Il prezzo dell'Africa, di occhi e dolore. Spari al termine del giorno, chi vende e chi si vende: armi e vite. Ciò che si vede e quel che resta è opaco. Una mano tesa, il mento rivolto verso l'alto: Dignità . Occhi contro occhi, flebili fiammelle, è BUIO! E poi il DOMANI! Storie Africane

Nome: LAFRICANA
"Abbiamo in prestito questo mondo per i nostri figli, non è che lo abbiamo ereditato dai nostri padri, allora ai nostri figli dobbiamo dire: Ti abbiamo voluto bene, ti abbiamo amato" (R.BENIGNI)
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Celui qui accepte le mal est tout autant responsable que celui qui le commet.
Celui qui voit le mal et ne proteste pas, celui-là aide à faire le mal.
(M.L.KING)
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Inter medium montium pertransibunt aquae – le acque passeranno attraverso le montagne.
….e silenziose scaveranno e plasmeranno e modificheranno irrimediabilmente, in un perseverante movimento in cui ogni goccia è indispensabile!
Eravamo con la pioggia e senza elettricità, eravamo con la paura e la diffidenza, eravamo spaesati e con linguaggi diversi, eravamo soli e senza troppa pazienza. Il tempo scorreva al ritmo di quelle migliaia di gocce d’acqua, io sorvegliavo la mia borsa e non capivo i loro movimenti, e loro fissavano la mia auto e la mia telecamera ed era come se di me ci fosse solo quello.
Attendevo che arrivasse il gruppo salsa, avevano promesso che avrebbero danzato per loro, era la giornata per i diritti dei bambini, e si poteva dire che i bambini avevano diritto ad avere dei genitori, ad andare a scuola, a giocare e a sognare, a ridere e mangiare caramelle; si poteva dire ma non l’ho detto, ho detto solo che era la giornata per i diritti dei bambini e che loro anche erano dei bambini, e che loro anche dovevano essere ricordati e festeggiati. Si poteva dire che i bambini non devono lavorare, che non devono essere picchiati, che hanno il diritto di essere ascoltati, di avere una casa; si poteva dire ma non l’ho detto, ho detto solo che era la giornata per i diritti dei bambini ma che non potevo offrire loro un lavoro o una casa, non potevo fare promesse e regalare false illusioni, ho detto che potevo donare un po’ di amicizia e un po’ del mio tempo, che potevo ascoltare della musica e danzare con loro, che potevo dare una mano solo per stringere la loro.
“Io ho dell’odio dentro. Io ho dell’odio dentro perchè sono orfano, perché sono cresciuto per strada e nessuno ha mai avuto cura di me, perché sono stato picchiato, perché sono stato in prigione, perché tanti visitatori vengono e sorridono e poi ripartono ed io sono sempre qui, perché non ho fiducia di nessuno, e tra un po’ mi cacceranno da qui perché sono grande e tornerò per strada e allora sarò irrecuperabile!”
Io, invece, ho del dolore dentro, e della paura, dell’impotenza e della rabbia, ma anche della volontà, e dell’incapacità di dimenticarli e abbandonarli. Sono 105, tra i 7 ed i 30 anni, presi dalla strada ed obbligati a vivere in un centro governativo ai margini della società, fumano maryuana e rubano, molti sono stati in prigione, molti sono orfani, altri non sanno dove siano i propri genitori, non sono mai andati a scuola, non parlano francese, sono aggressivi verbalmente e lo sono anche fisicamente tra loro, sono delusi, soli, tristi e amareggiati, diffidenti. “I responsabili del centro in cui ci costringono a vivere ci odiano”, in più se ne fregano!! Ieri erano presenti il direttore ed il Vice-Direttore solo perché ho detto che sarebbe venuto un inviato di una radio locale, solo perché avevano paura anche loro. Era un’occasione importante, era la prima volta, il primo contatto, non avevo molte strade, se non fossi riuscita a strappare un sorriso e a conquistare un pezzettino del loro cuore mi sarei bruciata ogni carta, avrei disfatto il mosaico prima ancora di cominciarlo. E’ stata dura, ma Christian è stato bravissimo; ha utilizzato tute le sue energie e le sue capacità comunicative da bravo giornalista, ha utilizzato il loro gergo, quello della strada, urlava “siete delle nullità, non volete partecipare con noi perché siete dei vigliacchi, perché non siete all’altezza”. Ho pensato fosse impazzito e invece ha funzionato, erano inkazzati viola, sono entrati nella sala preparata per loro e per lo spettacolo solo per motivi di orgoglio, poi, però, hanno cominciato a parlare del loro odio, hanno spiegato le loro motivazioni, hanno scherzato, abbiamo ballato, cantato, in una parola comunicato. E’ stata un’emozione intensa, indescrivibile, una piccola vittoria: erano talmente contenti che non volevano lasciarci andar via. Mi hanno ringraziato e non potevo crederci, mi hanno chiesto di tornare, mi hanno preso la mano, mi hanno……fatto piangere come una bimba!! Sono andata via e mi hanno accompagnato fino alla strada principale, sorridevano, avevano lo sguardo felice e divertito, forse un po’ stupito.
