
Al Centro sono tutti in piena attività, campi di lavoro per ricostruire le case distrutte durante la guerra, per aiutare volontariamente le famiglie più disagiate. Giovani di ogni etnia, religione, colore, classe sociale, s'incontrano per costruire il loro sogno di pace, di armonia e giustizia. Lavorano gratuitamente, in nome di quella solidarietà che abbiamo dimenticato, il premio è sentirsi partecipi, in prima linea, del processo di riconciliazione e ricostruzione.

...e poi sono belli, non sono belli? Ogni sabato al Centro c'è un concerto per accompagnare l'estate e i visitatori che accorrono numerosi da tutta Europa per guardare con i propri occhi 'il miracolo che nessuno credeva possibile', il luogo in cui hutu e tutsi, e non solo, s'incontrano e vivono insieme nella pace, dopo decenni di massacri.

Negli ultimi post ho raccontato e descritto un po' dell’Africa che ho osservato e visitato in queste ultime settimane, un’Africa che mi ha stupito per il suo ordine, la sua pulizia e la sua riservatezza, come il Ruanda, per le sue mescolanze, vivacità e contraddizioni, come l’Uganda, per realtà completamente diverse da quelle immaginate o rappresentate, come la città congolese Goma. Elemento comune di ogni viaggio è stato la sorpresa, e il prendere poco a poco consapevolezza dell’impossibilità di conoscere un paese senza scrutarlo con i propri occhi, delle immagini che la nostra mente rende erroneamente reali quando ci si aggrappa alle parole di un libro o di un articolo di giornale, e delle difficoltà di comprendere i suoi mille volti. Ho scorto un’Africa povera e devastata, una piacevole e divertente, meravigliosamente bella o sporca; ho vissuto i piccoli miracoli africani, quelli di una moto che sfrutta il millimetro tra due auto, di un autobus che marcia a 150 chilometri l’ora su strade strette, dissestate e piene di curve, di biciclette in salita cariche di chili di banane e casse di manioca, di teste nascoste da enormi sacchi di fagioli che procedono come cavalli con i paraocchi, correndo e urlando di fare spazio e spintonando indifferenti con un angolo e l’altro del sacco, ogni volta mi sono detta ‘cacchio, questo è pazzo!!’, e poi ho sorriso divertita e col cuore in gola. Mi sono posta tante questioni e continuo a cercare continuamente risposte, mi sono arrabbiata per la presunzione di portare lo sviluppo, di voler affermare il nostro modo di vivere e la nostra cultura, ma ho goduto degli internet point e dei cafè. A Kampala ho cercato per tre giorni stoffe africane, ma mi sono imbattuta solo in grandi centri commerciali e commercianti cinesi, a Kigali ho cercato ristoranti che preparassero l’ubugali (una sorta di polenta di manioca o mais tipica dell’Africa dei Grandi Laghi), ma mi sono ‘accontentata’ di quelli italiani, indiani, cinesi e dei fast food. E’ spesso difficile trovare pietanze africane nei ristoranti o negli hotel delle grandi città del continente, come è difficile andare al cinema senza essere pronti a sorbirsi film americani di sesso e violenza, o clip di rapper circondati da donne bellissime e seminude. A Bujumbura, in Burundi, non sono riuscita a trovare un cd di musica tradizionale, nelle grandi metropoli africane superaffollate le danze e la musica indigena sono diventate solo un’attrazione turistica che intasca soldi. I paesi del nord del mondo controllano la maggioranza dei circuiti d’informazione, basti pensare che il 70% delle emissioni televisive del sud sono importate dal nord e che l’industria delle telecomunicazioni è dominata da qualche grande gruppo generalmente anglofono, come AOL-Time-Warner, Dysney ABC, ATT, ecc., con i quali un gruppo di origine africana non può competere. E’ molto inquietante pensare che il sogno di un giornalista africano è quello di formarsi in una scuola giornalistica del nord, dato che oggi i nostri giornalisti tendono a passare da un soggetto all’altro, da un paese all’altro, senza la cultura generale appropriata per evitare approssimazioni e generalizzazioni abusive. Il sogno del