Il prezzo dell'Africa, di occhi e dolore. Spari al termine del giorno, chi vende e chi si vende: armi e vite. Ciò che si vede e quel che resta è opaco. Una mano tesa, il mento rivolto verso l'alto: Dignità. Occhi contro occhi, flebili fiammelle, è BUIO! E poi il DOMANI! Storie Africane

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mercoledì, 18 gennaio 2006
Scandalo del lusso?

Mi piacerebbe si pensasse a questa sezione come l'altra faccia della medaglia. Non sento di poter parlare di cultura africana o di quanto avvenga in quel continente per l'inadeguatezza del contenuto che il mio contributo potrebbe avere, ma si ho un'idea di quanto succede nel "nostro mondo" e su come la nostra società agisce. E credo sia interessante mettere a confronto tutto ciò con quanto si legge nelle pagine di Occhi e Spari. Contrasto stridente e prospettive assolutamente differenti, ma in fondo un modo diverso di raccontare la stessa storia. Per capire meglio ciò di cui vi sto parlando, vorrei riportare una parte di un articolo comparso sul Financial Times del 14 gennaio (pagina 8).

(...) "Beirut, Libia e Siria sono incluse in alcuni dei più popolari viaggi offerti dalle più lussuose linee da crociera statunietnsi, visto che "attempati", benestanti viaggiatori cercano sempre più frequentemente esperienze uniche in cui spendere la loro ricchezza. Crystal Cruises la prossima settimana darà inizio alla sua crociera della durata di 106 giorni intorno al mondo con l'inaugurazione di una nuova fermata a Tripoli, Libia, nel tragitto tra Dubai e Roma. Il lungo viaggio, che può costare fino a 600$ al giorno per passeggero, registra il tutto esaurito." (...)

Leggendo queste parole credo possano scaturire due tipi di reazioni: la prima connessa ad un senso quasi di invidia per una vacanza da sogno, posto che si ritenga favoloso rimanere 106 giorni confinati su una nave per esplorare il mondo (ma conoscere il mondo vuol dire realmente questo?); la seconda si colora di vari sentimenti che includono da un lato la vergogna e dall'altro la rabbia, percependo un vago senso di ingiustizia, di irresponsabilità sociale e di esaltazione dello spreco.... Ovviamente ognuno è libero di pensare come crede e ciò che vuole, ma il paragone con chi 600$ non li percepisce neanche in un anno, con chi non può permettersi 106 giorni di ferie perchè troppo impegnato a sopravvivere e con chi dedica il suo tempo ad aiutare gli altri, permette forse dubbi su come reagire a questo "scandalo del lusso"?

Postato da: neerbuli a 14:26 | link | commenti (21)
dal mondo

venerdì, 13 gennaio 2006
Cara piccola Neyla, Grazie!

Cara piccola Neyla, oggi è dedicato a te, e al nostro profondo legame, alla mia riconoscenza,e al tuo essere sempre così presente nella mia vita. E per questa riconoscenza, e per questo conforto, che oggi, piccola Neyla, concedimi di raccontare poche parole di te, mia cara amica.

Neyla è giovane e bella, forte e sensibile, diretta, sollecita, e spiegabile,

Neyla è povera, offesa e tradita, dimenticata e devastata,

Neyla è una storia d’amore, tra similitudini e diversità, tra assimilazione e conservazione,

Neyla è l’Africa e l’Africa è Neyla.

Neyla era appena arrivata in città dalla campagna, se ne era andata di casa dopo la morte della madre, attratta dal miraggio della città, speranzosa come tante, di trovare un lavoro per aiutare i suoi fratelli a studiare. In città incontra Claude Delaunay, un cooperante europeo, che  si dissetò senza ritegno alla fonte della sua giovinezza, l’insegnò e pretese senza pudore modi e modi di fare l’amore, la usò e la sfruttò, coltivando in lei il sogno di portarla poi con lui, in Europa. La colmò di regali, la vestì degli abiti più belli, l’introdusse negli ambienti più esclusivi della capitale, e lei, pur di tenerlo legato a sé, cercava di accontentarlo in tutto e per tutto. Intanto, il fratello poteva continuare a studiare.

La realtà, purtroppo, era ben diversa. La bella favola svanì quando gli disse di essere in stato interessante, quando il nostro cooperante, ben lontano dall’ammettere le proprie responsabilità, le propose semplicemente di abortire. L’aborto era per lui la misura più efficace per affrontare l’improvvisa emergenza. Senza preavviso si fece rimpatriare, lasciandole come unica ricompensa il pagamento anticipato di sei mesi di affitto.

