Il prezzo dell'Africa, di occhi e dolore. Spari al termine del giorno, chi vende e chi si vende: armi e vite. Ciò che si vede e quel che resta è opaco. Una mano tesa, il mento rivolto verso l'alto: Dignità . Occhi contro occhi, flebili fiammelle, è BUIO! E poi il DOMANI! Storie Africane

Nome: LAFRICANA
"Abbiamo in prestito questo mondo per i nostri figli, non è che lo abbiamo ereditato dai nostri padri, allora ai nostri figli dobbiamo dire: Ti abbiamo voluto bene, ti abbiamo amato" (R.BENIGNI)
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Celui qui accepte le mal est tout autant responsable que celui qui le commet.
Celui qui voit le mal et ne proteste pas, celui-là aide à faire le mal.
(M.L.KING)
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Nel suo paese lo chiamano The King, il re, o Ambassador, l’ambasciatore, ma anche Oppong Maneh, combattente del cielo, come lo ricordano i Kru, quelli della sua tribù. La sua vita è come una bella favola a lieto fine, comincia in una bidonville di Monrovia, capitale della Liberia e giunge tra bei sogni e dure realtà al Milan, dove George Weah vince nel 1995 il Pallone d’Oro e il premio della Fifa come calciatore dell’anno. Era un bambino povero, in paese devastato dalla guerra civile, il padre e la madre lo abbandonano con 13 fratelli quando era ancora molto piccolo. A crescerli ci pensa nonna Emma: “Dormivamo per terra intorno al suo letto, come cani - -ricorda Weah – l’altra stanza la nonna la affittava per non farci morire di fame”. Ricorda il sapore amaro del riso, per molto tempo non ha conosciuto che quello; ricorda la vita di strada, dove si arrangiava a riciclare carta e pezzi di ferro, ma ricorda anche l’immensa gioia di quando giocava con qualunque oggetto apparisse tondo: meloni, palle di stracci, sassi. Era un funambolo, un miracolo. I ragazzini gli regalavano i loro spiccioli per vederlo giocare, e un americano, stregato dalla sua bravura, gli regalò un pallone. Un regalo che lo portò dritto dritto alla squadra di calcio di Monrovia, poi a Dakar, a Johannesburg, infine al Milan, che lo ha elevato tra i calciatori più famosi del mondo. Oggi Weah è tornato in Liberia, per prendere a calci la violenza e la miseria del suo paese. Lotta per la rinascita della pace, per i bambini soldato, in un’intervista di Stella Pende dice: “Ho respirato l’orrore e la fame, so cosa vuol dire il dolore dell’abbandono, sento ancora l’eco della paura, per questo voglio togliere il fucile dalle loro mani e lo strazio dal loro cuore”.
Weah si è candidato alla presidenza del suo paese, convinto che sarebbe stato il 23esimo Presidente della Liberia. Non ce l’ha fatta, è stato battuto con un divario di quasi il 20% da Ellen Johnson Sirleaf, una gentile e coraggiosa 63enne, la prima Presidentessa africana!
In pochi avrebbero scommesso su di lei, si trovava ad affrontare l’icona George Weah, il calciatore simbolo di una nazione e vero e proprio mito per le giovani generazioni. Eppure, contro ogni previsione “Iron Lady”, lady di ferro, ce l’ha fatta, ottenendo quasi il 60% delle preferenze e diventando ufficialmente la prima Presidentessa africana. “ Una vittoria per il popolo liberiano, e una vittoria di tutte le donne”, ha affermato soddisfatta Ellen Johnson Sirleaf.
Ellen ha 63 anni, divorziata e madre di quattro figli, ha studiato ad Harvard e cominciato la sua carriera politica negli anni ’70 come Ministro delle Finanze del presidente Tobert. Quando, nel 1980, prende il potere il sergente Samuel Doe con un colpo di stato, Ellen è l’unica che ha il coraggio di contestare il regime beccandosi una condanna a dieci anni di carcere, di cui solo uno effettivamente scontato. Viene esiliata, ma dopo due anni torna in patria per intraprendere una brillante carriera di consulente finanziaria che la porterà a lavorare per il Programma di sviluppo dell’Onu, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale.
