Il prezzo dell'Africa, di occhi e dolore. Spari al termine del giorno, chi vende e chi si vende: armi e vite. Ciò che si vede e quel che resta è opaco. Una mano tesa, il mento rivolto verso l'alto: Dignità. Occhi contro occhi, flebili fiammelle, è BUIO! E poi il DOMANI! Storie Africane

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venerdì, 29 giugno 2007
I giovani del Centre Jeunes Kamenge

27mila, è il numero dei giovani tra i 16 ed i 30 anni iscritti al Cejeka, 1500 è il numero di quelli che lo frequentano quotidianamente, 300 le associazioni locali con cui il Cejeka collabora, 6 i comuni nord della capitale in cui svolgono alcune delle sue attività, 50 le persone impiegate full-time e 40 i volontari.
Cejeka sta per Centre Jeunes Kamenge (Centro Giovani di Kamenge), il miracolo che nessuno credeva possibile, il posto in cui hutu e tutsi, ma anche batwa, congolesi, ruandesi, cattolici e musulmani, giocano insieme, studiano insieme, vivono insieme. Il progetto di tre Padri saveriani, Claudio Marano, Marino Bettinsoli, e Victor Ghirardi, si è concretizzato nel 1993, alla vigilia di una guerra che, di lì a poco, avrebbe portato alla ghettizzazione etnica, ad esodi di massa, a massacri inauditi contro l’uno o l’altro gruppo: la popolazione si sarebbe divisa etnia contro etnia, hutu contro tutsi e il Centro sarebbe diventato una sorta di linea di confine, crocevia tra quartieri etnicizzati.
In quei mesi terribili di violenza e sangue, i tre missionari hanno portato avanti le loro attività nonostante le minacce, nonostante le accuse di essere ora pro-hutu ora pro-tutsi, e molti giovani, di tutte le etnie, hanno continuato a frequentare il Centro e a lavorare per la pace mentre fuori i loro parenti e amici si massacravano perché diversi.
La guerra aveva completamente raso al suolo i quartieri di Kamenge e Kinama, al di fuori del Centro era solo vuoto e paura. Non un solo uomo è sfuggito alla guerra ed alle sue conseguenze: ai 300mila morti, 800mila rifugiati e 400mila sfollati, si aggiungevano (e restano visibili ancora oggi) le conseguenze economiche e sociali, i danni morali e psicologici, sono quest’ultimi, soprattutto, che rendono difficile il cammino verso la pace. Ogni ragazzo del Centro ha una storia da raccontare e una strada da percorrere per lasciarsi alle spalle anni di insicurezza e dolore, ogni ragazzo del centro vorrebbe solo dimenticare e dovrebbe riuscire a perdonare, anche se è troppo difficile –  come dice Bienvenu, 22 anni, congolese - Noi congolesi eravamo considerati come degli hutu, io sono scappato dalla guerra in Burundi e mi sono rifugiato in Congo, poi sono dovuto scappare anche da lì quando è arrivato l’esercito di Kabila. Oggi vivo un po’ bene, il Centro mi paga la scuola, posso uscire senza paura ed andare in quei quartieri dove, durante la guerra, era pericoloso recarsi per quelli dell’altro gruppo.
Oggi i quartieri nord si sono ripopolati, le case sono state ricostruite, grazie anche all’opera instancabile di padre Claudio Marano che ogni estate, per tre mesi, organizza dei campi di lavoro per ricostruire le case distrutte durante la guerra; oggi c’è un accordo di pace ed un governo democraticamente eletto, e quei ragazzi, che avevano abdicato alla guerra e lottato per la vita del ‘loro’ Centro  sono diventati degli uomini di pace e dei punti di riferimento per altri giovani dei quartieri. Il Centro insegna a vivere nelle differenze ed arricchirsi con esse, insegna il rispetto per gli altri e dona speranza a giovani che hanno tanti sogni e scarsi mezzi per realizzarli. Non si finanziano grandi opere, né si realizzano progetti subitaneamente visibili, semplicemente si mettono insieme le capacità e l’inventiva di ognuno per costruire un mondo di fratelli. L’obiettivo è crescere insieme nella e per la pace, e lo si persegue attraverso attività sportive e ricreative, corsi di lingua, educazione alla democrazia ed ai diritti umani, formazione sull’Aids, alfabetizzazione, sostegno scolastico, concerti, marce, tornei culturali e sportivi, e qualsiasi altra attività proposta ed affidata a tutti coloro che volontariamente scelgono di donare il loro contributo, siano essi burundesi, congolesi, o europei, siano essi musulmani o cattolici. Il Centro rappresenta ciò che nessuno credeva possibile, e si è ampiamente meritato il premio nobel alternativo per la pace Right Livelyhood.