nord è condiviso anche dalla maggior parte degli studenti, a causa sia delle difficile condizioni di un’università africana sia del prestigio che comporta studiare in Europa o in America. Ciò di per sé non sarebbe un male se non conducesse, come sostiene Anne-Cécile Robert, ad un certo conformismo politico, se non trasformasse giovani e promettenti studenti in ‘pinguini’, per usare un’espressione dell’artista senegalese Moussa Sene Absa, leaders che diventano marionette in giacca e cravatta completamente asserviti alle prescrizioni stabilite dalle agenzie del ‘mondo sviluppato’. La nuova classe dirigente africana formatasi all’estero è straniera nella propria terra, sconnessa dalle aspirazioni e necessità delle società locali; sono praticamente inesistenti degli intermediari tra il popolo e le elites dirigenti, corrotte e assorbite nel nuovo sistema mondiale. E’ così che le società si polarizzano, le contraddizioni aumentano e le incomprensioni anche. La collaborazione nord-sud, tra società africane e occidentali, il partenariato e lo sviluppo locale di cui tanto si parla è uno scambio vantaggioso sempre e solo all’occidente, riflettendo la vecchia logica dell’ emozione negra e la ragione ellenica e generando una nuova forma di colonizzazione riprodotta e sostenuta dalle stesse elites africane. Se la realtà delle nuove e grandi metropoli africane è quella del copia e incolla modelli europei o americani e il continente nero sembra non avere una storia ed un modello proprio a cui aggrapparsi, è anche vero che c’è un’Africa che Esiste e Resiste, che si oppone al liberalismo sfrenato e al liberismo, che preserva oasi culturali troppo radicate per consentirci i parlare di un paese senza storia. Modernità e tradizione non sono mescolate ma contrapposte, e l’una resiste e si oppone all’altra. L’Africa che resiste alla globalizzazione conserva e salvaguarda dei valori che l’Occidente non conosce più, come un ‘rapporto differente dell’individuo con la collettività, la resistenza all’accumulazione di ricchezze, il rifiuto della tirannia del tempo, l’accettazione e la canalizzazione delle passioni (generalmente attraverso rituali), l’inserimento pacifico nell’ambiente’ (Anne-Cécile Robert), valori che l’Occidente capitalista è incapace di concepire, come è incapace di concepire la diversità e la pluralità del mondo, il cui rispetto solo può realizzare la giustizia universale a cui l’umanità dovrebbe aspirare. L’Africa ha subito nel giro di dieci anni una trasformazione che in Occidente si è realizzata quasi spontaneamente in cinquant’anni, e allora a chi, come me, si chiede cosa possiamo fare per l’Africa, avrei quasi voglia di rispondere con la provocazione lanciata da Serge Latouche: ’Plier bagage et la laisser tranquille’.
Il varco ed il mistero che lo avvolge, col suo carico di ansie lanciate da tutto ciò che è ignoto, è quotidianamente presente nella vita e nei sogni di ogni uomo curioso e assetato. Attraversare una frontiera, in bilico tra due microcosmi che pur fanno parte dello stesso meraviglioso universo è un’emozione vecchia quanto il mondo e sempre nuova, che risveglia la fantasia e la conoscenza, rispolvera taccuini di viaggio, tra ricordi, differenze e similitudini, alla ricerca di una nuova voglia di crescere ed arricchirsi, di confrontarsi e mettersi in gioco. I confini sembrano segnare una divisione, una linea che marca l’altro e l’altrove, in realtà sono un punto d’unione, un luogo di scambio fisico e culturale, un crocevia di anime che si sfiorano la mano, che scorgono un essere umano non tanto differente da sé. Le politiche e le regole cambiano, le strutture e le architetture anche, gli incontri, invece, restano tali e tali sono le emozioni di uno sguardo, di un sorriso, di una chiacchierata sulla vita e sul mondo. Il mio passaporto, nel corso di quest’ultimo anno, si è macchiato di entrate ed uscite, di visti vecchi e nuovi, di frontiere e varchi che incitano al cammino, che sollecitano a scalzare gli accessori e le sovrastrutture che