Nel frattempo in Liberia le cose precipitano: il signore della guerra Charles Taylor rovescia Samuel Doe nel 1990 dando il via a quattordici anni di ininterrotta guerra civile. Ancora una volta Ellen, dopo aver inizialmente appoggiato la ribellione (forse il suo maggior errore politico) prende le distanze dalla nuova dittatura e, accusata di tradimento dal nuovo presidente è costretta al secondo esilio, dal quale fa ritorno solo nel 2003 dopo la cacciata di Taylor e la nascita di un governo di transizione.
E’ stata la sua coerenza, il suo coraggio, il suo rifiuto di piegarsi ad ogni forma di sopruso che le hanno valso il soprannome di “Iron Lady”, con cui ha condotto la campagna elettorale e ha messo a tacere chi la accusava di essere stata complice del passato regime. Ma ha messo a tacere anche coloro che la accusavano di brogli elettorali, compreso lo stesso Weah, dichiarando di voler diventare “la mamma di tutti i Liberiani” e invitando il grande sconfitto Weah a entrare nel prossimo governo di unità nazionale.
Coerente con le sue idee, la Sirleaf comincerà dalla lotta alla corruzione, una vera piaga per la Liberia, che ha costretto l’Onu a imporre un embargo sul commercio di legno pregiato e diamanti, le due risorse che potrebbero fare la fortuna del paese ma che finora hanno alimentato quella che si definisce “un’economia di guerra”. Si troverà di fronte il non facile compito di trasformare radicalmente un paese reduce da quattordici anni di guerra civile, in cui non esistono infrastrutture, dove mancano gas ed elettricità, la maggior parte della popolazione vive con meno di trenta dollari al mese. Sfide difficili, per le quali Ellen potrebbe rivelarsi la personalità più adatta, con buona pace di calciatori, ministri corrotti e signori della guerra.
Natale nella Repubblica Democratica del Congo: Né pistole di plastica né soldatini: la guerra quest'anno non sarà nemmeno un gioco tra bambini nella Repubblica del Congo. Sotto l’albero di Natale non ci potranno essere finti mitragliatori, piccoli camion o aerei militari. "Questi divieti – scrive la stampa locale – si sforzano di far dimenticare la nozione di violenza soprattutto ai più piccoli, che durante le guerre civili tra il 1997 e il 2000 sono stati testimoni di scene drammatiche”.
Natale a Cuba: Quando sorgerà l’alba oggi a Cuba, nella chiesa di Nostra Signore del Carmen a Cabaiguan si svolgerà la tradizionale ‘messa del Gallo’, una celebrazione natalizia tipica dei paesi cattolici di cultura spagnola ma rara nella nazione socialista caraibica. “Da quando papa Giovanni Paolo II visitò Cuba nel 1998 è andata crescendo la tolleranza nei confronti dei credenti ed è possibile celebrare la Natività, sebbene ancora con qualche condizionamento: per le espressioni religiose pubbliche, nelle vie o nelle piazze,bisognerà aspettare ancora un poco” ha detto padre Josè Siriana, missionario spagnolo arrivato a Cuba tre anni fa, che ha organizzato le celebrazioni a Cabaiguan.
Natale in Brasile: Il Brasile ha completato l’estinzione del debito contratto con il Fondo monetario internazionale (Fmi) versando l’ultima tranche di 13,4 miliardi di dollari in netto anticipo rispetto alla scadenza prefissata del 2007. Il Paese ha così risparmiato circa 900 milioni di dollari in interessi. “Abbiamo il denaro, abbiamo le esportazioni, abbiamo la produzione e inizieremo ad auto-amministrarci senza bisogno di imposizioni” ha detto il presidente Luiz Ignácio Lula da Silva, aggiungendo: “Vogliamo dire al mondo che il Brasile ha raggiunto la maggiore età nella sua politica internazionale, abbiamo la serenità di poter andare avanti, per crescere molto, per generare nuovi posti di lavoro”. (Anche l’Argentina si appresta a completare il pagamento dell’intero debito pendente con l’Fmi, stimato in 9,81 miliardi di dollari, entro il prossimo 3 gennaio).