Neyla, piccola Neyla, mi raccontasti tutto questo d’un fiato, con la voce dura, con le lacrime che scendevano freddamente dai tuoi occhi, mentre il mio cuore si stringeva compassionevolmente di rabbia, di dolore, d’impotenza, di desiderio di vendetta. Se solo lo avessi avuto davanti… quel bastardo!

Cercai di abbracciarti, di coccolarti, per attenuare quel tuo dolore ancora a fior di pelle, ma eri tu che abbracciavi me, eri tu che mi coccolavi, prima di respingermi con violenza dicendomi: “Ascolta, la rabbia, il risentimento, la sete di vendetta, corrodono il più alto dei beni: l’armonia interiore e collettiva. E’ necessario perdonare. Perdonare non significa soltanto essere altruisti, è il modo migliore per agire nel proprio interesse, tutto ciò che rende gli altri meno umani rende meno umani anche noi. Perdonare rende le persone più flessibili, più capaci di sopravvivere mantenendo la propria umanità malgrado gli sforzi per disumanizzarle.”

Queste parole ha pronunciato Neyla l’ultima volta che ci siamo incontrate, queste parole hanno rivelato il suo grande segreto, inimmaginabile per una persona che ha sempre e solo riso e cantato e danzato nella sua vita. Ma forse  è proprio questo il suo grande segreto.

Neyla mi ha salutato con il suo dolce e confortante sorriso di sempre, mentre sorreggeva tra le braccia Hope, la sua meravigliosa e amata bambina, sussurrandomi in un orecchio: “Questo è lo spirito dell’ubuntu, questo significa essere un essere umano”.

Grazie, mia cara Neyla.

Questa storia trae ispirazione da: NEYLA, un incontro, due mondi, di Kossi Komla-Ebri

Postato da: LAfricanA a 16:40 | link | commenti (10)
incontri

Ubuntu: essere un Essere umano

C’è bisogno di comprensione non di rivalsa, c’è bisogno di riparazione non di vendetta, c’è bisogno di ubuntu ma non di accettazione del ruolo di vittime. (…). Noi sosteniamo che esiste un altro tipo di giustizia, la giustizia restituiva, a cui era improntata la giurisprudenza africana tradizionale. Il nucleo di quella concezione non è la punizione o il castigo. Nello spirito dell’ubuntu fare giustizia significa risanare le ferite, correggere gli squilibri, ricucire le fratture dei rapporti, cercare di riabilitare tanto le vittime quanto i criminali, ai quali va data l’opportunità di reintegrarsi nella comunità che il loro crimine ha offeso.

Quel NOI è costituito dai membri della Commissione per la Verità e la Riconciliazione istituita nel Sud Africa post-apartheid, da tutti coloro che hanno creduto nella sua efficacia, da tutte le società africane impregnate di ubuntu, e per tutto ciò che hanno da insegnarci.

Quelle parole sono di Desmond Tutu, premio Nobel per la pace nel 1984, che ha guidato la Commissione istituita da Mandela.

“Ubuntu” è molto difficile da rendere in lingua occidentale, è una parola che riguarda l’intima essenza dell’uomo, rimanda ai concetti di dignità e di umanità, a ciò che implica essere un essere umano. Umuntu ngumuntu ngabantu (Zulu)     Motho ke motho ka batho (Sotho)

e cioè : “Una persona è una persona solo attraverso altre persone”, l’umanità di un individuo è idealmente espressa solo attraverso la sua relazione con gli altri. Non ci concepiamo  nei termini “penso dunque sono”, quanto “appartengo, partecipo, condivido”; uno spirito di solidarietà e di mutuo supporto.

Certo è difficile per uno sguardo occidentale, forse un po’ troppo distaccato e disincantato, credere che la solidarietà sia un principio che oggi si riesca a provare al di là del momento in cui ci commuoviamo di fronte alla televisione, per versare un po’ dei nostri soldi in qualche conto corrente per l’Africa. Ma questi siamo noi, e l’Africa è, appunto, diversa. Noi siamo “penso quindi sono”, per gli africani il bene più grande è l’armonia sociale.

Una persona che ha ubuntu è aperta e disponibile verso gli altri, riconosce agli altri il loro valore, non si sente minacciata dal fatto che gli altri siano buoni e bravi, perché ha una giusta stima di sé che le deriva dalla coscienza di appartenere ad un insieme più vasto, e quindi si sente sminuita quando gli altri vengono sminuiti o umiliati, quando gli altri vengono torturati e oppressi, o trattati come se fossero inferiori a ciò che sono.