L’identità non è e non deve essere motivo di inclusione o esclusione, i ‘ragazzi di padre Claudio’ devono poter scegliere i loro amici sulla base di valori e condivisioni che vanno al di là della condizione sociale o dell’appartenenza ad un gruppo; i giovani del Centro, ma non solo, sono stanchi di guerre e di storie di guerra, ed oggi la loro principale preoccupazione dovrebbe essere sognare cosa fare da grande. Purtroppo non è sempre così.
Se oggi la guerra resta nelle storie e nei ricordi, e la pace vive nella speranza di un futuro diverso e migliore, i problemi più urgenti che il paese, ed i giovani, si trovano ad affrontare, riguardano soprattutto l’aspetto economico, e si evidenziano nel sogno, tutt’oggi ricorrente in molti, di raggiungere l’Europa o di sposare un bianco, come garanzia di un contratto a vita. Il mio problema è trovare i soldi per pagarmi la scuola, e per assicurarmi un pasto al giorno. Spesso sono costretto a saltare anche due mesi di scuola e a farmi bastare un pasto ogni due giorni – dice Jean Bosco, 17 anni. Il mio sogno è fare l’attore o il musicista, ma in un paese come il Burundi, dove non funziona nulla, non è possibile – dice Françis, 21 anni. E Françis e Jean Bosco sono tra quelli fortunati, tra quelli che, alla domanda che comunemente viene posta: ‘Hai un padre ed una madre?’, possono rispondere si. Quelli meno fortunati, in un paese come il Burundi, sono gli orfani ed i ragazzi di strada, quelli che hanno perso i genitori a causa della guerra o dell’Aids, e che vivono nella solitudine e nella rabbia per il loro destino. Sono tanti, alcuni accolti in famiglie che, per quello che possono, se ne prendono cura, altri in centri governativi o missionari, altri, quelli già maggiorenni, costretti a cavarsela da soli. La maggior parte di essi non ha neanche la possibilità di frequentare la scuola, e trovare un lavoro, anche il più umile, è un privilegio di pochi. Sono cresciuto in condizioni difficili – mi confida Egide, 22 anni – soprattutto da quando ho perso i miei genitori. La sofferenza mi è rimasta dentro e mi sento solo. Mio fratello e mia sorella mi hanno cresciuto, nel senso che mi hanno dato da mangiare, ma, in realtà, la loro attenzione è per i loro figli. Ho degli amici, non posso dirti certo che sono felice, ma almeno quando sono con loro mi sento bene, mi distraggo, quando sono solo, invece, penso a tante cose, e divento triste. Ci sono momenti che rigetto la mia vita e vorrei morire.
Povertà, assenza di prospettive e di possibilità di scelta, sono il terreno ideale per nuove alleanze e divisioni, e nuovi reclutamenti: chi non ha niente da perdere può essere allettato da ogni facile promessa di soldi e potere. La pace dei giovani burundesi è minacciata dall’ultimo gruppo di ribelli che ancora non ha accettato l’accordo di pace e che profitta della debolezza e della povertà per ingrandire le sue file allo scopo di avere maggiore potere negoziale, la conseguenza è che molti giovani, soprattutto del quartiere Kinama, sono stati reclutati dal Fnl.  
Queste e tante altre le contraddizioni di un paese che cerca faticosamente di uscire da decenni di crisi, questi e tanti altri i problemi di un giovane burundese che vive tra i sogni e la consapevolezza che sarà difficile realizzarli, tra le speranze e le urgenze quotidiane, tra la solidarietà e la rabbia per un destino meschino. Il Cejeka ha rappresentato e rappresenta un’isola di pace, ed una valvola di sfogo per giovani che, altrimenti, non avrebbero neanche un pezzo di terra ed un pallone per giocare a calcio. Questi giovani, nonostante il tragico vissuto, hanno sogni semplici e desideri comuni a chiunque altro in una qualsiasi altra parte del mondo, sognano di diventare medici o insegnanti, di trovare una persona che li ami per quello che sono e non per quello che hanno, sognano una famiglia ed un lavoro, magari di poter fare piccoli viaggi, questi giovani sono il futuro che va aiutato e costruito per la pace in Burundi e per un mondo più sano.
p.s questo articolo è stato pubblicato sul mensile di aprile della Caritas Italiana

Postato da: LAfricanA a 14:13 | link | commenti
burundi, ponti di follia, al cejeka

giovedì, 28 giugno 2007
Dal Burundi al Ruanda, tra dubbi, sorprese e perplessita'!

