Il prezzo dell'Africa, di occhi e dolore. Spari al termine del giorno, chi vende e chi si vende: armi e vite. Ciò che si vede e quel che resta è opaco. Una mano tesa, il mento rivolto verso l'alto: Dignità . Occhi contro occhi, flebili fiammelle, è BUIO! E poi il DOMANI! Storie Africane

Nome: LAFRICANA
"Abbiamo in prestito questo mondo per i nostri figli, non è che lo abbiamo ereditato dai nostri padri, allora ai nostri figli dobbiamo dire: Ti abbiamo voluto bene, ti abbiamo amato" (R.BENIGNI)
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Celui qui accepte le mal est tout autant responsable que celui qui le commet.
Celui qui voit le mal et ne proteste pas, celui-là aide à faire le mal.
(M.L.KING)
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Ci sono giorni in cui il cuore vorrebbe avere due gambe e fuggire dal suo tormentato involucro corporeo in cui la destra spesso non sa cosa fa la sua sinistra, giorni in cui la mente vorrebbe schiacciare un interruttore e smetterla di chiedersi perchè e com'è possibile, giorni in cui sembra di essere qualcun altro per vivere solo un millesimo delle sue pene, perchè ci sono immagini che non sono immaginabili, scene che una cinepresa non sarebbe in grado di girare, racconti che non hanno parole.
Si chiama Pascasie Bukuru, è vedova, ha perso suo marito durante la distruzione della chiesa di Kinama, è madre di due figli, tutti e due morti ammazzati. Nei primi periodi della guerra, inizi 1994, si sparava senza tregua, nè di giorno nè di notte. Molti morivano, altri fuggivano, alcuni poi ritornavano. Massacri, rapimenti, violenze sessuali erano all'ordine del giorno. La sera si rincasava molto presto, ci si barricava per uscire solo l'indomani mattina, quando gli spari diminuivano.
Quella sera, come tutte le sere, Pascasie e la sua famiglia si rinchiudono in casa. Verso le 19 degli uomini armati bussano alla sua porta minacciando di non opporre resistenza per evitare guai. La famiglia si raggruppa e il marito di Pascase è obbligato ad aprire. Qualcuno del gruppo entra in casa, esigendo che la la loro unica figlia femmina li segua. Gli altri componenti della famiglia si oppongono, ma sotto le minacce si rassegnano a vedere la piccola partire. Il giorno dopo la ragazza viene trovata morta in un campo, una bottiglia di birra inserita nel suo sesso. Pascasie sussurra, con la voce interrotta dal pianto: "Non abbiamo fatto niente, niente dico, solo sepolta, aveva vent'anni. E nello stesso anno anche mio figlio è stato ammazzato".
Nel 2000 Pascasie vive sola. L'insicurezza è ancora grande. Una famiglia viene a domandarle ospitalità, la loro casa era stata distrutta. Due mesi dopo questa famiglia sparisce. Una sera un miitare arriva, le fa aprire la porta e le domanda di uscire per mostrargli la 20° strada. Pascasie rifiuta di uscire fuori, a quell'ora era pericoloso. Il militare si arrabbia, la colpisce nella pancia e in testa. Lei urla, ma nessuno ha il coraggio di uscire, la paura blocca ogni movimento. "il sesto colpo che ho ricevuto sulla testa mi ha tramortita e ho perso conoscenza. Quando ho riaperto gli occhi qualcuno era sopra di me, nudo. Gli ho torto il sesso, è caduto, ed io mi sono salvata", racconta.
Madame Pascasie Bukuru è stata tra le prime donne a denunciare pubblicamente le violenze fatte dai soldati. Oggi vive con tre orfani che ha preso con sè.
Il caos umano, i limiti estremi delle brutture di cui l'uomo è capace, sperando che la destra davvero non era consapevole di cosa faceva la sinistra, degenerazioni che neanche una guerra nel suo orrore potrebbe far comprendere. Queste storie devono essere raccontate, in tutta la loro tragedia. Uomini, uomini come noi, cosa può essere successo?
p.s. Grazie a Claudio Marano, responsabile del Centro Giovani Kamenge a Bujumbura, Burundi.
Riporto il testo integrale di una notizia uscita oggi su misna, ....non so voi, ma io ho goduto!!