ci trasciniamo dietro, per il gusto del contatto nudo con l’esploratore e l’osservatore, con la parte più viva di ogni percorso umano. Ricordo paesaggi che scorrono mutevoli nel finestrino di un bus, vocii di donne e uomini che hanno condiviso una parte del mio cammino, teste ciondolanti, occhi stanchi e vigili, sorrisi e sospetti, ….e la strada, l’andare, l’atto del camminare che ‘riporta l’uomo alla coscienza felice della propria esistenza, immerge in una forma attiva di meditazione che sollecita la piena partecipazione di tutti i sensi’ (David Le Breton). Il viaggio rende più inclini a godere del tempo, permette di riprendere fiato, di dare un senso alla realtà, muovendosi in essa e condividendola con gli altri. La frontiera non è un confine, è solo un varco, che una volta oltrepassato regala il dono del tempo, la coscienza che si è, sempre e comunque, la consapevolezza di un’identità che non deve essere temuta ma neanche esaltata o dimenticata. Il varco è come una finestra spalancata in casa nostra, una porta aperta per accogliere, per uscire e rientrare con un amico in più, un racconto in più, un’immagine in più. Ho camminato tanto in questi ultimi mesi africani, in autobus, a piedi, in moto, ed ogni frontiera oltrepassata ne ha aperte di nuove, ha alimentato e accompagnato i miei sogni, ha accumulato cartine stradali mai usate e foto, ha drogato il desiderio di andare oltre, sempre più in là e più vicino, di prefiggersi nuove mete, di scorgere nuovi varchi. Al di là del confine e lontano dalle strade principali, ci si immerge nella vita di un luogo e si dona ad esso vita, i sentieri più stretti ed impervi, quelli più fatiscenti e evitati, richiamano l’uomo che conosce e apprende, che incontra e custodisce. Il Burundi, il Ruanda, il Congo, l’Uganda e poi Istanbul, Parigi, Londra, Berlino, Praga, Palermo …… non sono un semplice elenco, una lista di nomi, hanno un volto, un suono, un odore, ogni timbro sul passaporto parla di una storia accaduta non tanto tempo fa, dei tratti di un uomo incrociato non molto tempo fa, di grazie e di ricambierò, di non ti dimenticherò e tornerò, di indirizzi scambiati nel silenzio del ci rincontreremo un giorno, di speranza e di coraggio. Parlano di me, raccontano ciò che sono oggi.
‘Viandante, il sentiero non è altro che le orme dei tuoi passi. Viandante, non c’è sentiero, il sentiero si apre camminando’ (Antonio Machado).
La terra dei Karamojong, nel nord ovest dell’Uganda, quella che più preoccupa gli osservatori internazionali e che più attira finanziamenti, è una terra arida e poco fertile dilaniata dalla fame e da continue lotte tribali. I Karamojong sono stati a lungo perseguitati durante la dittatura di Amin (il dittatore ugandese rimasto al potere tra il 1971 e il 1978, tristemente famoso per il massacro di circa 300mila persone) e tutt’oggi non sono ben visti dal resto della popolazione ugandese che conta circa 50 gruppi etnici diversi, 50 popoli con una diversa lingua, una diversa cultura, un diverso stile di vita che convivono e condividono una terra bellissima e vasta. Ancora oggi i Karamojong scorazzano nudi per le strade del paese, credono che i vestiti portino la morte e ritengono che il corpo umano sia bellissimo. Amin li costrinse a coprirsi, accusandoli di essere selvaggi che ostacolavano lo sviluppo di un paese civile, la nudità riporta ai miti delle origini e del nero primitivo poco in sintonia con l’attuale mondo moderno, tutti coloro sorpresi nudi venivano uccisi. Essi si procurarono pezzi di stoffa e pantaloni che portavano dietro arrotolati, pronti ad utilizzarli all’occorrenza alla prima avvisaglia di soldati, e a liberarsene con gran sollievo dopo aver messo a rischio la loro vita, e non per i soldati ma per i vestiti. Molto ha a che fare con l’arrivo degli europei, in passato ogni bianco che metteva piede nella loro terra si ammalava e moriva, i karamojong si convinsero che fossero i vestiti a portare le malattie e da allora si guardano bene dall’abbigliarsi. I Karamojong sono un