E' da tanto che non scrivo, ma e' da tanto che penso di farlo. Dopo gli ultimi avvenimenti burundesi e la mia abilita' a cacciarmi prima o poi nei guai anche se per giuste cause, diciamo di cuore, non e' stato facile riprendere in mano questo blog ne' tantomeno certi ricordi. Ripenso di continuo al Burundi, a Jerry (http://amahoro.splinder.com/post/12168332#comment), ai miei tre piccoli amici (http://amahoro.splinder.com/post/11546170), alle difficolta' di uscire da una guerra che sembra non avere mai fine, le cui motivazioni cambiano di continuo. Quando mi raccontavano che il Burundi e' il paese piu' difficile e devastato dell'Africa  pensavo al Congo, allo Zimbabwe, al Burkina Faso, e non volevo crederci. Oggi, invece, me ne rendo conto sempre piu', dopo aver visitato per qualche giorno quella che viene definita la Citta' nera o d'inferno e dopo qualche settimana di permanenza in Ruanda, itinerando tra Kigali e Gisenyi.

La Citta' nera e'  la congolese Goma, sul confine col Ruanda, raggiungibile a piedi in 10 minuti, una citta' immensa distrutta dalla guerra e da eruzioni vulcaniche che l'hanno completamente rasa al suolo innumerevoli volte, ma ogni volta e' stata ricostruita rinascendo dalle sue macerie, su strati di lava, case bruciate e cadaveri. E' la citta' africana che mi spaventava di piu', invece con mia grande sorpresa, ho scoperto che davvero dopo il Burundi non potrebbe esserci nulla di piu' soffocante e triste. Goma e' una ex citta' fantasma piena zeppa di investimenti e finanziamenti internazionali, di locali e ristoranti di lusso, di piccole e nuove attivita' commerciali, e' una citta' che rinasce ogni volta dalla guerra e dalla lava. Per quanto impressionante per il modo e la velocita' di ricostruzione 'a strati', nonche' sconvolgente per il fatalismo della gente del posto che persevera con un insediamento che definirei 'temporaneo', dato che rischiano la morte ogni 25 anni ( ma questo e' un modo di pensare tipicamente ocidentale, poiche' quella gente ringrazia ogni giorno il signore per aver loro donato un altro giorno di vita), e' molto piu' vivibile di Bujumbura, tant'e' vero che ai miei amici non dispiacerebbe fermarsi a Goma ancora per qualche annetto, "non si vive male", dicono.

Il Ruanda, ancor piu' di Goma, mi ha profondamente colpito e sorpreso. Due paesi, il Ruanda ed il Burundi che, fino al 1994, hanno avuto piu' o meno la stessa storia di sangue e massacri hanno intrapreso percorsi completamente diversi. Mi sorprendo nel vedere gruppi di americani in gita turistica, bianchi che camminano tranquillamente ovunque come se fossero a casa, viaggi in auto o in moto in piena notte con una sicureza maggiore di una nostra strada statale. Un paese pulito, verde, in sviluppo, in continuo cambiamento, con una capitale resa attraente da negozi di ogni tipo, internet cafe' all'ultima moda (che a Napoli ancora non ho visto), grandi centri commerciali all'americana e giganteschi alberghi in costruzione nelle zone piu' panoramiche della citta'. 270 dollari al giorno per visitare il parco dei vulcani ed avere la chance d'incontrare uno di quei grandi animali pelosi che vivono, anzi sopravvivono ormai, solo in quest'area, nonche' tornare a casa con foto e souvenir di king Kong di ogni tipo e super costosi. E' divertentissimo osservare i visi soddisfatti di americani grandi e piccoli armati di cappello e bastone folkloristico con su disegnato il faccione del nostro caro amico come cimelio per la missione riuscita. E' gratuito, invece, l'ingresso ai memoriali e al museo del genocidio, ingresso gratuito per vedere ossa e teschi ammucchiati o esposti in vetrina, corpi imbalsamati, foto e vestiti di bimbi massacrati, nell'ottica del "non bisogna dimenticare", e su questo siamo tutti d'accordo, ma non bisogna neanche dimenticare l'importanza del rispetto per la vita umana anche nella morte, anzi soprattutto. Quei corpi devono essere sepolti, non esposti, la percezione del dolore e della morte e' la stessa anche senza simili scenari e fa ugualmente male.