“Riflettete con me; quale è il ricavato di un investimento quando forma giovani combattenti per la vita anziché per la morte?”, lo ha detto Ellen Johnson Sirleaf, presidente della Liberia e prima donna eletta alla testa di un paese africano, parlando ai deputati e senatori del Congresso americano a Washington, un onore che era stato concesso per l’ultima volta a un esponente africano, il sudafricano Nelson Mandela, nel 1994. L’indiretto riferimento alla guerra, senza nominare esplicitamente né Iraq né Liberia, ha provocato qualche esitazione negli applausi con cui il discorso della Sirleaf era stato accolto. Le manifestazioni di consenso sono comunque continuate quando l’ospite, laureata in economia nell’università statunitense di Harvard, ha detto: “Quali saranno i dividendi quando la nostra dipendenza finirà e diverremo soci affidabili, piuttosto che mendicanti?...Noi chiediamo di continuare a lavorare con voi, ma non pretendiamo favoritismi, non vogliamo restare dipendenti: i benefici della vostra assistenza devono essere reciproci”. Johnson Sirleaf, che si tratterà negli Usa per una settimana per illustrare quali aiuti la comunità internazionale può apportare, dopo 14 anni di conflitto civile, alla Liberia - fondata nel 1822 dagli schiavi liberati d’America e indipendente dal 1847 - ha elencato alcune delle priorità del suo governo: “Curare le ferite della guerra”, intraprendere un programma urgente di lavori pubblici, incluso il ristabilimento della rete elettrica “per mettere subito il paese al lavoro”, oltre a smobilitare gli ex-combattenti e ristrutturare le forze di polizia. “Nelle prime settimane della mia amministrazione, lottando contro la corruzione abbiamo aumentato del 21% le entrate del governo, rispetto allo stesso periodo del 2005” ha sottolineato ancora la presidente liberiana fissando l’obbiettivo di una crescita economica nazionale del 20%. Il mese scorso gli Usa hanno ristabilito il regime preferenziale concesso alla Liberia per consentire al paese di esportare senza tasse doganali le sue merci verso il mercato americano.
A quanto pare è una che mantiene le promesse, e non solo. Coraggiosa, Femmina e coraggiosa!!
Se volete approfondimenti su questa fantastica donna e sul suo paese cliccate tra i tag a sx "liberia".
Stasera mi sento un po' femminista!! Voglio le donne in politica, ma senza quote rosa, please!!
Buona serata a tutiiiiiiiiiiiiiiiii
"L'Africa vive ormai una situazione generale di post-conflitto" , ha affermato Hassan Ba, responsabile delle comunicazioni del Consiglio per la pace e la sicurezza dell'Unione Africana (Ua). Hassan sembra non avere dubbi: in Africa è scoppiata la pace, tranne alcune piccole eccezioni e quelli che lui preferisce definire "problemi interni", le principali guerre degli ultimi anni sono ormai tutte concluse, la lista dei conflitti africani di oggi si è assottigliata drasticamente rispetto a quella di solo 3 o 4 anni fa. Ad un primo sguardo, gli unici conflitti ancora in corso sembrano essere quello del Darfur (Sudan occidentale) e quello che si combatte in Nord Uganda tra i ribelli dell'Esercito di liberazione del signore (Lra) e il governo di Kampala, comunque fortemente ridimensionatisi rispetto anche solo ai mesi scorsi. “Le cronache che provengono oggi da Liberia, Sierra Leone, Repubblica Democratica del Congo, Burundi, Sud Sudan, Angola, Mozambico sono molto diverse da quelle che i giornalisti erano costretti a fare negli anni scorsi”, dice il responsabile dell'organo per la pace e la sicurezza dell'Unione Africana.
Parole posate su dati, ma anche animate da un certo ottimismo e da una forte voglia di guardare avanti ed eliminare, come l'Ua ha ripetuto in continuazione sin dalla sua nascita, quell'immagine che identifica l'Africa con guerre, dolore, morte. Una fotografia che, oltre ad essere distante dal reale stato di un continente vasto, giovane e vitale, spaventa gli investitori e non aiuta la crescita del continente. Sono segnali consolanti, che chiedono di essere confermati e consolidati attraverso una concorde ed infaticabile azione, da parte della Comunità Internazionale e da parte dei nuovi organi africani preposti a prevenire i conflitti nel loro continente e a dare soluzione pacifica a quelli in atto.