Il significato dell’ubuntu non è però solo descrittivo, ma anche prescrittivo: indica una regola di buona condotta, una forma di etica sociale basata su di un tipo di spiritualità e di religiosità per noi difficilmente intuibile. Diventare persone attraverso altre persone non è un dato acquisito, bensì un processo di crescita che prevede diversi rituali di iniziazione prescritti dalla comunità. E’ questa la maniera con cui si viene, per così dire, “incorporati” nella comunità. L’essere una persona è una condizione che si acquisisce e si conquista, nel legame con la comunità dei viventi, ma anche con quella di coloro che sono morti ma che vivono attraverso le persone, vale a dire gli antenati.

Lo spirito dell’ubuntu sarebbe anche ciò che permette alle società africane di raggiungere più facilmente il consenso e la riconciliazione, contenendo una visione di democrazia che non si risolve nel potere della maggioranza. La democrazia africana si affida, al contrario, a forme collettive di confronto e di discussione chiamate indaga, in cui ogni partecipante ha diritto di parola fino a quando una qualche forma di accordo non viene raggiunta, e quindi la coesione del gruppo mantenuta, dal momento che lo scopo da raggiungere è riassunto nell’idea di simunye (noi siamo un’unica cosa, l’unità è la forza).

La mia umanità è inestricabilmente collegata, esiste di pari passo con la tua. Facciamo parte dello stesso fascio di vita. Disumanizzare l’altro significa, inevitabilmente, disumanizzare se stessi.

Ecco, tutto ciò che Neyla mi ha insegnato!!

Bibliografia: DESMOND, Tutu, Non c'è futuro senza perdono, Feltrinelli, 2001. / DEMARIA, Cristina, Lo spirito dell'ubuntu.

Postato da: LAfricanA a 16:19 | link | commenti (2)
tra illusioni e realtà

venerdì, 06 gennaio 2006
Ghareeb

Dear friends, vorrei riportare il post di un caro amico della Torre di Babele, Pipistro, che racconta e ricorda di un piccolo grande uomo, Ghareeb.

Ghareeb era  "un ingegnere informatico prima della guerra. Guidava una Nissan. Indossava magliette polo. Voleva andare in Canada. Era solo il vostro uomo medio di ogni giorno che cercava di vivere la sua vita a Baghdad. Tutto il tempo che siamo stati con lui ha sempre rifiutato pagamenti di ogni tipo, invece ci ringraziava sempre per essere il suo passatempo, per dargli un motivo per usare il suo buon inglese, per raccontargli dell'America e del mondo, anche solo per essere là."

E' importante che voi conosciate quest'uomo, è importante farlo conoscere e ricordarlo, perchè continui a vivere, perchè lui è un altro dei tanti piccoli "ponti di follia" sparsi nel mondo di cui nessuno parla, e allora ne parleremo noi, accenderemo una candela per lui, perchè, come direbbe Pipistro  "La nostra forza, quella delle piccole persone, è la possibilità di non dimenticare. Ed è una grande forza".

Ecco, allora, che vi presento Ghareeb

Postato da: LAfricanA a 08:45 | link | commenti (2)
ponti di follia

giovedì, 05 gennaio 2006
Il paese dello zio Tom

  Chi è che non ricorda La capanna dello zio Tom, il celebre romanzo di H. Stowe pubblicato nel 1852? Lo zio Tom, modello di bontà e carità, è uno schiavo domestico venduto malvolentieri dai primi proprietari che, dopo toccanti esempi di generosità e di eroismo, viene picchiato a morte da un sorvegliante tirannico. Il romanzo contribuì alla popolarità del movimento per l'abolizione della schiavitù, che impiegò oltre un secolo per consumarsi nella sua completa realizzazione e solo quando, nel 1962, l’accordo sulla schiavitù proposto dalla Lega delle Nazioni, fu ratificato dall’ultimo paese che mancava all’appello: l’Arabia Saudita.

Se la storia dello zio Tom non è quella che potrebbe definirsi una storia a lieto fine, sembrerebbe esserlo, invece, quella dei 20.000 schiavi afro-americani rimpatriati nel 1822 nel sud della colonia britannica della Sierra Leone che, sei anni più tardi, fu battezzato col nome di Liberia e che, nel 1947, si rese indipendente dagli Stati Uniti diventando la più antica Repubblica d’Africa. “L’amore per la libertà ci portò fin qui” è scritto sullo stemma liberiano. Peccato, però, che di libertà per i “negri delle foreste”, come venivano chiamati i nativi frastagliati in tante etnie, la libertà fu molto poca. I nuovi arrivati e i loro discendenti costituirono la classe dominante, legata a capitali transnazionali che sfruttavano le risorse del paese( caucciù, legname, petrolio, ferro, e diamanti). Questa minoranza afroamericana, che costituiva appena il 2.5% della popolazione liberiana, non si integrò mai con la popolazione indigena che li considerava abitualmente bianchi, ed il dissidio culturale creatosi continuò a riflettersi su tutta la storia politica dei territori occupati.