Ma, a parte queste piccole considerazioni personali che approfondiro' alla prossima puntata, il museo e' ipermoderno, costituito da percorsi interattivi, pulito e ben curato, con tanto di centri di documentazione e libreria. Poi certo la liberta' di opinione ed espressione e' sempre duramente repressa, la versione dei fatti e' la verita' di una sola parte in causa, l'ideatore del museo ha dimenticato d' inserire la storia della dura repressione degli hutu da parte dell'esercito tutsi, preferendo invece enfatizzare il massacro di un milione di tutsi da parte degli hutu (ma dove sono un milione di tutsi in ruanda?) e le colpe dei francesi con l'operazione Turquoise. Il governo ha obbligato durante la settimana di commemorazione delle vittime del genocidio in aprile, gli studenti di tutte le scuole comprese le elementari, a sorbirsi due ore al giorno di filmini e documentari sui massacri in cui, ovviamente, gli hutu sono i carnefici e i tutsi sono le vittime, un bel modo credo di garantire la riconciliazione e la pace nel prossimo futuro.

Cmq, in ruanda oggi si puo' assoporare la calma e la tranquillita', anche il sistema burocratico e' molto efficiente (piu' di Napoli, pensate), si puo' assaporare il gusto dell'Africa come quello dell'europa quando se ne sente il bisogno, nonche' immergersi in odori e colori indiani, messicani, arabi e, addirittura, concedersi il lusso di scegliere tra un mega magnum ricoperto di nocciole e un cornetto algida bigusto,

insomma ragazzi.... e' troppo avanti questo paese,

....e concedetemi di lasciare nel dubbio la mia sottile vena ironica, in questi paesi non riesco mai fino in fondo a distinguere il giusto ed il sbagliato.

Postato da: LAfricanA a 10:12 | link | commenti (3)
globalizzazione, burundi, rwanda e

venerdì, 01 giugno 2007
Strane, belle 'coincidenze'!

Conoscere il proprio posto nel vasto movimento dell'universo. Adempiere per il meglio al ruolo attribuito ad ogni nascita, per quanto modesta sia. Sentirsi parte ricevente del gioco cosmico ma, soprattutto, far si che la danza sia bella. Noi privi di tutto, esposti all'inclememza del tempo, ci rivolgiamo dal fango della terra alla luce del cielo, chiedendo una piccola offerta che ci aiuterà a sopravvivere ancora un giorno, ma soprattutto ci otterrà rispetto, un attimo di attenzione e di  amore senza paura, come ulisse a Ogigia, di ritornare nella comunità degli uomini. Lo sai ormai: niente è come sembra, tutto è in uno stato di evoluzione permanente. Le cause si perdono nelle conseguenze fino all'infinito, fino a che si scopre ciò che si è veramente. Tutto continua a funzionare malgrado l'apparente confusione. Resta salda nel centro del tuo cuore. Buon viaggio!

Buon viaggio nelle meraviglie della vita, nelle sue sorprese, nei suoi amori, nelle sue passioni, nei suoi cammini, nei suoi incontri,

buon viaggio a chi, abbandonandosi, avrà la fortuna di conoscere persone speciali, di vivere momenti indimenticabili, di amare anche solo per un minuto, un fiore, un tramonto, uno sguardo, una carezza

Buon viaggio a chi avrà la fortuna di saper aspettare, di godere del talvolta amaro far niente senza avere la sensazione di perdere tempo,

Buon viaggio a te Shurabi, mio dolce incontro inaspettatato, a te che, venuto dall'India, hai portato una carezza sulla mia guancia, un tenero sorriso sul mio volto, una calda fiducia nel mio cuore,

a te che non hai pronunciato tante parole con la voce, ma che trasmetti la tua spiritualità, la tua serenità e la tua forza costantemente al servizio degli altri e del tuo paese.

Grazie per quella carezza, Grazie per quello sguardo,

ci rivedremo!

Shurabi è un indiano che ha vissuto e lavorato con Madre Teresa a Calcutta dall'età di 13 anni. Alla morte della sua guida spirituale e di vita ha fondato un'associazione che si chiama Young Men Welfare Society, si occupa dei giovani, della loro istruzione e formazione. E' arrivato a Napoli all'improvviso, nel bel mezzo di un tour di 10 giorni in europa in visita ai suoi finanziatori, l'ho raggiunto appena saputo, è un uomo grande, robusto, con tanti capelli gonfi e grigi, una grande pancia, e un ampio sorriso, parlava poco Shurabi ma poneva tante questioni, ed io solo tante risposte con tante questioni rimaste nella mia mente ibernate. Ricordo con forza quel 'Vieni', ricordo il calore della mano che mi ha accarezzato il viso, quell'atteggiamento di chi sembrava non avere bisogno di tante spiegazioni, ed io stessa, ora, non riesco a far uscire altre, sempre poche, parole! Semplicemente indimenticabile.

Postato da: LAfricanA a 00:50 | link | commenti (6)
incontri, emozioni