Il prezzo dell'Africa, di occhi e dolore. Spari al termine del giorno, chi vende e chi si vende: armi e vite. Ciò che si vede e quel che resta è opaco. Una mano tesa, il mento rivolto verso l'alto: Dignità . Occhi contro occhi, flebili fiammelle, è BUIO! E poi il DOMANI! Storie Africane

Nome: LAFRICANA
"Abbiamo in prestito questo mondo per i nostri figli, non è che lo abbiamo ereditato dai nostri padri, allora ai nostri figli dobbiamo dire: Ti abbiamo voluto bene, ti abbiamo amato" (R.BENIGNI)
******************************************
Celui qui accepte le mal est tout autant responsable que celui qui le commet.
Celui qui voit le mal et ne proteste pas, celui-là aide à faire le mal.
(M.L.KING)
Aenima1 in Grida
utente anonimo in Grida
utente anonimo in Grida
ginevro in Grida
Petronium in Grida
sephsme in Grida
serenacocco in Grida
+ di un BLOG: urbancasbah
< LAfricanA su Blogfriends
BLOG-CALENDARIO: LaBachecaCampana
BLOG: ...C.V...
BLOG: Alla ricerca del tempo perduto
BLOG: Carta-Vetro
BLOG: Cotron Club
BLOG: Fuoco Tribale
BLOG: Immagine dell'Africa
BLOG: PinoScaccia
BLOG: Quisquilie, schegge di maiolica, selz.
BLOG:Tan dream
CiaoAfrica
Citazioni di pace
Conflitti in corso
DAL MONDO: Fatmo, Servizi Radio Televisivi
DAL MONDO: Peacereporter
Gocce nel mare:CeJeKa
http://ibisaward.splinder.com/
PKO in Africa: Burundi
PKO in Africa: Costa D'Avorio
PKO in Africa: Etiopia ed Eritrea
PKO in Africa: Liberia
PKO in Africa: Repubblica Democratica del Congo
PKO in Africa: Sahara occidentale
PKO in Africa: Sierra Leone
PKO in Africa: Sudan
PKO in Asia: India e Pakistan
PKO in Europa: Cipro
PKO in Europa: Georgia
PKO in Europa: Kossovo
PKO in Medio Oriente: Israele e Libano
PKO in Medio Oriente: Israele e Siria
PKO nelle Americhe: Haiti
oggi
aprile 2008
marzo 2008
gennaio 2008
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
al cejeka
america latina
brevi e
burundi
contraddizioni
dal mondo
emozioni
globalizzazione
guerra e pace
incontri
karibu benvenuti
liberia
news
ponti di follia
rabbia
ricordi africani
rwanda e
storia dellafrica
tra illusioni e realtÃ
visitato *loading* volte

Questo mese di ottobre quasi trascorso è stato un mese particolare per il Burundi, un mese pieno di ricorrenze e riflessioni, ci si è riuniti per ricordare il principe Rwagasore, assassinato il 13 ottobre 1962, Paul Mirerekano, arrestato e ucciso il 19 ottobre 1965, e Melchior Ndadaye, il primo Presidente hutu, assassinato il 21 ottobre
Il 23 ottobre canti e festeggiamenti hanno concluso il periodo del Ramadam, nell’euforia di un giorno di festa nazionale per l’evento con tanto di congedo concesso a tutti i burundesi, musulmani e non!.
