Il prezzo dell'Africa, di occhi e dolore. Spari al termine del giorno, chi vende e chi si vende: armi e vite. Ciò che si vede e quel che resta è opaco. Una mano tesa, il mento rivolto verso l'alto: Dignità. Occhi contro occhi, flebili fiammelle, è BUIO! E poi il DOMANI! Storie Africane

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"Abbiamo in prestito questo mondo per i nostri figli, non è che lo abbiamo ereditato dai nostri padri, allora ai nostri figli dobbiamo dire: Ti abbiamo voluto bene, ti abbiamo amato" (R.BENIGNI) ****************************************** Celui qui accepte le mal est tout autant responsable que celui qui le commet. Celui qui voit le mal et ne proteste pas, celui-là aide à faire le mal. (M.L.KING)

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mercoledì, 08 agosto 2007
Nel continente nero

Intore

L’Africa è un mondo fisico, inteso come piena e nuda fisicità, l’Africa è fisica perché non costellata da reti di strade e bande di automobili, è fisica perché la vita si spiega lungo percorsi non asfaltati, che portano ad un bacino d’acqua per lavare i panni, a campi coltivati per assicurarsi il cibo, a luoghi di preghiera per sovrapporre in un attimo cielo e terra, a stregoni imbottiti di riti e consigli, attraverso il contatto con altri occhi, altre mani, altri corpi, altra terra calpestata da altri piedi. Il saluto in Africa è lungo e ripetitivo, perché la fisicità non ha tempo, ed al tempo stesso il tempo ha bisogno di essere misurato e sospeso per averne il dominio, ha bisogno di persone che s’incontrano e si fermano piede contro piede, mano nella mano. Un’ ora di viaggio in Africa diventa un giorno intenso di vita e di incontri, i piedi l’unico strumento di cui si ha bisogno per vivere. Come dice Leroi-Gouran (1982) la specie umana ha ‘inizio con i piedi’, la facoltà di comprendere la realtà esplorandola e sfruttandola nasce nel momento in cui l’uomo si alza su due piedi. Camminare per bisogno o piacere è vivere attraverso il corpo, forse per questo in Africa è tutto più fisico, e la consapevolezza del proprio corpo ed il godimento nel possederlo ed utilizzarlo è più evidente e meno comprensibile perché riacquista di naturalezza e originalità primordiale. Ogni paesaggio è reso vivo da sentieri nascosti che salgono e scendono per colline e valli, intervallato dai colori accesi di uomini che marciano con rassegnata tranquillità e rigore, la vera Africa è quella che si nasconde dalle strade asfaltate e da occhi indiscreti, è quella che si protegge e resiste ai rumori ed al grigiore della modernità, tra il silenzio dei bananeti, il candore della manioca essiccata al sole, dei panni stesi su di un cespuglio, di piedi nudi sulla terra rossa.
L’Africa è il mondo del tempo, il ritmo è scandito dai colori del cielo, ci si sveglia al sorgere del sole, ci si addormenta al calare della notte, il giorno inizia sul sentiero di sempre, scorre al suono regolare della zappa, e volge al termine al peso di fagotti e grossi sacchi portati sulla testa verso casa. L’Africa possiede il tempo, il tempo di fermarsi al tramonto per godere il sapore della birra di banana o di sorgo, quello per raccontarsi una storia dinnanzi al fuoco, per riposarsi all’ombra di un mango, l’unica fretta, a volte, è quella di arrivare a casa prima che cada la pioggia o prima del calar del sole.
L’Africa è il mondo delle origini in cui si trova l’essenziale, una bevanda calda e polenta di mais o manioca, un abito giusto per coprire il pudore e la bellezza della nudità, un giaciglio su cui adagiarsi ed una finestra per ascoltare il ritmo della natura, protagonisti dei più meravigliosi e incontaminati spettacoli della vita sulla terra.
L’Africa è il mondo in cui non si è mai soli, nel bel mezzo del deserto, di una foresta, di un’isola distesa in un lago immenso, ci sono occhi che scrutano, voci che s’interrogano, mani che si cercano. L’Africa lascia sempre spazio ad ogni nuovo arrivo, in Africa c’è sempre posto, posto per una sedia in più, una bocca in più, una mano in più, un giaciglio in più.
Ma l’Africa è anche il continente in guerra, quello di sangue, diamanti e bambini soldato, quello di ventri gonfi e occhi incrostati di lacrime, dilaniato dalla fame e dai limiti della follia umana, divorato da grandi metropoli invivibili e contraddittorie, dallo scontro con la modernità e la globalizzazione, dall’individualismo e l’avidità, da quel fatalismo che sconfina nella rassegnazione e nell’irresponsabilità, è il continente della corruzione e delle divisioni, del razzismo e di due sole categorie sociali, della perdita delle conquiste dell’uomo in termini di libertà di scelta e dignità, quello di ricchezze inimmaginabili che meritano prese di coscienza. E’ l’Africa dei grandi drammi e delle tragedie inascoltate, dei giri di affari milionari sulle pelle di cittadini di seconda mano, il sogno infranto ma ancora vivo dell’unità e della rivalsa.
L’Africa ha tante immagini e rappresentazioni, ognuna non è meno vera delle altre!