popolo di guerrieri e allevatori di vacche, che utilizzano esclusivamente per il latte e non per nutrirsi, da sempre alle prese con scorribande e razzie nei villaggi vicini, credono che Dio abbia loro donato tutte le vacche del mondo e che la loro missione sia di recuperarle. Inutile l’opera dei vari missionari animati dall’intento di trasmettere la necessità e il pudore dell’abito e quella di accontentarsi delle vacche già in loro possesso dato che ‘neanche le mangiano, che se ne fanno di tutte ‘ste vacche’. I karamojong continuano a vivere come hanno sempre fatto, restando quasi indifferenti e trascurati dall’ondata di modernizzazione che ha invaso bene o male tutto il continente africano, e diffidenti verso il nostro unico Dio che non può competere con i loro numerosi dei e, più potente di tutti, con il loro Dio delle vacche. Ma, se la modernizzazione, intesa come vestiti, acqua potabile, corrente elettrica, televisione e tutto ciò che viene comunemente considerato moderno, non è riuscita e persuadere i karamojong a convertirsi ad essa, le armi leggere, invece, si sono rivelate molto più utili di archi e lance per la loro missione divina, con il risultato di interi villaggi distrutti da granate e decine di morti in cambio di una decina di vacche. Il conflitto tribale, sempre esistito, è diventato oggi molto più sanguinoso e cruento, e molto più difficile il lavoro di missionari e ong per tentare di porre fine a inutili massacri, soprattutto con l’avanzare di fame e carestie. La loro terra è, a differenza di altre regioni del paese, poco attrattiva turisticamente e molto instabile e insicura a causa anche della vicinanza con il Darfur, e terribilmente in contrasto con il resto del paese, soprattutto con quelle zone dominate da grandi città come Kampala e Jinja, dove si resta attoniti e indefinibilmente sorpresi dalla mescolanza di razze e costumi, e dai contrasti che si possono notare.
Jinja è una pulita e tranquilla cittadina situata sul lago Vittoria, è la seconda città dell’Uganda, meta di turisti e avventurieri desiderosi di immergere un dito del piede nel fiume che donava la vita, che irrigava e fertilizzava estese aree africane: il Nilo. Le fonti del Nilo sono in Uganda, o meglio, in Uganda è possibile osservare il punto in cui il lago diventa fiume, per cominciare la sua lunga corsa verso il nord e affascinare esploratori e studiosi ancora alla ricerca delle fonti più meridionali del Nilo, che Speke e Burton identificarono nel non molto lontano Burundi, qualcun’atro in Ruanda, aprendo una diatriba ancora non risolta che continuerà ad attrarre ed affascinare viaggiatori di tutto il mondo.
Nelle acque del Nilo è possibile fare il bagno, sulle sue sponde fermarsi a leggere un libro o mangiare dell’ottimo pesce, per poche lire un tuffatore locale si lancia nelle cascate nuotando qualche decina di metri per abbagliare turisti di ogni tipo, un acrobata si arrampica su alberi secolari a mani nude, una scuola di rafting (alla modica somma di 75 dollari, ma sicuramente imperdibile) ti prepara ad una mitica giornata di sport estremo giù per 30 chilometri tra cascate che raggiungono anche il quinto livello di difficoltà, e rafting sul Nilo è davvero una delle esperienze più fighe che si possano raccontare.
Altro scenario Kampala, una vera capitale cosmopolita, crocevia di razze e colori differenti, dove, per la prima volta da quando ho messo piede in Africa, posso gironzolare senza folle di bambini e venditori di ogni tipo che mi inseguono urlandomi ‘muzungu ho fame, dammi dei soldi’. Che sia per orgoglio o per un certo indiscusso benessere, è comunque piacevole passeggiare a piedi e in tutta tranquillità nelle strade vivaci e colorate di una città dai tratti spettacolari, passando da una moschea che domina la città (gentile regalo di Gheddafi), ad un tempio indù, da un mercato dove ho trovato persino un paio di sci quasi nuovi a mega centri commerciali dove ho potuto gustare della buona mozzarella accompagnata da un ottimo prosciutto crudo italiano.
