Il prezzo dell'Africa, di occhi e dolore. Spari al termine del giorno, chi vende e chi si vende: armi e vite. Ciò che si vede e quel che resta è opaco. Una mano tesa, il mento rivolto verso l'alto: Dignità . Occhi contro occhi, flebili fiammelle, è BUIO! E poi il DOMANI! Storie Africane

Nome: LAFRICANA
"Abbiamo in prestito questo mondo per i nostri figli, non è che lo abbiamo ereditato dai nostri padri, allora ai nostri figli dobbiamo dire: Ti abbiamo voluto bene, ti abbiamo amato" (R.BENIGNI)
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Celui qui accepte le mal est tout autant responsable que celui qui le commet.
Celui qui voit le mal et ne proteste pas, celui-là aide à faire le mal.
(M.L.KING)
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29.09.06
Cosa si prova a guardare negli occhi una persona che sta per morire, cosa si prova a guardare negli occhi della paura e della disperazione, me lo chiedo spesso, con la stessa forza con cui cerco di non pensarci. Mi fa sempre un certo effetto girare per i quartieri di Bujumbura, soprattutto quelli a nord, i più colpiti dalla guerra, e mi fa sempre un certo effetto entrare in una chiesa o vedere un uomo intento a tagliare un albero con un machete, non riesco a non immaginare il dolore di persone fatte a pezzi o bruciate vive, non riesco a cacciare la sensazione di calpestare una terra bagnata di sangue, senza avvertirne la sacralità e il rispetto immenso che richiede.
Quante volte mi è capitato di pensare alle masse umane in fuga dalla morte e dalla disperazione, alla vita in un campo di rifugiati o sfollati che lottano per un sorso d’acqua o una manciata di fagioli, ma mai prima di oggi ho vissuto queste immagini con tanta intensità.
E’ da una settimana che va avanti la “distribuzione” di semi, fagioli e attrezzi agricoli gentilmente concessi dalla Fao che, dopo un periodo di forte siccità, ha trovato il modo migliore per “assistere” le famiglie più vulnerabili o per far vedere che “si fa qualcosa”, e quando si ha poco e si deve arrancare per pensare all’oggi, si finisce per prendere tutto quello che “passa lo stato”, col presupposto che, in fondo, non c’è niente da perdere.
Diversa la storia quando si è passati alla distribuzione pro famiglia o pro persona nel quartiere di Kanyosha. La lista dei beneficiari è stata compilata dal capo quartiere che, sulla base di non so quale criterio, ha stabilito una graduatoria di povertà, i più poveri erano nella lista, i meno poveri no. Il risultato? Una massa di gente “meno povera” che chiedeva di essere nella lista, che diceva di avere fame, che “rubava” i fagioli caduti per terra dai sacchi rotti, che imprecava contro noi muzungu assumendoci a capi per il colore della nostra pelle. Una giornata intera di discussioni, urla, e scene prive di dignità umana a cui, fino a quel momento, ancora non avevo assistito. I bambini scavavano nella terra alla ricerca di fagioli superstiti, le donne a tentoni per racimolare in un foulard, o in piccoli sacchetti di plastica spesso bucati sul fondo, ciò che è sfuggito ad un vigilante poco attento: una manciata di fagioli raccolti uno per uno da terra.
Una pietà immensa, una rabbia disperata, ero tentata di rompere i sacchi e buttare tutto per aria, c’era da urlare e scappare sperando che qualcuno dicesse “ehi, svegliati, è solo un sogno”. Si decide allora di rifare le liste, si cercano i più poveri tra i meno poveri, alla fine quelli rimasti fuori si sono divisi l’avanzo e tutti si sono guadagnati il pane della giornata. Ma il vero scoop è stato la scoperta di una sorta di mafia locale che ha “comprato” i nominativi di alcune persone, ricevendo sacchi di fagioli destinati ad essere venduti, sono stati scoperti dall’ispettore Gadget tuttofare dell’ufficio associazioni che ha individuato i capi, tre donne e un uomo, e chiamato la polizia. Come è andata a finire? Che la polizia ha pensato che, essendo quasi buio, era meglio rinviare l’arresto dei colpevoli al giorno successivo, ore 10.00. Ma quanta buona fede!! I tre furfantelli avranno sicuramente atteso con ansia il loro arresto presso le rispettive abitazioni, assicurando così che la giustizia facesse il suo corso. Qualcuno pensa di essere su scherzi a parte? Sbagliato, siamo solo in Africa!!