Natale in Nigeria: Il presidente Olusegun Obasanjo ha approvato un programma di distribuzione gratuita di antiretrovirali per i malati di Hiv/Sida a partire dal prossimo gennaio come “regalo di Natale”: lo ha riferito la ‘News agency of Nigeria’, precisando che il ministro della Sanità, Eyitayo Lambo, ha annunciato uno stanziamento statale di 1,4 miliardi di naira (11 milioni di dollari) per curare 100.000 sieropositivi e garantire progressivamente il pieno accesso al trattamento; Obasanjo ha promesso anche assistenza sanitaria gratuita alle donne incinte sieropositive nei centri sanitari nazionali.
Natale in Burundi: Quest'anno niente albero di Natale, è stato vietato l'utilizzo di alberi veri per le tradizionali decorazioni natalizie. La foresta burundese ha subito già considerevoli violenze, a causa della guerra decine di ettari sono stati distrutti, oggi è il giorno per ricostruire. I bimbi dovranno accontentarsi di alberi finti. Inoltre Il presidente della Repubblica burundese, Pierre Nkurunziza, ha annunciato in Parlamento l’avvio di un piano quinquennale di sviluppo per rilanciare l’economia del Paese. Il capo dello Stato eletto lo scorso agosto ha spiegato che il piano può contare su fondi per 2 miliardi di dollari, la maggior parte dei quali provenienti da donazioni di governi od organizzazioni straniere, il resto è stato invece ottenuto con finanziamenti a basso tasso d’interesse.
Natale in Uruguay: Nove mesi fa si è verificato un cambiamento storico, con l’avvento al potere del primo presidente socialista e della prima coalizione di sinistra, evento del tutto inedito per il piccolo Stato sudamericano. “L’anno scorso a Natale già sapevamo che da marzo avremmo avuto un governo di sinistra, ma c’era molta curiosità, grande attesa e, non lo nego, speranza: speranza che le cose potessero cambiare. Dopo nove mesi possiamo dire che alcune cose stanno andando molto bene e che si è notato qualche importante cambiamento, principalmente dal punto di vista sociale. Per molte persone questo sarà un Natale diverso, soprattutto per molti bambini: non in mezzo alla strada ma in strutture che si stanno impegnando per aiutare chi ha bisogno. Questo progetto sociale, è vero, sta procedendo a passo lento, ma sicuramente sta dando già buoni risultati." Lo ha detto alla MISNA Alvaro Marquez Martinez, economo della Diocesi di Melo, città nord dell’Uruguay.
Natale alle Nazioni Unite: Il Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite ha approvato in questi giorni la creazione di una nuova commissione con il compito specifico di favorire il consolidamento della pace nei paesi in cui è in corso una transizione post-bellica. La nascita di questo nuovo ufficio era stata decisa nel corso della riunione dell’Assemblea Generale al ‘Palazzo di Vetro’ dello scorso settembre dedicata al rinnovamento dell’Onu. La commissione è intesa come un ufficio di raccordo e coordinamento delle operazioni necessarie - in modo particolare lo stanziamento di aiuti economici - per favorire la stabilizzazione dei paesi usciti dai conflitti. Al suo interno saranno riuniti 31 rappresentanti scelti tra i paesi che contribuiscono maggiormente a livello economico e che mettono a disposizione le truppe dei ‘caschi blu’, affiancati dai rappresentanti degli organismi finanziari internazionali come il Fondo monetario e la Banca mondiale. La creazione della commissione è stata definita un passaggio “storico” dal segretario generale Kofi Annan, malgrado non siano ancora stati stanziati fondi ‘ad hoc’ per il suo funzionamento. “Troppo spesso abbiano lasciato che una fragile pace degenerasse in un nuovo conflitto” ha detto Annan. “È la miglior opportunità che abbiamo per invertire una triste tendenza” gli ha fatto eco il presidente dell’Assemblea Generale Jan Eliasson. “La maggior parte dei paesi che emerge da un conflitto ricade in guerra entro cinque anni”. Si prevede che le prime nazioni a beneficiare del lavoro della nuova commissione saranno il Burundi, la Sierra Leone e la Liberia.
Queste ed altre notizie dal mondo sono state fornite da Misna. Stranamente ho deciso di omettere opinioni personali, parole di parte, letture mie delle informazioni trovate. E' Natale, qui a Napoli, in Italia, ed in tutto il mondo, e per quel che si dica del solito buonismo natalizio, delle solite frasi da buon cuore, dei soliti auguri di gioia e felicità, è bello! E' bello che, almeno una volta l'anno, ci si prenda il tempo per sognare, augurarsi, sperare, credere, immaginare, un mondo migliore!