Postato da: LAfricanA a 08:57 | link | commenti (31)
emozioni, ricordi africani

martedì, 07 agosto 2007
Dove stiamo andando!!

Lo sviluppo...
Qualcuno una volta mi ha detto che quando intorno c’è solo buio l’unica cosa da fare è sedersi e attendere l’alba, ma quando il cuore è caduto in un bicchiere di rum non è giusto sedersi e lasciarlo annegare, altrimenti quell’attesa dell’alba si trasforma in una nuova notte e nell’attesa solo di essa per chiudere gli occhi e fermare la mente.
Quante albe ho atteso nella notte africana, e quanti giorni ho lasciato cadere per spegnere quella luce, quei colori, quelle grida, quegli occhi, per non vedere più quella devastazione e non dover più pensare al giusto e sbagliato, ai perché e ai come.
Il mondo è malato, sì il mondo è malato e l’intelligenza è in stand-by, sembra che una sorta di pazzia e di cecità si stia impossessando di tutte le meraviglie che l’uomo ha creato e di tutta la meraviglia dell’uomo. E poco importa che sia l’Africa o l’Europa, è l’identità dell’uomo ad essere messa in discussione, cioè la sua stessa esistenza come dignità e diritto alla vita sulla terra, uguale per tutti ed in bilico per tutti.
Il filo che ci tiene legati è uno, e lo stesso quello che appende differenze, identità, religioni, instabilità, pregiudizi, giudizi di valore alla vetrina di uno dei più grandi centri commerciali anziché al chiodo della cantina. Quando cominceremo a comprendere che le nostre esistenze sono legate, e nell’attuale mondo globalizzato ancora di più, che sfruttare incondizionatamente l’oggi perde nel domani, negli occhi smarriti e spavaldi di quei bambini che non vogliamo mettere al mondo chiedendoci che futuro avranno. Anche in Africa le nuove generazioni desiderano meno figli, perché il ritmo di vita è cambiato pur essendo la povertà sempre la stessa o peggiore, non si vuole più lavorare nei campi, né vivere nelle campagne, soprattutto in queste nuove, gigantesche metropoli dove vecchio e nuovo cozzano di continuo, come la crescente disparità tra i pochi sempre più ricchi ed tanti sempre più poveri, dove piccoli e grandi borghesucci giocano a fare gli intellettualoidi o i manager, preferendo restare a casa in attesa di un posto in ufficio piuttosto che spaccarsi la schiena nei campi ed essere additati come quelli della campagna, i paysans, i contadini. L’immagine sociale conta più dell’essere sociale, e l’auto grande, il telefonino, il jeans all’ultima moda indicano chi scegliere come marito o semplicemente come amico, rappresentano l’aspirazione di ogni giovane studente, l’accessorio del potere, la garanzia di una vita migliore. Ange, una ragazza di origine ruandese incontrata un giorno in bus mi ha detto: ‘io non potrei mai avere un ragazzo senza macchina, non amo spostarmi a piedi, che me ne faccio di uno senza soldi, che vita potrei avere accanto a lui?’. Ecco dove sta andando la presunta solidarietà africana, lo spirito comunitario che continua ad esistere solo nell’immaginario europeo, ed il mito del selvaggio buono e generoso solo in quello del cinema coloniale. La comunità africana è una comunità di sopravvivenza, la comunità delle grandi metropoli africane è individualista, invidiosa, competitiva, sfruttatrice; la nuova borghesia chiude gli occhi dinnanzi a fratelli che muoiono di fame, si barrica in casa per paura dei ladri, si nasconde dietro alte mura di cinta per allontanare sguardi indiscreti dai loro beni. Il nuovo popolo della periferia è disperato e ammassato, senza un soldo per una fanta ma equipaggiato di telefonino, desideroso di farsi amico il primo bianco a cui succhiare qualche litro di birra e qualche serata in discoteca ‘en ville’.
L’identità, se davvero ne esiste soltanto una, gioca tra mondi diversi che si assomigliano, tra sentimenti che sono gli stessi ma più forti ed accentuati nella globalizzazione africana, in cui modernità e tradizione non sono mescolate ma contrapposte e ben individuabili, si sovrappongono e l’una resiste all’altra esaltandone spesso i soli aspetti negativi. Resiste la chiesa cattolica come resistono i riti tradizionali, si esce dalla chiesa e si va dallo stregone, e nel frattempo proliferano sette di ogni tipo che inneggiano ad un Dio negro e ad un figlio di Cristo nato in Congo. Piccoli comitati di lavoratori sognano un capo nero, un Consiglio di Sicurezza Onu nero, ma poi abbassano gli occhi dinnanzi alle frustrazioni dei capi bianchi che pagano bene ma sono pronti a condannare il responsabile locale come colpevole appena non tornano i conti, e non rinunciano a mangiare i soldi della comunità internazionale con la scusa che bisogna stare bene per aiutare gli altri.
Aiutare gli altri…. questi poveri africani a cui costruiamo latrine lasciando che continuino a urinare sui muri, costruiamo scuole sorvolando la carenza di insegnanti e libri, giusto per metterci un bel cartello ‘latrina costruita da..’ o ‘ scuola costruita da..’. Le contraddizioni della cooperazione, del volontariato, ma non solo, lo specchio della confusione e dell’incertezza del mondo in cui viviamo da cui esitano ad uscire leaders e soluzioni.
In Africa ho ritrovato tutte le contraddizioni del nostro tempo, esasperate dallo scimmiottamento di culture e stili di vita imposti dall’esterno, dal continuo Noi salvatori e Loro poveracci, all’interno di un legame coloniale e di assoggettamento che non è mai stato spezzato. Noi continuiamo a credere che il nostro sia l’unico sistema possibile e loro continuano ad annuire con la testa solo per avere aiuti e finanziamenti.
 
