere ascoltato, di sorrisi e di dolcezza.
E così Av aveva cominciato ad ascoltare la sua storia, e Ab aveva cominciato ad affrontare il suo dolore, dalle sue labbra uscivano parole dure, spesso deluse, sensazioni talvolta confuse, che Av cercava di comprendere e poi lasciava che volassero via perché la speranza e l’amore potessero prendere il posto di tutta quella sofferenza, di tutta quell’incapacità di perdonarsi per il male che aveva fatto. Ab non era più un militare, anche se continuava a sentirsi tale, e Av lo portava con sé a ballare sulla luna, a correre nei bananeti, a giocare nell’acqua argentata del lago. Ab si era di nuovo innamorato, della vita e di Av, anche Av lo amava, ma lo amava come si ama una persona con un gran cuore, una persona che le aveva regalato momenti indimenticabili, come si ama un fratello. Questo Ab non l’aveva capito, e così un giorno quell’incantesimo si ruppe, Ab comincia a bere e Av comincia ad avere paura. L’alcool faceva uscire fuori tutta la violenza che Ab cercava di dimenticare, e Av diventava il buco nella rete di tutti i gol mancati nella sua vita. Av si allontana allora spaventata e con un gran magone in gola, aveva paura, aveva paura per Ab, sentiva di aver sbagliato, e aveva paura per lei, sentiva la violenza della guerra sulla sua pelle, ma non ce la faceva a lasciarlo andare, a lasciarlo affogare nella birra e nelle lacrime, e così un giorno, in piena notte, lo chiama e tra le lacrime gli chiede di abbracciarla. Ab urlava, la accusava di averlo tradito, di aver ucciso il suo amore, condannava la sua vita e condannava lei. Av rimaneva lì e lo ascoltava, piangeva e gli teneva le mani, aveva paura del coltello nella sua tasca ma doveva resistere, e doveva amarlo e fidarsi, come aveva sempre fatto. Fu allora che Ab capì, sentì la paura di Av ma, al tempo stesso, sentiva la sua forza e la sua determinazione, il suo attaccamento alla vita, la sua fiducia, fu allora che Ab ricominciò a correre, questa volta senza di lei, la lasciò andare e gettò quel pugnale, l’abbracciò chiamandola per nome, un nome che non avrebbe mai dimenticato, un nome che avrebbe continuato a correre nei suoi pensieri e nelle sue speranze.
Ab e Av da allora non si sarebbero più lasciati, i loro cuori continuano a viaggiare insieme nella pace. Ab aveva capito che l’amore di Av andava oltre quello di una donna per un uomo, era molto più grande, era un amore che non chiedeva nulla in cambio, era amore per l’uomo, fiducia nell’umanità, era convinzione che ogni essere umano ha la possibilità di amare e amarsi, di donare tanto a se stesso e agli altri. Il passato, quello nessuno poteva cambiarlo né cancellarlo, ma il futuro… Av lo aveva aiutato a ricostruirlo, a crederci, a sperare, a combattere, perché la vita è più forte di un fucile, e il loro legame è più forte della morte.
Grazie Ab, grazie!
Grazie Av, grazie!

Postato da: LAfricanA a 14:16 | link | commenti
guerra e pace, incontri, burundi, ponti di follia

lunedì, 23 luglio 2007
Sono proprio belli!!

campi di lavoro al Centre Jeunes Kamenge

Al Centro sono tutti in piena attività, campi di lavoro per ricostruire le case distrutte durante la guerra, per aiutare volontariamente le famiglie più disagiate. Giovani di ogni etnia, religione, colore, classe sociale, s'incontrano per costruire il loro sogno di pace, di armonia e giustizia. Lavorano gratuitamente, in nome di quella solidarietà che abbiamo dimenticato, il premio è sentirsi partecipi, in prima linea, del processo di riconciliazione e ricostruzione.

spettacolo al Centre Jeunes Kamenge

...e poi sono belli, non sono belli? Ogni sabato al Centro c'è un concerto per accompagnare l'estate e i visitatori che accorrono numerosi da tutta Europa per guardare con i propri occhi 'il miracolo che nessuno credeva possibile', il luogo in cui hutu e tutsi, e non solo, s'incontrano e vivono insieme nella pace, dopo decenni di massacri.

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incontri, burundi, al cejeka

sabato, 14 luglio 2007
'Plier bagage et la laisser tranquille'

Mescoliamoci...