Ed allora, vi auguro un Natale vissuto nel suo pieno spirito, un Natale di gioia e di felicità ma, soprattutto, di pace. Vi auguro di essere generosi nei "Ti voglio bene - Vorrei che fossi qui con me - Bello essere con te - Grazie - Scusa se non mi faccio vivo da un po' - Come farei senza di te - e robe simili". E ve lo auguro non con il cuore ma con l'anima, come direbbe un mio caro amico. L'anima non muore mai!
Tanti Tanti Auguri di Buon Natale a tutti!
Dodici anni di guerra civile che tutti considerano ufficialmente terminata, dodici anni di guerra civile che molti fanno risalire al 1993, l'anno dell'ultimo assurdo genocidio in cui persero la vita circa 300 mila burundesi, prima però ce ne furono altri: 1966, 1972, 1988. Hutu e tutsi si sono massacrati a vicenda per decenni. Nel 2000 viene firmato l'accordo di pace ad Arusha, in Tanzania. A maggio 2004 parte ONUB, la missione di mantenimento della pace dell'Onu. Attualmente in Burundi i ‘caschi blu’ stanno avviando un graduale ritiro. Entro aprile 2006 la missione – che conta circa 5.600 elementi, compresi 318 funzionari civili e 383 dipendenti locali – si ridurrà di quasi la metà. La richiesta di diminuire la presenza di soldati internazionali era stata avanzata nelle scorse settimane dal governo di Bujumbura, il primo governo "democraticamente" eletto dal 1993 dopo anni di caos ed anarchia, un governo in cui la maggioranza è detenuta dal Cndd-Fdd, ex gruppo ribelle accusato di molti dei massacri del 1993.
Certo, in guerra tutto è lecito, ma ora c'è l'accordo di pace, c'è una democrazia, ed ex ribelli sono diventati garanti della pace e dei diritti umani, ex ribelli che hanno conosciuto solo sangue ed armi nella loro vita ora sono consapevoli di cosa significa pace e sicurezza, oggi sono burundesi, non più hutu o tutsi. Il loro capo Pierre Nkurunziza è un miracolato, è sopravissuto per mesi nella foresta nonostante le ferite di arma da fuoco, ed oggi ringrazia il Signore almeno una volta a settimana riunendo amici in preghiera e meditazione. Eppure dodici anni fa molti testimoni affermano che i ribelli attaccavano in nome di Dio, levando la bibbia al cielo. Oggi questo nuovo governo chiede all'Onu di andare via, perchè dopo un accordo di pace, dopo libere elezioni, la missione può essere considerata un successo, e la pace una vittoria del Burundi unito, senza più distinzioni etniche.
Il nuovo governo avrebbe dovuto però già avviare i preparativi per la costituzione di una Commissione per la verità e la riconciliazione su esempio del Sud Africa, grazie alla quale rispondere alle richieste di giustizia provenienti da coloro che si considerano vittime del genocidio, grazie alla quale sarebbe possibile perdonare e comprendere che vittime sono anche tutti coloro considerati da molti carnefici. Assumere ed attribuire responsabilità, ricordare, perdonare, perchè non covi nascosta la rabbia e la vendetta, ma questo giorno sembra ancora lontano, sia l'Onu sia il nuovo governo sembrano aver dimenticato. Si va avanti, ma si trascinano problemi lasciati indietro, irrisolti. Pace non significa solo elezioni e nuovo governo, pace non significa solo reintegrazione degli ex combattenti e rientro dei rifugiati, pace significa indagare sulle cause e rimuoverle, pace significa giustizia come riparazione e perdono, pace significa sicurezza e libertà di camminare per strada senza il rischio di essere scasualmente uccisi da "criminali o ladri", (Qui per capire le virgolette), pace significa libertà di espressione ed opinione, anche politica (l'ex presidente del partito di opposizione Uprona, Charles Mukasi, è esiliato politico in Canada), pace significa una cultura ed una mentalità di pace ( in occasione dell'anniversario del massacro di Kibimba il Presidente del Burundi ha "dimeticato" di recarsi sul posto per commemorare le vittime).
