Il prezzo dell'Africa, di occhi e dolore. Spari al termine del giorno, chi vende e chi si vende: armi e vite. Ciò che si vede e quel che resta è opaco. Una mano tesa, il mento rivolto verso l'alto: Dignità . Occhi contro occhi, flebili fiammelle, è BUIO! E poi il DOMANI! Storie Africane

Nome: LAFRICANA
"Abbiamo in prestito questo mondo per i nostri figli, non è che lo abbiamo ereditato dai nostri padri, allora ai nostri figli dobbiamo dire: Ti abbiamo voluto bene, ti abbiamo amato" (R.BENIGNI)
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Celui qui accepte le mal est tout autant responsable que celui qui le commet.
Celui qui voit le mal et ne proteste pas, celui-là aide à faire le mal.
(M.L.KING)
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Il Burundi ha tracorso una Pasqua di pace e, soprattutto, di libertà! Finalmente dopo 34 anni è stato tolto il coprifuoco istituito nel 1972, a seguito degli scontri interetnici tra Hutu e Tutsi, e rafforzato dal 1993 dopo lo scoppio della guerra civile. Da ormai due settimane la gente è di nuovo libera di muoversi senza problemi anche di notte, una buona notizia che non tarderà ad avere effetti positivi soprattutto sul morale della popolazione.
“Poter passeggiare di nuovo per le strade con mia moglie, incontrare i vicini… sono piccole cose, ma quando sei in guerra sono quelle che ti mancano di più. Il fatto che, già negli anni scorsi, il coprifuoco venisse spesso eluso dai frequentatori di bar e locali notturni non sminuisce il valore simbolico del provvedimento. Eluderlo è una cosa, essere liberi di girare un’altra. Speriamo solo che stavolta sia quella buona, dopo tante sofferenze meritiamo un po’ di pace”. Questo è quanto riferisce a PeaceReporter Albert, un abitante del distretto di Bujumbura Rural.
Ed in Burundi, effettivamente, i passi avanti sulla strada della pace sono molti, e numerosi i segnali positivi, se si vuol tracciare un bilancio per quanto provvisiorio. Dal punto di vista della sicurezza la gente vive meglio, il governo di Nkurunziza (eletto nell'agosto 2005 dopo 12 anni di guerra e caos) sembra godere del sostegno della popolazione, è apprezzato per il contatto diretto con la gente, per la presenza delle donne nei ministeri chiave, per la liberazione dei prigionieri politici, e l'apertura gratuita dell' educazione primaria a tutti, un sogno che era stato precluso a molti a causa dell'appartenenza etnica. Nkurunziza ha realizzato la tanto attesa integrazione delle due principali etnie (hutu e tutsi) in seno all'esercito ed alle forze di polizia (che fino a qualche tempo fa erano nelle mani dei soli tutsi ed utilizzate come strumento di repressione e ritorsione). E' stato approvato un programma di ricostruzione, mirante a rimettere in sesto le infrastrutture e a far tornare a pieno regime la produzione agricola, grazie al ripristino di strade e canali di irrigazione. Il progetto, che riguarderà i distretti maggiormente colpiti dal conflitto, costerà poco più di 32 milioni di dollari, e sarà finanziato per metà dall’Opec, l’organizzazione dei paesi produttori di petrolio. In più, sono in corso colloqui con l’Onu per la creazione di una Commissione per la Verità e la Riconciliazione, incaricata di far luce sulle cause della guerra civile, e una Corte Speciale che dovrà giudicare i crimini contro l’umanità commessi dal 1962, l’anno dell’indipendenza, ad oggi. Entrambe opereranno secondo la legge locale. La questione della giustizia è un tema molto delicato, i responsabili dell'ultimo genocidio, quello del 1993 (così come di quello del 1972, riconosciuto ancora oggi a fatica), sono ancora in circolazione, alcuni di essi coprono incarichi di responsabilità, si può solo sperare che la Commissione possa funzionare, come ha fatto in Sudafrica, permettendo a tutti di esporre le proprie ferite, scagionarsi quando possibile, senza produrre un nuovo bagno di sangue per vendicare quello versato.