La vita culturale ed intellettuale è piuttosto intensa, teatri e cinema sono buone alternative nel tempo libero, giornali locali e non in lingua inglese e librerie regalano ottimi spunti di riflessione, di tanto in tanto sbucano bidoni dell’immondizia e panchine che non ho mai avvistato né in Burundi né in Ruanda, e che mi ricordano l’allegra e ironica espressione di un amico quando mi diceva: ‘il livello di civiltà di un paese si vede dalla presenza di panchine e cestini per i rifiuti’ . Tutto ciò, ovviamente, comporta una certa apertura mentale e sul mondo, ed un’economia in crescita, per il binomio che continuo sempre a difendere con forza che cultura è uguale a miglioramento del tenore e dello stile di vita.
Ma ciò che più ha dell’incredibile, in fondo, è solo il mio stupore, razionalmente eccessivo. Kampala è una capitale del XXI secolo, e la globalizzazione non ha risparmiato alcun paese, non è strano trovarvi locali e ristoranti aperti fino a tarda notte, discoteche a tre piani, centri sportivi e centri benessere, non è strano, non avrei dovuto sorprendermi, e invece….
In Uganda mi sono resa conto di quanto anch’io, sebbene molto attenta a non farmi trascinare da stereotipi e pregiudizi, mi lasci influenzare dalle immagini dell’Africa fornite quotidianamente nel nostro mondo, un’Africa affamata e arretrata, un’Africa abitata unicamente da uomini in gonnella con strani dipinti sul corpo, un’Africa che sicuramente continua ad esistere e resistere, ma che è una delle tante facce di un continente dalle mille rappresentazioni, in cui nessuna è più vera delle altre. In Uganda, e non solo, ho scoperto un’Africa che tutto il mondo dovrebbe vedere e visitare, che riflette le conseguenze della globalizzazione in ogni suo aspetto, che induce a soffermarsi per un attimo sulle evoluzioni e contraddizioni del nostro tempo e a chiederci, tra i timori e lo stupore, dov’è che stiamo andando.
Dopo un’ora e mezza di cammino sotto un sole cocente (è finalmente cominciata la stagione secca) siamo arrivati a Ruhengeryi, in tempo per assistere al battesimo di 23 neo-nati gorilla. Il cammino ha spalancato una finestra sul Ruanda povero, quello di casette di fango e strade dimenticate, e l’ha chiusa in uno dei più bei alberghi che abbia mai visto, immerso nel verde del meraviglioso parco dei vulcani, con musica e stand che distribuivano bevande calde ed uno dei più buoni caffè che abbia mai bevuto (forse perché è da una settimana che abbiamo esaurito la scorta di caffè italiano, l’unico prodotto che ha sempre un posto in valigia ovunque vada). Il colore della nostra pelle ci ha portato dritti dritti nell’area vip, dietro alla transenna con la scritta ‘press’ e a pochi metri dal magro e occhialuto Presidente ruandese, di cui non scrivo il nome perché è quasi vietato pronunciarlo, così come è quasi vietato parlare di etnie, genocidi e politica. Una massa di gente immobile e in silenzio era, invece, relegata alle spalle del palco, contentandosi del loro solito posto in seconda fila riservato ai poveri neri cittadini ruandesi. Il nostro amico fotografo del New York Times, Riccardo, era lì già da qualche ora, insofferente e inkazzato come al solito, mentre scattava foto ai battezzatori dei gorillotti che al modico prezzo di 3.000 dollari avevano avuto il privilegio di scegliere per loro il nome, quasi tutti bianchi: americani, australiani, inglesi (i francesi sono stati cacciati dal paese qualche mese fa), e tra uno scatto e l’altro gettava un’occhiata a quella massa tenuta sotto controllo dal manganello dei poliziotti farfugliando cose del tipo: ‘che grande sceneggiata, dimmi tu quella povera gente ammassata lì dietro che cacchio riesce a vedere e che se ne frega di dare il nome ad un gorilla’. Povero Riccardo, è qui in Ruanda da 4 anni, e ancora non riesce ad accettare il fatto che il Presidente gli abbia vietato di fumare per strada e in qualsiasi luogo pubblico, di passeggiare sui prati e le spiagge perfette e pulite (perché a nessuno è consentito calpestarle se non munito di uno speciale permesso) in riva al lago o leggere un libro su una di quelle nuove e meravigliose panchine che abbelliscono i