Eppure melle scorse settimane lo stesso Consiglio di sicurezza dell’Onu, pur evidenziando “straordinari progressi” compiuti sulla strada della pace, aveva ritenuto che i fattori di instabilità nel paese non erano stati ancora del tutto eliminati, il fattore più evidente è la presenza di un gruppo di ribelli del Fnl che ancora non è entrato nell'accordo di pace. In Burundi si combatte ancora, per la pace e per sopravvivere!
Contemporaneamente in Sierra Leone, una nazione devastata da dieci anni di guerra civile (1991-2001), si sta mettendo formalmente fine a una missione il cui mandato scade il 31 dicembre 2005. La missione UNAMSIL era stata avviata nell'ottobre 1999, varie volte riconfermata ed ampliata nel suo mandato, è oggi considerata un esempio ed un grande successo delle Nazioni Unite, ha portato, tra i tanti traguardi raggiunti, alla reintegrazione di 75.490 combattenti, di cui 6.845 bambini, la vera piaga della guerra sierraleonense. Quanti ce ne sono ancora? Tanti, ma almeno il paese è stato lentamente accompagnato su una strada che sembra essere in grado di continuare a percorrere da solo. Certo occorre mettere in pratica i suggerimenti della Commissione per la verità e la riconciliazione sull’aiuto alle vittime del conflitto, l’abolizione della pena di morte, la lotta alla corruzione e una più equa distribuzione delle risorse. Bisogna già cominciare a pensare alle elezioni presidenziali e parlamentari del 2007, un appuntamento che sta accendendo gli animi e creando qualche contrasto nonostante sia ancora lontano, occorre far ripartire l’economia, perché c’è molta disoccupazione, soprattutto tra i giovani, ma il paese è considerato oggi una guida morale ed un contributo prezioso alla costruzione di entità libere e democratiche in Africa sub-sahariana.
Se due missioni volgono alla conclusione, un'altra è stata ufficialmente "invitata" ad abbandonare il campo. Si tratta di UNMEE, la missione di pace tra Etiopia ed Eritrea, protagoniste di un sanguinoso conflitto che tra il 1998 e il 2000 ha provocato circa 70-80.000 vittime, uno dei pochi conflitti africani a carattere interstatale (essendo la maggioranza dei conflitti intrastatali). Si tratta di una disputa di confine, relativa alla creazione dei cosiddetti "confini artificiali" in epoca coloniale. Nel 2000 è stato firmato un accordo tra i due paesi, ma l'Etiopia non ha mai praticamente accettato la linea di confine stabilita, e l'Onu è stato accusato dal governo eritreo di non aver fatto nulla e di non essere in grado di spingere l'Etiopia al rispetto del trattato. La situazione è di nuovo molto tesa da quando i due Paesi del Corno d’Africa si sono accusati a vicenda di aver schierato truppe a ridosso del confine, nella zona cuscinetto, quindi neutrale, sotto il controllo dei caschi blu. L'Onu non ha potuto fare altro che accogliere la richiesta dell’Eritrea di ritirare il personale europeo, canadese e americano della missione di pace che controlla la tregua con l’Etiopia, pur annunciando che non avrebbe messo fine alla missione.
Povera Africa, è il continente delle guerre più lunghe del mondo, guerre nate con l'indipendenza, ma forse prima, portate avanti dalla corruzione, dalla formazione di economie di guerra che si nutrono del sangue versato da gente innocente, da una cattiva gestione di esse, da interventi, nella maggior parte dei casi, a breve termine. Guerre che sono sempre le stesse da decenni, sempre esistite, ma che mutano nel tempo, assumendo caratteristiche nuove, coinvolgendo nuovi attori, nuove motivazioni, i cosiddetti "prolonging factors" o "aggravating factors" che si aggiungono alle vecchie, scontate, dimenticate, cause originarie che contiuano ad esistere nell'ombra, e su cui si lavora poco, troppo poco, quasi per niente. Guerre su cui si continua ad agire in via reattiva anzichè preventiva, portando una pace illusoria, che deve mascherare con pochi successi, i clamorosi fallimenti della comunità internazionale.
Qualcuno lo sa che le truppe USA sono ancora in Sud Corea dal 1953? USA non caschi blu dell'ONU.