Coraggio, mi sono detta. Qui autem timet, non est perfectus in caritate – chi ha paura non sa amare (San Giovanni Apostolo).
Coraggio, mi sono detta, non puoi far rispettare i loro diritti ma puoi donare l’amore che puoi, le energie che puoi, le capacità che puoi.
Se non ci sono difficoltà, le nostre occupazioni non hanno attrattiva umana, né soprannaturale. Se, nel piantare un chiodo nel muro, non trovi resistenza, che cosa ci potrai mai appendere? (Forgia, Josemarìa Escrivà).
Coraggio, è l’amore la soluzione!

Lunedi 23 ottobre, un animatore del Centro Giovani kamenge, E., ha festeggiato la fine del suo mese di Ramadam in carcere, dopo uno scambio di battute non proprio simpatiche con un poliziotto per questioni di parcheggio. Il poliziotto gli aveva vietato senza motivo di sostare la sua vettura e lui se n' era letteralmente fregato non capendo il motivo del divieto. L'uomo in divisa ha cominciato ad inveire contro di lui ed E. ha reagito chiamandolo 'cane', si è ritrovato cosi in prigione con l'accusa di aver offeso direttamente il Presidente della Repubblica avendo insultato un funzionario governativo.
Fortunatamente è stato rilasciato dopo poche ore, il tempo sufficiente per indignarsi delle condizioni di vita nel carcere di Bujumbura. Ha raccontato di persone arrestate senza motivo, o per questioni di pochi soldi, di ragazzini adolescenti finiti dentro per aver preteso da qualche militare il pagamento per il loro servizio di taxi-velo' (bici-taxi), senza la benché minima possibilità di difendersi o di fare appello ad un sistema giudiziario pressoché inesistente.
E. se l'è cavata grazie all'aiuto di conoscenti, mentre il poliziotto, che aveva già stabilito la sua punizione (tre giorni in carcere e il pagamento di 50000 franchi burundesi, circa 40 euro), ha dovuto ingoiare il boccone amaro della sua scarcerazione e tornarsene a casa con le tasche vuote.
Frastornato ed arrabbiato E. avrebbe voluto denunciare l’accaduto alla lega burundese per i diritti dell’uomo, Iteka, se non fosse stato per le numerose voci che gli hanno consigliato di tornarsene a casa dalla sua famiglia e finirla lì.
Questa la giustizia ed il rispetto dei diritti dell’uomo in un paese in cui, a detta di molti, si viveva meglio nel 1996, sotto il regime autoritario di Buyoya, piuttosto che oggi, con un governo democraticamente eletto. Oggi si finisce in prigione se non si eseguono gli ordini, spesso senza senso e al solo scopo d’intascare un po’ di denaro, di poliziotti e militari corrotti, che quando non sono ubriachi cercano il primo povero malcapitato per sfogarsi in altro modo. Quelli più fortunati, perché hanno un po’ di soldi da parte o qualche buon amico escono, gli altri restano lì in attesa della benevolenza di qualche comandante.
Ricordo ancora la mia visita al carcere di Bujumbura l’anno scorso, mi avevano concesso di visitare solo la parte femminile per motivi di sicurezza: 20-25 donne, alcune con i loro bimbi, in una stanzetta, non facevo altro che chiedermi in quali condizioni vivessero gli uomini.
Nei penitenziari burundesi si trovano 7.183 detenuti, compresi 200 minori e 170 donne, in edifici fatiscenti che potrebbero ospitarne al massimo 3550, edifici che diventano paludi nella stagione delle piogge, dove i prigionieri devono dormire a rotazione, dove la razione giornaliera di cibo è di
Se si volesse trovare un aggettivo per descrivere tali condizioni di vita il termine DISUMANO non sarebbe sufficiente!!
Cosa avrà imparato E. da quest’esperienza?
Semplice, che non litigherà né insulterà mai più un poliziotto per difendere i suoi diritti, che non vale neanche la pena di raccontare l’accaduto ad una lega per i diritti dell’uomo, perché è preferibile abbassare la testa e voltare le spalle, e dimenticare gli insulti e le provocazioni, per tornare a casa dalla propria famiglia. Il vero carcere per E. è il suo silenzio, la sua sfida quotidiana è con il suo limite di sopportazione.
Ma fino a quando si può reggere?
E’ andata a finire allo stesso modo della storia dei fagioli di Kanyosha: ‘lasciar perdere e dimenticare’.