luoghi più turistici. Forse per questo è sempre così inkazzato? La sua donna lo ha mollato per un altro fotografo ‘più equilibrato’ e, come se non bastasse, gli hanno staccato il contatore e costretto a pagare 1milione di franchi ruandesi di multa per frode (sembrerebbe che uno degli elettricisti che gli avevano inviato per risolvere i suoi problemi di elettricità avesse staccato qualche filo, neanche a farlo apposta dei suoi colleghi si sono presentati qualche giorno più tardi accusandolo di rubare allo stato). In fondo i bianchi hanno tanti soldi, cosa vuoi che sia una piccola multa se sono capaci di spendere migliaia di dollari per comprare il nome di un gorilla passando tra le catapecchie con un sorriso a 32 denti per tutti i bambini di strada che reclamano qualche spicciolo o una bottiglia di plastica vuota gettata dall’auto. Io nel frattempo seguivo il suo lasciapassare per scattare qualche foto fino ad accorgermi che potevo anche farne a meno tento nessuno mi avrebbe detto nulla: sono una bianca, in più donna, e sempre con un mega sorriso pronto a spiazzare anche il poliziotto più prepotente!! Un festa fantoccio, in un paese fantoccio, i battezzatori erano vestiti con l’abito tradizionale ruandese decorato da facce di gorilla, pronti ad un bel discorso strappalacrime rigorosamente in inglese (nel giro di pochi anni l’inglese ha sostituito il francese come lingua ufficiale anche perché il Presidente non conosce il francese e la maggior parte dei finanziamenti provengono dalle tasche statunitensi) sulla tutela dell’ambiente e sulla grandezza del Presidente (è molto molto alto) che è riuscito a trasformare un paese bagnato dal più sconvolgente fiume di sangue che la storia ricordi dopo il genocidio degli ebrei, nel paese più sicuro e pulito di tutta l’Africa sub-sahariana. W la legge del bastone! Per tutto il primo tempo della sceneggiata ho anche dovuto sorbirmi i discorsi di un napoletano emigrato in Spagna e in viaggio solitario per l’Africa dei Grandi Laghi che mi elencava i benefici di un regime duro e autoritario portando come esempio il caso ruandese e sottolineando di tanto in tanto ‘non che io sia fascista eh!’. Il tutto si è concluso con la fuga di Riccardo tra danze e canti per fumare una sigaretta di nascosto (aveva scoperto che a debita distanza dal Presidente poteva concedersi una sigaretta senza il rischio di beccarsi un’altra multa) ed un mega rinfresco gratuito a cui, ovviamente, era escluso l’accesso a tutta quella ‘massa di poveri ruandesi che da lì dietro non riusciva a vedere nulla’, nonché con una delle mie solite valeriate quando, mentre ero intenta a restituire i vuoti di coca cola che avevo rubato per i nostri amici che non potevano entrare, mi sono trovata circondata dalle sette guardie del corpo del Presidente, allarmate perché avevo superato il limite massimo di distanza dall’Alta autorità. Scusandomi l’ho salutato sollevando la mano destra e sussurrando un ‘bye bye’ accompagnato da uno sgargiante sorriso e da qualche bottiglia vuota di coca cola. Che ridere! E pensare che ero lì apposta per lui, desiderosa di donargli un bacetto sul naso sollevandogli gli occhiali. Chissà per quanto i miei amici continueranno a prendermi in giro per il bye bye al Presidente della Repubblica ruandese!! In compenso le brochette di pollo erano molto buone ed anche il liquore sudafricano non era male, peccato che la serata me la stia passando a letto per una piccola insolazione con tutto il tempo di chiedermi se il mio amico Presidente sia più un genio o più un pazzo, ma in fondo le due cose non sono necessariamente contrapposte. W Kagame (oops, l’ho detto) e W i 23 gorilla Giuseppe, Steven, Ellen, Mark, ecc. ecc.
p.s. ah, dimenticavo di dirvi che i tre telefonini lasciati in cauzione ai poliziotti all’entrata perché non disturbassero il discorso del Presidente li abbiamo recuperati tutti, compreso il mio, fortunatamente, che di Riccardo si sono perse le tracce durante il secondo tempo (avrà fumato tutti i cespugli disponibili), e che la moto di Ludovico lo ha lasciato a piedi per strada tra i sorrisini degli indigeni che si divertivano a vedere due bianchi in panne!!