Dopo 134 anni di potere bianco incondizionato, le tensioni economiche e sociali sfociarono nel colpo di stato del 1980: il presidente Tolbert fu trucidato dal sergente Doe, di etnia Kran, che si proclamò generale e presidente. Da quel momento il paese è stato sconvolto da successivi colpi di stato, terrore e massacri, nel 1990 erano ben 13 i signori della guerra, e quindi i gruppi ribelli, che cercavano di spartirsi la torta, tra alleanze all’occorrenza ed alternanze al potere:

1989 - 1995 Taylor (ex funzionario del nuovo governo) contro Doe, oltre 200mila morti e 1 milione di profughi.

1999 - … Taylor ( che nel frattempo ha conquistato il potere) contro forze ribelli di Ulimo, Lurd e Model, decine di migliaia i morti, un vero e proprio disastro umanitario.

Solo nell’agosto 2003 si giunge ad un cessate il fuoco, e nel settembre del 2003 il Consiglio di Sicurezza dell’Onu avvia una missione di peace-keeping costituita da circa 15mila uomini con il compito di vigilare sulla debole tregua, agevolare il processo di pacificazione ed avviare un programma di disarmo dei guerriglieri.

Ciononostante, la situazione resta precaria: le tre fazioni (forze governative, LURD e MODEL) sono tuttora in tensione tra loro e gli ex-combattenti manifestano la propria insoddisfazione con atti criminali e violenti, anche a danno della popolazione civile. Il programma di disarmo è condotto con molte difficoltà; la quantità delle armi consegnate è assai inferiore a quelle in possesso degli ex-combattenti: finora sono stati smobilitati 20mila miliziani e recuperate 11mila armi, ma ce ne sarebbero ancora da 40 a 60mila da disarmare. Maggiori ostacoli si incontrano soprattutto nelle regioni settentrionali e sud-orientali del paese, impossibili da raggiungere per lo stato delle vie di comunicazione. L'UNMIL ritiene che nelle suddette regioni, roccaforti dei due gruppi ribelli, vi siano ancora migliaia di guerriglieri non smobilitati.

Ma non è solo il problema delle armi nascoste a preoccupare: la questione più grave è sicuramente il reinserimento nella società di 95.000 guerriglieri, che fino adesso come riconoscimento per aver aderito al programma di disarmo hanno ricevuto solamente 300 dollari (anche se molti degli smobilitati si lamentano di non aver ricevuto neanche quelli). Mancano in sostanza programmi adeguati per il reinserimento di queste persone, tramite formazione scolastica o corsi di avviamento professionale. All’inizio del mese di gennaio 2005, circa 500 ex-combattenti sono stati espulsi dalle scuole secondarie della capitale perché la Commissione Nazionale per il Disarmo non ha pagato i compensi.
I programmi di reinserimento annunciati dall'UNMIL all’avvio del programma sono infatti fermi, a causa della mancanza di fondi. Con queste prospettive, c'è il fondato rischio che molti guerriglieri preferiscano imbracciare nuovamente le armi per guadagnarsi quel credito e quelle risorse per vivere che non possono ottenere onestamente.

Un altro grave scenario è costituito dai bambini soldato, si stima attualmente che i bambini coinvolti in conflitti armati in Liberia siano circa 21.000. Molti sono stati uccisi, resi orfani, mutilati, rapiti, privati di istruzione e cure mediche ed infine reclutati ed usati come soldati. Le ragazze sono state violentate e costrette a prestazioni sessuali. Molti sono stati imbottiti di droghe e alcool e, senza alcun addestramento, sono stati inviati al fronte dove sono stati uccisi o feriti. L'arruolamento e l'uso dei bambini soldato viola i diritti dei bambini ed è considerato un crimine di guerra. Tuttavia la comunità internazionale e il Governo Nazionale Transitorio della Liberia (NTGL) hanno mostrato una debole volontà politica nel sottoporre a giudizio i responsabili di tali crimini e di altre serie violazioni del diritto internazionale commessi durante il conflitto e nell'impegnarsi ad intraprendere programmi di riabilitazione per gli ex combattenti.

Nel 2005 ci sono state le prime elezioni democratiche sotto l’egida delle Nazioni Unite, che hanno portato al potere, per la prima volta nella storia africana, una donna. La speranza è che il suo coraggio e la sua coerenza portino nuove prospettive ad un paese dove la libertà è rimasta solo un’illusione scritta sullo stemma liberiano.

Postato da: LAfricanA a 12:12 | link | commenti (5)
liberia