So solo criticare, sì purtroppo so solo criticare, e spesso fuggo con la sensazione che non ci sia nulla da fare, che andrà sempre peggio, che l’Africa come il mondo intero è in un baratro, ma poi resto, o ritorno, pensando che è sempre meglio di niente, chiedendomi quale sia il mio mondo e ritrovando a casa, tra amici e conoscenti, in fondo gli stessi problemi africani. Giovani che pensano dove sarà e come sarà la loro vita, che abusano di alcol e droghe, di corse pazze in macchina, senza miti né certezze, giovani che sono gli stessi in Africa come in Europa, la nuova generazione al varco, sul ciglio di un mondo strano, in bilico, dove essere diversi significa essere pazzi, essere giusti o sbagliati, essere da una parte o dall’altra.
In tutto il mondo ci si continua a domandare chi si è e da dove si viene, sullo sfondo dei sempre più numerosi e gettonati libri sull’identità, lo scontro di civiltà, quello di religione, forse sarebbe più giusto chiedersi dov’è che si sta andando.

Postato da: LAfricanA a 08:05 | link | commenti (8)
dal mondo, contraddizioni

giovedì, 02 agosto 2007
Questa è la storia di Ab e Av

Questa è la storia di Ab e Av, di un incontro avvenuto non per caso, di un’amicizia che è cresciuta poco per volta, fino a diventare più grande di ogni altro sentimento, fino ad andare oltre l’amore che potrebbe nascere tra un uomo ed una donna. Questa è una storia di fiducia indefinibile, di speranza, di pace e guerra, di promesse e di non ti dimenticherò, di lacrime e mani che le asciugano:
“Murakoze Av, murakoze”. Grazie Av, grazie, continuava a ripetere Ab, dopo una notte insonne tra lacrime che non volevano fermarsi, tristi ricordi e nuove e difficili speranze. Ab aveva raccontato ad Av tutta la sua triste storia, perché Av aveva “due orecchie per ascoltare, un cuore per comprendere, coraggio per parlare e rispetto per restare in silenzio”. Insieme hanno ballato e riso, si sono arrabbiati e hanno litigato, si sono confidati e tenuti per mano.
Ab viveva in un paese bellissimo, un paese a forma di cuore, ricoperto da alberi di banane, ananas e eucalipto, decorato da mille e mille colline su cui si abbandonava e scorazzava su e giù felice come su di un’altalena, un paese argentato come l’immenso lago che lo bagnava. Suo padre era un musicista, un uomo severo ma altruista, e sua madre si occupava di lui come si fa coi re. Ab era cresciuto circondato da voci allegre e spensierate, riscaldate dal tepore di belle giornate di scuola e musica, amici e amori, non sapeva cosa fosse la guerra, non aveva mai sentito questa bizzarra parola, non sapeva cosa fossero gli hutu e i tutsi, non aveva mai sentito parlare di etnie e identità. Suo padre, per quanto severo e duro, lo aveva sempre protetto dalle distorsioni del mondo, dalle brutture di cui l’uomo a volte può essere capace.
Ab andava a scuola e non aveva mai conosciuto la sofferenza prima di allora, prima di quella sera in cui un uomo gli donò un fucile urlando “È la guerra”, prima di quella sera in cui tanti amici e vicini non fecero ritorno a casa, prima di quella sera in cui udì il primo colpo di arma da fuoco della sua vita. Allora Ab capì che qualcosa sarebbe cambiato per sempre, che il suo paese e quel lago si sarebbero colorati di un colore diverso dall’argento, mentre i suoi sogni, quelli di un qualsiasi ragazzo di 14 anni, volavano via sempre più lontano, sempre più soffocati dalle urla, dal fumo, dagli spari, dalla pioggia che cadeva nella foresta sulla testa di giovani soldati, dalla nostalgia della sua famiglia, dall’imprevedibilità del domani che scompare con la forza ed il fragore di un tuono in un paese in guerra.