Qualcuno riuscirà mai ad uscire dal tunnel della paura? Qualcuno riuscirà mai ad unire persone intorno ad obiettivi e lotte comuni?
Prima della colonizzazione, nel Burundi tradizionale, ogni capo aveva un suo esercito i cui soldati erano chiamati ABADASIGANA, che significa: persone che si muovono insieme senza bisogno di negoziare le posizioni di combattimento, senza pensare al ‘va avanti tu che io ti seguo’, come una grande mano, un unico uomo, un’unica vita, insieme per cacciare gli invasori, per difendere i propri beni. Il Burundi deve rimpossessarsi della sua storia, della sua solidarietà, e dei suoi valori; deve ritrovare la sua unione e comprendere che questa è la vera forza, insieme per il cambiamento.
Durante la guerra del 1993 sono comparsi piccoli nuclei di opposizione nonviolenta, ma di questo ve ne parlerò un’altra volta.

Resterei volentieri a letto oggi, soprattutto perché fuori piove e sembra non voler lasciare tregua, e ancor di più perché ho un terribile mal di gola che non mi ha lasciato dormire stanotte. Stamattina sono stata svegliata dal rumore di una sega, ho sbirciato fuori alquanto stanca ed innervosita con la tentazione di urlare: Ma insomma che modi, a quest’ora e con gente che dorme!!, ma ho intravisto Patrice, il nostro cuoco, appeso ad un albero che canticchiava. Mi ha fatto l’occhiolino ed ha accennato un sorriso. Ho chiuso la tenda ed ho riso tra me e me, per un attimo ho dimenticato la stanchezza ed il mal di gola, ho guardato l’orologio e ….cacchio era tardissimo: le 8.00!! Qui la vita comincia alle 5.00 di mattina, alle 5.30 sono già tutti per strada, chi lavora, chi beve, chi si lascia prendere dal dolce far niente, dal bighellonare senza meta, o da interminabili discussioni senza capo né coda che termineranno solo con l’arrivo della notte, cioè verso le 18:00.
Alle 8.30 avrei dovuto essere alla radio, per la mia consueta trasmissione del mercoledì, ma proprio non riuscivo ad alzarmi dal letto, chiamo Chri per scusarmi ed avvisarlo che non sarei andata, ma non sono riuscita a tenermi le sue provocazioni, anche se scherzose, sui muzungu (i bianchi) che non rispettano gli impegni, che dormono tanto e che fanno quello che vogliono. Mi sono alzata, preparata in tutta fretta, ho corso sotto la pioggia ed ho preso il primo bus per il centro. Tutti mi guardavano e ridevano, una muzungu nel bus, avranno pensato tutti che fossi l’unica muzungu povera di Bujumbura. Ho chiesto di sintonizzare la radio sulla frequenza di Isanganiro, ed ho ascoltato Chri che faceva battute sul mio ritardo giustificandolo con il fatto che avevo preso un bus burundese e non un elicottero personale, ribadendo che non ero una ‘babilonese’ ( che nel suo gergo significa una viziata borghese), e sollecitando l’autista del bus a darsi una mossa. E’ stato uno dei momenti più esilaranti della mia vita, la gente nel bus aveva ormai compreso tutta la storia e rideva di gusto, bisbigliava, faceva battute, mentre l’autista era combattuto tra l’esigenza di guadagnare e fermarsi ogni 30 secondi per ammassare gente, e quella di trasportare la neo-star-muzungu il più presto possibile sperando in una lauta ricompensa. Li sollecito a fare il loro normale lavoro, mentre tutto l’autobus vibrava al ritmo salsa della trasmissione radio e alle note sdolcinate dell’ultima canzone di Eros Ramazzotti. Scene da film comico-americano, cioè incredibili!!
Quando arrivo in centro erano già le 9.10, avevo 20 minuti di tempo. Comincio a correre con tutti che mi salutavano e mi facevano spazio, piombo tutta sudata in radio e dico: Ei muessi (neri), chi è allora la muzungu rugereka (cioè il colono bianco, l’invasore, e robe simili)?? Ridevano tutti mentre raccontavo nel mio triste francese la storia della musungu nell’animato bus. All’uscita dalla radio mi ritrovo 5 o 6 persone arrivate per dirmi che non sono una muzungu, che sono burundese, ecc. Chri era piegato in due dalle risate, ed io piangevo dal ridere, ci avevano preso sul serio, ed erano venuti per difendermi, pazzesco ragazzi. Il risultato è che tra risate e pioggia e tutto quello che è successo dopo, ci ho rimesso la voce, la gola e il sonno, ma chissenefrega, per la prima volta sono riuscita a prendere in giro i mweussi ( i neri) più di quanto loro facessero con me povera musungu (bianca), è stato molto bello sentirmi un po’ tra loro!!