Tutto ciò non deve indurre, però, ad un ingenuo ottimismo. Non si può infatti dimenticare che, purtroppo, proseguono ancora sanguinosi conflitti e guerre devastanti che seminano in vaste zone della terra lacrime e morte. Ci sono situazioni in cui il conflitto, che cova come fuoco sotto la cenere, può nuovamente divampare causando distruzioni di imprevedibile vastità.
Anche in Burundi oggi c’è la pace, ed un nuovo governo eletto democraticamente dopo 12 anni di guerra civile, l’operazione di pace dell’Onu (Onub), si ritirerà per la fine di aprile, “è stata un successo”- dicono i comunicati ufficiali. L’ultimo gruppo ribelle, l’Fnl, ha annunciato in questi giorni di essere pronto a negoziare con il governo e, nonostante lo scetticismo per le tante promesse mai mantenute, sembrerebbe essere la volta buona.
In Africa, dunque, arriva la pace? Dopo un decennio di violenza senza precedenti, si sta aprendo una nuova era per il martoriato continente nero? Forse la domanda vera da porsi è: Che cos’è la pace? Sappiamo tutti cos’è la guerra o, quantomeno, lo immaginiamo, ma la pace? Basta l’esistenza di un accordo, il successo di una missione, il reinserimento dell’ultimo gruppo ribelle? Sicuramente è tanto, ma come la mettiamo con i diritti, il dilemma della sicurezza, le libertà?
I negoziati e gli accordi di pace si fondano sul presupposto che sia necessario fornire incentivi anche economici alle parti in conflitto per indurle a passare dalla guerra alla politica, ciò ha comportato garanzie alle forze combattenti di poter continuare a sfruttare in modo privatistico (sotto la forma di enti parastatali o cariche ministeriali) le risorse. Se la fornitura di incentivi alle parti in guerra appare del tutto ragionevole dal punto di vista del negoziato, una spartizione dell’economia e delle risorse sulla base della forza delle armi appare intrinsecamente contraria ai principi di trasparenza che dovrebbero caratterizzare un sistema democratico e, soprattutto, a qualsiasi politica di inclusione, in quanto tendenzialmente creatrice di nuove forme di esclusione.
La democrazia diventa solo un altro modo della predazione, le sua basi di legittimità saranno necessariamente fragili, a fronte di una monopolizzazione del potere da parte delle forze combattenti o ex-combattenti, escludendo la società civile e le forze politiche non armate. E’ quanto è avvenuto in Burundi, ma non solo. Al potere è salito il Cndd-Fdd, ex gruppo ribelle, colpevole di aver partecipato al genocidio del 1993. Che legittimità allora, quale la base di fiducia concessa a persone che impugnavano armi e sono impunite al potere? E’ la forza che continua a vincere, non la pace.
E’ necessario valorizzare attori e soggetti che operano in direzione della ricomposizione rispetto a quelli che operano per la disintegrazione. E’ necessario togliere potere alla semplice idea di conquistare la scena politica con le armi. L’atteggiamento degli enti internazionali, purtroppo, favorisce questa logica, il più forte alla fine vince. Il risultato è che la democrazia, se così può essere definita, e quindi la pace, regge fin quando è continuamente rinegoziata tra le parti, ma le nuove forme di esclusione, magari di gruppi diversi dai precedenti, corre il rischio di riaprire la conflittualità, generando un circolo vizioso che deve essere assolutamente interrotto.
Quest'anno ho deciso di campeggiare su questo blog il ricordo di una data particolare. Due anni fa a Madrid lo scoppio di varie bombe ha tolto la vita a 199 persone. Ma l'11-M non è solo una questione di numeri. Principalmente è una "storia" di angoscia, paura, sofferenza, tristezza, rabbia ed ingiustizia. Indubbiamente la cronaca e la storia sono piene di avvenimenti che sarebbe importante ricordare, ma esiste davvero una "gerarchia del dolore"? Ed al di là di questo se ho deciso oggi di parlare dell'11 marzo è perchè io l'ho vissuto e ritengo sia in generale importante che ognuno si faccia testimone delle proprie esperienze. Oggi mi sembra che l'evento aleggi nella memoria della gente come l'ombra di un passato remoto o che abbia fatto perdere le sue tracce mischiandosi "alla normalità" di eventi tragici. Senza osservazioni di carattere politico, sociale, economico o religioso, il mio invito a chi sta leggendo queste parole è di riflettere su quanto sia bella la vita e sul quanto fortunati si sia a poterla vivere. La speranza è per la pace e perchè nessuno abbia paura.