Ab aveva imparato a sparare, aveva ucciso molti nemici e visto uccidere molti amici, poi aveva cominciato ad uccidere quelli che prima erano amici e cominciato a parlare con quelli che prima erano nemici, fino al giorno in cui si rese conto di non capirci più niente. Cosa stava diventando? Cosa stava combattendo? Per chi? Contro chi? Stava distruggendo la sua vita, era vivo per miracolo dopo anni di morte e nascondigli nelle foreste, dopo aver patito la fame, il freddo, le malattie, la distruzione di tutte le bellezze della vita. Era stanco Ab, davvero stanco, la guerra lo aveva portato in un paese lontano dalla sua casa, la guerra lo costringeva a vivere nella paura e nell’orrore di minuti interminabili. Fin quando un giorno qualcuno gli dice che sua madre aveva attraversato frontiere per venire a riprendersi il suo piccolo re e che anche Eg, il suo migliore amico, era venuto a cercarlo e aveva lasciato una lettera per lui. Ab capisce di non essere solo, voleva piangere ma non aveva più lacrime, e allora comincia a correre, a correre per la sua pace.
“Corri Ab, corri e non fermarti! Corri Ab, corri e non voltarti!”
….e correva correva tra case distrutte, bambini che morivano di fame, donne mutilate.
“Scappa Ab, scappa dal ferro e dal fuoco! Scappa Ab, scappa e non tornare!”
….e scappava scappava da tutto ciò che non riusciva a perdonare.
“Vola Ab, vola a riabbracciare tua madre!”
….e volava volava tra i proiettili ed il temporale.
E ce l’ha fatta Ab, ce l’ha fatta, è tornato a casa e ha riabbracciato sua madre, l’ha abbracciata dopo anni, dopo che la guerra si era impossessata di ogni momento di gioia, l’ha abbracciata per l’ultima volta prima che morisse tra le sue braccia, come tanti suoi amici, come tanti suoi nemici, come tutto quell’amore che la guerra aveva chiuso a chiave.
EEamore che la guerra aveva chiuso a chiave.
 tanti suoi amici, come tanti suoi nemici, come tutto quell'
Era tornato a casa Ab ma non aveva mai smesso di piangere, era tornato a casa ma non aveva mai perdonato, non aveva mai donato fiducia neanche a se stesso, non aveva mai smesso di pentirsi chiedendo continuamente scusa “scusa per come mi sono comportato e per come mi comporterò”.
Lo sapeva Ab che la guerra ancora non era finita, che quelle immagini e tutto quel dolore non erano rimasti indietro nella sua corsa verso la pace, eppure ci provava, provava a sperare e a costruire, a ballare e amare, ma nessuno conosceva la sua storia, nessuno doveva conoscerla, lui non uccideva più e non portava più armi, solo un peso enorme sul cuore.
E correndo Ab incontra Av, non hanno mai trascorso tanto tempo insieme, e Ab non amava quelli come Av. Lei veniva da un posto lontano, non era del suo paese, era spensierata e non aveva mai visto un’arma. Eppure avevano qualcosa in comune, avevano imparato a correre tutti e due.