Negli ultimi post ho raccontato e descritto un po' dell’Africa che ho osservato e visitato in queste ultime settimane, un’Africa che mi ha stupito per il suo ordine, la sua pulizia e la sua riservatezza, come il Ruanda, per le sue mescolanze, vivacità e contraddizioni, come l’Uganda, per realtà completamente diverse da quelle immaginate o rappresentate, come la città congolese Goma. Elemento comune di ogni viaggio è stato la sorpresa, e il prendere poco a poco consapevolezza dell’impossibilità di conoscere un paese senza scrutarlo con i propri occhi, delle immagini che la nostra mente rende erroneamente reali quando ci si aggrappa alle parole di un libro o di un articolo di giornale, e delle difficoltà di comprendere i suoi mille volti. Ho scorto un’Africa povera e devastata, una piacevole e divertente, meravigliosamente bella o sporca; ho vissuto i piccoli miracoli africani, quelli di una moto che sfrutta il millimetro tra due auto, di un autobus che marcia a 150 chilometri l’ora su strade strette, dissestate e piene di curve, di biciclette in salita cariche di chili di banane e casse di manioca, di teste nascoste da enormi sacchi di fagioli che procedono come cavalli con i paraocchi, correndo e urlando di fare spazio e spintonando indifferenti con un angolo e l’altro del sacco, ogni volta mi sono detta ‘cacchio, questo è pazzo!!’, e poi ho sorriso divertita e col cuore in gola. Mi sono posta tante questioni e continuo a cercare continuamente risposte, mi sono arrabbiata per la presunzione di portare lo sviluppo, di voler affermare il nostro modo di vivere e la nostra cultura, ma ho goduto degli internet point e dei cafè. A Kampala ho cercato per tre giorni stoffe africane, ma mi sono imbattuta solo in grandi centri commerciali e commercianti cinesi, a Kigali ho cercato ristoranti che preparassero l’ubugali (una sorta di polenta di manioca o mais tipica dell’Africa dei Grandi Laghi), ma mi sono ‘accontentata’ di quelli italiani, indiani, cinesi e dei fast food. E’ spesso difficile trovare pietanze africane nei ristoranti o negli hotel delle grandi città del continente, come è difficile andare al cinema senza essere pronti a sorbirsi film americani di sesso e violenza, o clip di rapper circondati da donne bellissime e seminude. A Bujumbura, in Burundi, non sono riuscita a trovare un cd di musica tradizionale, nelle grandi metropoli africane superaffollate le danze e la musica indigena sono diventate solo un’attrazione turistica che intasca soldi. I paesi del nord del mondo controllano la maggioranza dei circuiti d’informazione, basti pensare che il 70% delle emissioni televisive del sud sono importate dal nord e che l’industria delle telecomunicazioni è dominata da qualche grande gruppo generalmente anglofono, come AOL-Time-Warner, Dysney ABC, ATT, ecc., con i quali un gruppo di origine africana non può competere. E’ molto inquietante pensare che il sogno di un giornalista africano è quello di formarsi in una scuola giornalistica del nord, dato che oggi i nostri giornalisti tendono a passare da un soggetto all’altro, da un paese all’altro, senza la cultura generale appropriata per evitare approssimazioni e generalizzazioni abusive. Il sogno del nord è condiviso anche dalla maggior parte degli studenti, a causa sia delle difficile condizioni di un’università africana sia del prestigio che comporta studiare in Europa o in America. Ciò di per sé non sarebbe un male se non conducesse, come sostiene Anne-Cécile Robert, ad un certo conformismo politico, se non trasformasse giovani e promettenti studenti in ‘pinguini’, per usare un’espressione dell’artista senegalese Moussa Sene Absa, leaders che diventano marionette in giacca e cravatta completamente asserviti alle prescrizioni stabilite dalle agenzie del ‘mondo sviluppato’. La nuova classe dirigente africana formatasi all’estero è straniera nella propria terra, sconnessa dalle aspirazioni e necessità delle società locali; sono praticamente inesistenti degli intermediari tra il popolo e le elites dirigenti, corrotte e assorbite nel nuovo sistema mondiale. E’ così che le società si polarizzano, le contraddizioni aumentano e le incomprensioni anche. La collaborazione nord-sud, tra società africane e occidentali, il partenariato e lo sviluppo locale di cui tanto si parla è uno scambio vantaggioso sempre e solo all’occidente, riflettendo la vecchia logica dell’ emozione negra e la ragione ellenica e generando una nuova forma di colonizzazione riprodotta e sostenuta dalle stesse elites africane. Se la realtà delle nuove e grandi metropoli africane è quella del copia e incolla modelli europei o americani e il continente nero sembra non avere una storia ed un modello proprio a cui aggrapparsi, è anche vero che c’è un’Africa che Esiste e Resiste, che si oppone al liberalismo sfrenato e al liberismo, che preserva oasi culturali troppo radicate per consentirci i parlare di un paese senza storia. Modernità e tradizione non sono mescolate ma contrapposte, e l’una resiste e si oppone all’altra. L’Africa che resiste alla globalizzazione conserva e salvaguarda dei valori che l’Occidente non conosce più, come un ‘rapporto differente dell’individuo con la collettività, la resistenza all’accumulazione di ricchezze, il rifiuto della tirannia del tempo, l’accettazione e la canalizzazione delle passioni (generalmente attraverso rituali), l’inserimento pacifico nell’ambiente’ (Anne-Cécile Robert), valori che l’Occidente capitalista è incapace di concepire, come è incapace di concepire la diversità e la pluralità del mondo, il cui rispetto solo può realizzare la giustizia universale a cui l’umanità dovrebbe aspirare. L’Africa ha subito nel giro di dieci anni una trasformazione che in Occidente si è realizzata quasi spontaneamente in cinquant’anni, e allora a chi, come me, si chiede cosa possiamo fare per l’Africa, avrei quasi voglia di rispondere con la provocazione lanciata da Serge Latouche: ’Plier bagage et la laisser tranquille’.