Il 13 ottobre tutti i burundesi hanno sospeso le loro attività in onore del tutsi Rwagasore, il fondatore del partito Uprona e padre dell’indipendenza, lo spirito unificatore delle differenze, colui che ha unito hutu, tutsi e twa nel nome della libertà e della democrazia contro l’invasione divisionista dei coloni belgi; il 19 ottobre qualcuno ha pensato bene di ricordare anche Paul Mirerekano, l’amico hutu du Rwagasore, designato da quest’ultimo come suo successore, ma mai salito al potere a causa della sua appartenenza etnica, arrestato e trucidato per essersi opposto allo strapotere tutsi dell’Uprona. La festa nazionale in onore di Ndadaye, invece, avrebbe dovuto slittare di due giorni ma, non potendo coincidere con quella per la fine del Ramadam, è stata riconfermata per sabato 21. Ndadaye è stato il primo Presidente hutu democraticamente eletto dopo anni di autoritarismo dei tutsi dell’Uprona, che avevano, poco a poco, e con mezzi di diverso tipo, eliminato tutta la classe dirigente hutu, e allontanato gli intellettuali hutu dalle più alte cariche politiche ed amministrative. La sua morte, avvenuta in seguito ad un presunto colpo di stato da parte di alcuni ufficiali dell’esercito (completamente monoetnico e completamente tutsi), ha scatenato il genocidio del 1993, che ha provocato 300.000 morti, 800.000 rifugiati, e più di 300.000 sfollati. Per non dimenticare è stato costruito un monumento a Kibimba, nel luogo dove sorgeva una scuola secondaria in cui sono stati bruciati vivi circa 100 studenti di etnia tutsi, all’insegna del plus jamais ça (mai più questo), che il nuovo governo ha considerato un particolare trascurabile visto che niente è stato fatto per commemorare l’evento. Il ‘nostro Presidente Ndadaye’ è stato ricordato con piccole cerimonie religiose qua e là, ma ogni altro tentativo di commemorazione delle vittime del genocidio è stato bruciato da un provvedimento governativo che vieta celebrazioni di qualsiasi altro tipo. Solo poche associazioni, spesso le più estremiste, hanno organizzato incontri, forum e marce, per ribadire quello che per molti, ma non per tutti, è considerato il genocidio dei tutsi. Anche quest’anno, quindi, come l’anno precedente, né il Presidente Nkurunziza, né alcun esponente del nuovo governo (composto prevalentemente da ex ribelli hutu del Cndd-Fdd più una certo numero di tutsi affiliati al partito, come stabilito dagli Accordi di pace e dalla Costituzione)), si è recato a Kibimba per ricordare le vittime del genocidio. Si dimentica e si va avanti in questo paese, si dimenticano le offese, si dimenticano gli arresti arbitrari, si dimentica la giustizia fai-da-te, si dimenticano le dichiarazioni diffamanti che alimentano divisioni etniche e religiose, gli assassini per pochi spiccioli, e ci si tappa la bocca con la paura.
Per fortuna qui al Centre Jeunes si trova sempre il modo per fare sentire diplomaticamente la nostra voce, per restare insieme ed offrire esempi, per opporre l’amore alle provocazioni. E alle provocazioni, si sa, ci sono solo due reazioni, noi abbiamo deciso, allora, di rispettare la disposizione governativa, di festeggiare la festa musulmana ma, al tempo stesso, di continuare a predicare la pace: nello spirito dell’unità e della condivisione delle differenze, ci siamo preparati ad una veglia di preghiera in tutte le lingue, su tutti i testi, e con tutte le canzoni che il momento imponeva. Giovani cattolici, protestanti, musulmani, ebrei, hutu, tutsi, batwa, congolesi, ruandesi e chi più ne ha più ne metta, si sono seduti insieme dinanzi alla fiamma di una candela per leggere brani della Bibbia, del Corano, del Nuovo Testamento, per cantare e pregare insieme per la pace in Burundi e nel mondo. Un momento che neanche i burundesi, con tutte le loro paure, riusciranno a dimenticare.