25.09.06
“Ho visto arrivare il furgoncino di Claudio con due muzungu, mi trovavo per caso al Centro Giovani Kamenge per salutare un mio amico e ti ho visto, eri seduta sulla sinistra, non potevo credere che fossi tornata davvero, tutte le persone che partono per un posto lontano e promettono di ritornare un giorno non ritornano più e se ritornano non accade di certo così presto. Questo è un dono di Dio”
Con queste parole mi ha accolto Nicolas, un ragazzo ruandese rifugiatosi in Burundi dopo il genocidio del ’94. Era seduto sul muretto davanti l’ufficio di Claudio, l’ho riconosciuto subito, avevo pensato molto a lui durante quest’anno, era l’unico di cui non avevo più avuto notizie. Riservato, scrupoloso, responsabile, mi aveva colpito per la sua saggezza nonostante la giovane età. Gli sono corsa incontro chiamandolo per nome, prima ancora che lo facesse lui. Ti ricordi di me e ricordi il mio nome – mi ha detto sorpreso, gli ho risposto in francese e lui, ancora più stupito – Avevi detto che quando saresti tornata avresti imparato il francese ma non lo credevo veramente – poi quasi mortificato ha aggiunto – allora ti prometto che quest’anno imparerò l’italiano. In quel momento ho sentito che qualcosa era cambiato, non ero più un muzungu come gli altri davanti ai suoi occhi, ma un muzungu che ha mantenuto due promesse nel giro di un anno, e poi ricordavo il suo nome. Abbiamo chiacchierato un paio d’ore, abbiamo parlato di Gandhi e Martin Luther King, mi ha raccontato un po’ della sua storia, dei massacri a Kigali, della ferita al torace quando aveva solo nove anni. Le sue parole scorrono senza esitazione, i suoi ricordi sono chiari e precisi. Sai perché ti racconto tutto questo? – mi dice - Perché tra noi non parliamo molto della guerra, non ci piace, ma tu dovrai raccontare la mia storia in Italia, dovrai testimoniare con le mie parole ciò che voi avete solo letto o ascoltato ma mai vissuto sulla vostra pelle o su quella dei vostri cari.
Così è cominciato il mio nuovo soggiorno al Centro Giovani Kamenge di Don Claudico Marano nei quartieri nord di Bujumbura, la capitale del Burundi.
E’ stato come un sogno ritornare in questo paese, rivedere occhi che non avevo mai dimenticato, ascoltare parole di fiducia e vivere gesti d’amicizia come ancora non era accaduto. Questa volta mi fermerò un anno, e mi chiedo se sarà sufficiente per raccontare e vivere e lavorare con e per questo paese. Forse no, forse non sarà mai abbastanza il tempo per me in Africa, l’unico luogo dove non mi stancherei mai di vivere, dove non mi lamenterei mai della mia vita, l’unico che mi fa arrabbiare da morire ed esplodere di felicità allo stesso tempo. E’ l’Africa, bella e devastata, come dico spesso, è il mio sogno sempre vivo per tutto ciò che vorrei ancora realizzare, utopie, bellissime utopie di pace e unione, di conoscenza e condivisione. E’ l’Africa dove ho capito “che o i sogni sono accompagnati da una grande audacia o smettono di essere sogni. Se non siamo audaci, il che non è sinonimo di irresponsabili, se non siamo terribilmente audaci con i nostri sogni e non crediamo in loro fino a renderli realtà, allora i nostri sogni appassiscono, muoiono, e noi con loro”(L.Sepulveda; Il potere dei sogni)
Qui a Bujumbura ho incontrato Occhi e Sogni questa volta, gli occhi e i sogni di Jeff, Doudouce, Christian, Epi, Nicolas, e di tutti gli altri ragazzi del Centro, gli occhi forti e dolci di Claudio Marano e il sogno del suo Centre Jeunes Kamenge divenuto realtà!
Un Grazie che non trova altre parole per esprimersi a tutti loro!!