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globalizzazione, contraddizioni

mercoledì, 11 luglio 2007
L'emozione di varcare una frontiera

Il varco ed il mistero che lo avvolge, col suo carico di ansie lanciate da tutto ciò che è ignoto, è quotidianamente presente nella vita e nei sogni di ogni uomo curioso e assetato. Attraversare una frontiera, in bilico tra due microcosmi che pur fanno parte dello stesso meraviglioso universo è un’emozione vecchia quanto il mondo e sempre nuova, che risveglia la fantasia e la conoscenza, rispolvera taccuini di viaggio, tra ricordi, differenze e similitudini, alla ricerca di una nuova voglia di crescere ed arricchirsi, di confrontarsi e mettersi in gioco. I confini sembrano segnare una divisione, una linea che marca l’altro e l’altrove, in realtà sono un punto d’unione, un luogo di scambio fisico e culturale, un crocevia di anime che si sfiorano la mano, che scorgono un essere umano non tanto differente da sé. Le politiche e le regole cambiano, le strutture e le architetture anche, gli incontri, invece, restano tali e tali sono le emozioni di uno sguardo, di un sorriso, di una chiacchierata sulla vita e sul mondo. Il mio passaporto, nel corso di quest’ultimo anno, si è macchiato di entrate ed uscite, di visti vecchi e nuovi, di frontiere e varchi che incitano al cammino, che sollecitano a scalzare gli accessori e le sovrastrutture che ci trasciniamo dietro, per il gusto del contatto nudo con l’esploratore e l’osservatore, con la parte più viva di ogni percorso umano. Ricordo paesaggi che scorrono mutevoli nel finestrino di un bus, vocii di donne e uomini che hanno condiviso una parte del mio cammino, teste ciondolanti, occhi stanchi e vigili, sorrisi e sospetti, ….e la strada, l’andare, l’atto del camminare che ‘riporta l’uomo alla coscienza felice della propria esistenza, immerge in una forma attiva di meditazione che sollecita la piena partecipazione di tutti i sensi’ (David Le Breton). Il viaggio rende più inclini a godere del tempo, permette di riprendere fiato, di dare un senso alla realtà, muovendosi in essa e condividendola con gli altri. La frontiera non è un confine, è solo un varco, che una volta oltrepassato regala il dono del tempo, la coscienza che si è, sempre e comunque, la consapevolezza di un’identità che non deve essere temuta ma neanche esaltata o dimenticata. Il varco è come una finestra spalancata in casa nostra, una porta aperta per accogliere, per uscire e rientrare con un amico in più, un racconto in più, un’immagine in più. Ho camminato tanto in questi ultimi mesi africani, in autobus, a piedi, in moto, ed ogni frontiera oltrepassata ne ha aperte di nuove, ha alimentato e accompagnato i miei sogni, ha accumulato cartine stradali mai usate e foto, ha drogato il desiderio di andare oltre, sempre più in là e più vicino, di prefiggersi nuove mete, di scorgere nuovi varchi. Al di là del confine e lontano dalle strade principali, ci si immerge nella vita di un luogo e si dona ad esso vita, i sentieri più stretti ed impervi, quelli più fatiscenti e evitati, richiamano l’uomo che conosce  e apprende, che incontra e custodisce. Il Burundi, il Ruanda, il Congo, l’Uganda e poi Istanbul, Parigi, Londra, Berlino, Praga, Palermo …… non sono un semplice elenco, una lista di nomi, hanno un volto, un suono, un odore, ogni timbro sul passaporto parla di una storia accaduta non tanto tempo fa, dei tratti di un uomo incrociato non molto tempo fa, di grazie e di ricambierò, di non ti dimenticherò e tornerò, di indirizzi scambiati nel silenzio del ci rincontreremo un giorno, di speranza e di coraggio. Parlano di me, raccontano ciò che sono oggi.
‘Viandante, il sentiero non è altro che le orme dei tuoi passi. Viandante, non c’è sentiero, il sentiero si apre camminando’ (Antonio Machado).

Postato da: LAfricanA a 09:50 | link | commenti
emozioni