Integrazione? Convivenza? Tolleranza? O semplicemente normalità? Siamo burundesi, e siamo hutu, tutsi, batwa, congolesi, ruandesi, musulmani, protestanti, cattolici, rasta, non ci importa che il governo sia hutu o tutsi, che il Presidente sia musulmano o cattolico, c'importa avere un lavoro, poter uscire liberamente da casa, poter non aver paura di esprimere la nostra opinione. Lentamente gli hutu tornano nei quartieri che prima del '93 erano misti e che poi sono diventati tutsi, e viceversa per i tutsi, lentamente i rifugiati tornano a casa anche se non tutti possono rimpossessarsi della loro terra, lentamente posso indicare per strada un hutu o un tutsi e divertirmi a fare battute sul naso dell'uno o dell'altro, sull'altezza dell'uno o dell'altro, per scoprire che spesso sbaglio, che chi sembra un hutu in realtà non lo è solo perchè abita nel quartiere hutu, e chi sembra un tutsi in realtà non lo è solo perchè ha un naso sottile ed è un 'vatusso' di due metri. Ecco cos'è l'etnia in tempo di pace, ecco l'importanza della religione in tempo di pace, chissenefrega chi sei e da dove vieni, chissenefrega se abiti a Ngagara piuttosto che a Kamenge, m'interessa sapere se ti fermi a bere una birra di banana con me, se rispetti la mia opinione, se ti dispiace quando sto male, se dividi quel poco che hai anche se non c'è alcun legame di sangue tra me e te, se preferisci il dialogo alle mani, se dopo essere usciti da una chiesa e da una moschea ci ritroviamo sullo stesso campo di calcio, se non pensi che sia colpevole per la mia sola appartenenza etnica, se ti unisci al mio gruppo per dividere le nostre conoscenze, m'interessa sapere che ti consideri un uomo, come me!! Ecco il Burundi in tempo di pace!!
E' la guerra che deforma, è quando c'è una crisi che cerco un nemico, ed è allora facile identificarlo in quello che esce da una moschea, in quello che ha il naso più bello, quando lo identifichi non fa più tanta paura, quando 'qualcuno' ti dice attraverso una radio a chi attribuire colpe è facile guardare alle ricchezze dell'altro con invidia, è facile diffidare del tuo vicino perchè è più alto, ed ecco che l'etnia e la religione e la ricchezza fanno la differenza tra la vita e la morte, è in tempo di guerra che l'identificazione diventa strategia di difesa, di divisione piuttosto che condivisione, di percezione dell'altro come un pericolo da eliminare prima che possa farlo lui, e allora anche se abbiamo sempre giocato sullo stesso campo di calcio mi spiace ma non posso accettare di perdere contro di te, mi spiace ma devo farti male, perchè? Bhè perchè me l'ha detto ' qualcuno', perchè 'qualcuno' mi ha dato un'arma e mi ha promesso dei soldi, e non c'è più il mio vicino solidale che offre ospitalità perchè è diventato un nemico, ed io ho fame, devo mangiare, e sisa che il più forte vince, e il più forte in tempo di guerra è quello che ha un'arma, e puo' donarmi dei soldi.
A Kamenge, Kinama, Cibitoke, 'qualcuno' sta riarmando, 'qualcuno sta riarmando gli ex combattenti che ancora non hanno visto realizzarsi la promessa di 'reintegrazione nella società', ma la società sta cambiando, la percezione del nemico sta cambiando, c'è chi si sta rendendo conto che il suo vicino non puo' essere un nemico, che il vero nemico è chi continua a fomentare odio, e per farlo fa appello all'etnia, e se non funziona perchè è un concetto armai antiquato, allora fa appello alla religione, ai musulmani arabi burundesi che si sono 'impossessati di ogni attività economica', speriamo che non ci riesca, che non ci riesca di nuovo, noi siamo burundesi!!

Perché è un continuo perdersi e poi ritrovarsi, porsi domande e cercare risposte. L’Africa è un po’ così, un alternarsi di stati d’animo contrastanti, di sbagli e scoperte, di attese e ricerche. Sembra strano dirlo, per la concezione che si ha del tempo africano, ma qui scorre tutto talmente velocemente che ancora non ho avuto la possibilità di mettere insieme idee e concretezze, emozioni e progetti. E’ tutto un via vai di eventi e stati d’animo che spesso prendono il sopravvento, ed è facile perdersi, cadere nella trappola del ‘che ci faccio qui?’, scontrarsi con il muro del senso d’impotenza, con la rabbia per le incomprensioni che scaturiscono dall’essere parte di mondi e vite molto molto diverse.