Nkurunziza deve, però, fare i conti con la divisione interna (che ha indebolito il suo partito) e con qualche caso di corruzione, ma la vera spina nel fianco è la presenza dell'ultimo gruppo di ribelli del Fronte Nazionale di Liberazione (FNL), che controlla ancora gran parte della zona rurale di Bujumbura e la frontiera con la Repubblica Democratica del Congo. Sembrerebbe, però, che questi ultimi abbiano riconosciuto di non poter raggiungere i propri obiettivi con la lotta armata, a marzo, infatti, il leader delle Fnl, Agathon Rwasa, ha dichiarato la sua disponibilità a trattare col governo. A fare da mediatore sarà il presidente tanzaniano Jakaya Kikwete. Difficile aspettarsi risultati immediati, ma le autorità sono fiduciose, tanto che stanno già approntando dei campi di raccolta e disarmo per i guerriglieri. C'è chi dubita che il governo voglia davvero mettere la parola fine alla guerriglia del Fnl: uno sparuto gruppo di ribelli fa sempre comodo per tenere occupato l'esercito inoltre, lo spazio vitale nel paese si riduce sempre più, ed il governo avrebbe difficoltà a collocare l'immenso flusso di persone che vorrebbero rientrare nella capitale. tutti sanno che, al loro ritorno, non ritroverebbero più nè la loro casa nè la loro terra.
Se solo il paese riprendesse fiato economicamente, se ci fosse davvero lavoro per tutti, e la sicurezza sociale fosse garantita, questi problemi potrebbero essere, in parte, risolti. Ancora molto resta da fare per lasciarsi alle spalle un conflitto che in tredici anni ha provocato più di 300 mila vittime, episodi piuttosto controversi continuano ad accadere (come questo segnalato da ggugg su blogfriends), ma per la prima volta dal 1993 sembra che, finalmente, tutti i Burundesi stiano remando dalla stessa parte. La pace, ancora da raggiungere, non è mai stata così vicina. E sarebbe il primo, grande regalo di Nkurunziza al suo popolo.
Fonti: Nigrizia, Aprile 2006, n.4 / Peacereporter / Misna

Non posso non ricordarlo, non posso non ricordare colui che è stato un grande Papa ed un grande uomo, colui che è riuscito a toccare il cuore di milioni di persone, colui che "all'abisso del male ha opposto quello dell'amore". Dodici ore di fila sfiancherebbero chiunque, eppure, quella notte, giovani, vecchi, bambini, donne incinta hanno camminato insieme ed atteso per salutarlo un'ultima volta tra canti, cori, battiti di mani.
Centinaia di migliaia di pellegrini hanno condiviso il suo amore, il suo amore per la vita e per ogni essere umano, la sua capacità di scuotere le coscienze, di infondere speranza e conforto, di parlare ai giovani, di incitarli a non avere paura. Ha insegnato il rispetto e la tolleranza, il significato della sofferenza, ha visitato più di 300 nazioni, ha compiuto in chilometri ventinove volte il giro del mondo, ha danzato e canticchiato, riso, scherzato, e giocato con i bimbi. E’ stato testimonianza di una forza ed una determinazione, una saggezza ed una vitalità propria di pochi, caratteristiche sicuramente sostenute dalla grande fede e dal grande amore per Dio.
Esattamente un anno fa ero a Roma, immersa in quel fiume fragoroso di gente proveniente da tutto il mondo, in quel CHIASSO. Era quasi alba quando riesco ad entrare a P.zza S. Pietro, di fianco a me c’era una ragazza polacca col suo allegro pancione di qualche mese, immobile sui piedi stanchi, gli occhi rossi, la schiena dolente, una mano le accarezzava la pancia, l’altra era poggiata sul petto, quasi a voler contenere la gioia e la commozione, a voler racchiudere per sempre ciò che non trova parole sufficienti per esprimersi. Erano insieme la vita e la morte, la folle e disperata forza della prima, e l’eterna esistenza di pace della seconda, erano insieme il cuore e la razionalità, la materialità e la spiritualità. Non dimenticherò mai quell’immagine, come non dimenticherò mai quell’emozione che, ancora oggi, rivivo perché viva.
Giovanni Paolo aveva una passione particolare per l’Africa, per questo continente così bello e devastato che ha visitato innumerevoli volte, condannando ciò che il popolo di Dio, dimentico degli insegnamenti di Cristo, stava compiendo in molti paesi africani, come nel caso del Ruanda e del Burundi quando, dinanzi all’oscenità del genocidio, ha alzato la sua voce da San Pietro per dire che “anche i cattolici sono corresponsabili” di ciò che stava avvenendo.
Un uomo, dunque, coraggioso e coerente, un’impronta ancora oggi viva in un mondo che parla di scontri di civiltà e guerre di religione. Un Papa che ha segnato il corso della storia e che continua a far sentire la sua voce di pace e perdono.