Poco a poco i due s’incontrano, si conoscono, si scambiano sorrisi, si cercano. Av lo ascoltava e Ab la proteggeva e la confortava. Aveva qualcosa Av che Ab amava tanto, riusciva sempre a mantenere le sue promesse ed inseguire le sue speranze, aiutava tutti e prendeva a cuore le storie degli altri, li ascoltava, e Ab in quel momento aveva tanto bisogno di essere ascoltato, di sorrisi e di dolcezza.
E così Av aveva cominciato ad ascoltare la sua storia, e Ab aveva cominciato ad affrontare il suo dolore, dalle sue labbra uscivano parole dure, spesso deluse, sensazioni talvolta confuse, che Av cercava di comprendere e poi lasciava che volassero via perché la speranza e l’amore potessero prendere il posto di tutta quella sofferenza, di tutta quell’incapacità di perdonarsi per il male che aveva fatto. Ab non era più un militare, anche se continuava a sentirsi tale, e Av lo portava con sé a ballare sulla luna, a correre nei bananeti, a giocare nell’acqua argentata del lago. Ab si era di nuovo innamorato, della vita e di Av, anche Av lo amava, ma lo amava come si ama una persona con un gran cuore, una persona che le aveva regalato momenti indimenticabili, come si ama un fratello. Questo Ab non l’aveva capito, e così un giorno quell’incantesimo si ruppe, Ab comincia a bere e Av comincia ad avere paura. L’alcool faceva uscire fuori tutta la violenza che Ab cercava di dimenticare, e Av diventava il buco nella rete di tutti i gol mancati nella sua vita. Av si allontana allora spaventata e con un gran magone in gola, aveva paura, aveva paura per Ab, sentiva di aver sbagliato, e aveva paura per lei, sentiva la violenza della guerra sulla sua pelle, ma non ce la faceva a lasciarlo andare, a lasciarlo affogare nella birra e nelle lacrime, e così un giorno, in piena notte, lo chiama e tra le lacrime gli chiede di abbracciarla. Ab urlava, la accusava di averlo tradito, di aver ucciso il suo amore, condannava la sua vita e condannava lei. Av rimaneva lì e lo ascoltava, piangeva e gli teneva le mani, aveva paura del coltello nella sua tasca ma doveva resistere, e doveva amarlo e fidarsi, come aveva sempre fatto. Fu allora che Ab capì, sentì la paura di Av ma, al tempo stesso, sentiva la sua forza e la sua determinazione, il suo attaccamento alla vita, la sua fiducia, fu allora che Ab ricominciò a correre, questa volta senza di lei, la lasciò andare e gettò quel pugnale, l’abbracciò chiamandola per nome, un nome che non avrebbe mai dimenticato, un nome che avrebbe continuato a correre nei suoi pensieri e nelle sue speranze.
Ab e Av da allora non si sarebbero più lasciati, i loro cuori continuano a viaggiare insieme nella pace. Ab aveva capito che l’amore di Av andava oltre quello di una donna per un uomo, era molto più grande, era un amore che non chiedeva nulla in cambio, era amore per l’uomo, fiducia nell’umanità, era convinzione che ogni essere umano ha la possibilità di amare e amarsi, di donare tanto a se stesso e agli altri. Il passato, quello nessuno poteva cambiarlo né cancellarlo, ma il futuro… Av lo aveva aiutato a ricostruirlo, a crederci, a sperare, a combattere, perché la vita è più forte di un fucile, e il loro legame è più forte della morte.
Grazie Ab, grazie!
Grazie Av, grazie!

Postato da: LAfricanA a 14:16 | link | commenti
guerra e pace, incontri, burundi, ponti di follia