In un paese dove tutto è ancora emergenza è tremendamente difficile stabilire delle priorità, dal disastroso sistema scolastico e sanitario, al problema del rientro dei rifugiati e del diritto di proprietà sulla terra, le torture, gli arresti arbitrari, le continue violazioni dei diritti umani ma, soprattutto, l’annullamento della capacità e della possibilità di sognare, la mancanza di prospettive future, annientate dal ‘in un paese come il Burundi non è possibile’. Sfiducia, la stessa che spesso riesce a coprire anche la mia forza e le mie motivazioni, quando le domande costanti diventano ‘Perché restare? Cosa posso fare io?’ A volte dimentico il motivo per cui sono ritornata in Burundi, a volte dimentico le motivazioni che mi legano a questa terra.
Il 21 agosto 1995, attorno al tema ‘Perché restare?’ si sono riuniti a Bujumbura alcuni confratelli saveriani. Era all’indomani dell’orribile massacro, in un paese che sembrava non avere speranza, dove la vita umana aveva perso ogni valore tanto la morte era all’ordine del giorno, uccidere era diventato normale. Ma a padre Ottolino, un missionario italiano, quel titolo non piacque dall’inizio: E’ sbagliato mettere il punto interrogativo. Non dobbiamo mettere in discussione se restare, ma solo il modo in cui restare.
E padre Ottolino, con un altro missionario saveriano Aldo Marchiol e la volontaria dell’ong LVIA Catina Gubert, il modo l’aveva trovato, quello di continuare a battersi pacificamente per la giustizia e la pace, quello di difendere la verità a qualsiasi costo anche della vita. Nel comune di Buyengero, nella provincia meridionale di Bururi, baluardo storico del potere tutsi, Ottolino invitava la gente alla disobbedienza civile, alla presa di coscienza, a non obbedire supinamente. In un momento in cui tutti coloro che ‘venivano chiamati’ dal governo non tornavano più, lui incitava a non obbedire, a seguire la propria coscienza, ad allearsi per il cambiamento. E il suo modo sembrava funzionare, la gente lo ascoltava, la messa domenicale era diventata l’occasione per denunce aperte, incitamenti a non aver paura, ad unirsi.
Una sera dei militari tutsi uccisero un guardiano di mucche credendolo un hutu, questi, invece, era un tutsi. Accortisi ‘dell’errore’, rimediarono attribuendo la colpa a 12 hutu che furono ammazzati. Qualcuno però aveva visto tutto e raccontò l’accaduto a padre Ottolino, che sporse denuncia alle autorità, riuscendo ad arrivare in tribunale. I colpevoli dovevano essere puniti, e la gente non doveva più avere paura. Il suo coraggio, il suo esempio, la sua sete di giustizia e di verità, gli furono fatali. Ad un anno dall’episodio, qualcuno entrò in casa sua, fece inginocchiare i tre coraggiosi italiani col volto rivolto verso il campo di fiori dipinto su una parete, e mise fine alla loro presenza inopportuna con un colpo alla nuca.
Oggi padre Ottolino, padre Marchiol, e Catina Gubert, riposano davanti alla chiesa che loro stessi avevano costruito come tempio di denuncia e di verità, una chiesa che continua ad ergersi maestosa tra piccole case sparse dove la gente ha ancora paura di parlare, dove non è più stato inviato un altro missionario bianco, dove quella parete di fiori è ancora sporca di sangue. Padre Ottolino non è riuscito a realizzare il suo sogno di pace e giustizia, e la sua follia sta proprio nell’aver sempre saputo che non ci sarebbe riuscito, e nel non aver mai abbandonato. Un esempio, questo è quello che è stato, questo è quello che lascia. Qualcuno potrebbe dire che si è trattato di un sacrifico inutile? Qualcuno potrebbe dire che la battaglia è stata persa? No, non è così. Lui ha fatto la sua parte. ‘Non è una persona sola che può sconfiggere il male o cambiare le cose, bensì un concorso di forze, di volontà, di speranze’ mi ha detto una volta un amico. E allora perché restare? Per fare in modo che padre Ottolino non venga dimenticato, per sostenere tutti i missionari di pace affinché non si sentano mai soli, per continuare opere già iniziate, per cominciarne di nuove, per testimoniare, per donare un sorriso, una speranza, un esempio, ‘ognuno nel suo piccolo, ognuno per quello che può, ognuno per quello che sa’, diceva Paolo Borsellino, e nessuno si sognerebbe di dire che il suo sacrificio è stato inutile, giusto?