In nome di cosa?
Qualcuno lo sa che la popolazione coreana e' atterrita perche' i soldati USA si rendono colpevoli di violenze e stupri?
Forse qualcuno ce lo dovrebbe dire!
Quando finiranno le intrusioni degli Stati Uniti nella politica latinoamerica? quando finiranno le pressioni, le minacce, le decisioni imposte?
Quando l'America Latina avra' il diritto e lo spazio per sollevarsi e prendere in mano il proprio destino?
Perche' nessuno protesta di fronte all'illegittimita' diventata prassi?
Cile 1998: il Congresso discute l'adesione al Tribunale Penale Internazionale. Si raggiunge l'accordo... poi, tutto si blocca. procedura interrotta... pressioni da parte degli Stati Uniti...
Cile 2005: il Presidente Lagos incontra Bush, espone il punto di vista del proprio Paese sulla necessita' di completare le procedure di adesione. Trattative fra i due capi di stato... solo una volta rassicurati del fatto che il Cile firmera' un accordo per escludere le truppe USA della giurisdizine del TPI, gli Stati Uniti danno il benestare. Il Cile puo' procedere a completare quello che dovrebbe essere un affare di politica interna...non un do ut des con gli Stati Uniti!
Altri 40 Paesi hanno in corso trattative analoghe.
Chi ha eletto la potenza del Nord arbitro internazionale? perche' nessuno protesta? perche' a nessuno interessa la subordinazione di un continente ad un paese che non vuole assumersi responsabilita' per fatti e misfatti delle proprie truppe?
Cile, 11 dicembre 2005.
Elezioni presidenziali. Pochi giovani in fila di fronte ai seggi. Calma e regolarita' nelle procedure di voto.
A 15 anni dalla fine della dittatura di Pinochet il Cile e' una democrazia stabile e consolidata. Cosi' lo descrive la sua classe politica, cosi' ne parla il governo degli Stati Uniti, di cui rappresenta il piu' sicuro alleato nella regione.
Uno sguardo alle recenti elezioni sembra confermare quest'impressione. Tre candidati si sono confrontati nella querelle elettorale, due di loro si contenderanno la presidenza al secondo turno previsto per gennaio. Perfetta normalita'.
Eppure qualche cosa sta cambiando.
Lo dimostra il fatto che a ricevere la maggioranza (relativa) dei voti e' stata Michelle Bachelet. Una donna. La prima donna a presentarsi alle presidenziali. Una socialista di cui in Cile tutti conoscono il passato: figlia di dissidenti del regime militare, oppositrice del regime lei stessa, torturata e costretta all'esilio.
Dopo 15 anni di democrazia, non e' facile in Cile parlare di diritti umani, non e' scontata la condanna a Pinochet e alle violazioni perpetrate dalle forze armate. Per questo la candidatura della Bachelet ha rappresentato una sfida enorme: alla cultura machista che impregna l'America Latina, al conservatorismo del Paese e dell'elettorato, alla memoria collettiva di un popolo che preferisce far finta di dimenticare piuttosto che fare i conti con il proprio passato.
Nonostante tutte le difficolta', sara' proprio la Bachelet a confrontarsi con Pinera (il candidato di estrema destra) nella prossima tornata elettorale di gennaio. A suo favore giocano i buoni risultati ottenuti dal presidente uscente Lagos, socialista anche egli, nonche' il carisma di questa donna che e' per molti un simbolo di coraggio ed amore per il proprio Paese.
Contro di lei gioca la cultura conservatrice di un popolo che ha paura del cambiamento, che fa fatica a fidarsi di tutto cio' che suona a riforma perche' ancora conserva il ricordo delle atrocita' che fecero seguito al sogno di Allende. E l'apatia dei giovani, alienati alla politica, fa cadere il peso della decisione proprio sulle generazioni che hanno vissuto gli sconvolgimenti di quegli anni.
Da parte mia c'e' un in bocca al lupo a Michelle, per la sfida di gennaio e per quella piu' grande che si aprira' dopo le elezioni.
L'Africa dunque sta morendo. Per sete, per fame, per le malattie e per le guerre. In questo momento sono quindici i conflitti che insanguinano il continente più vecchio del mondo. In pieno territorio Turkana, entriamo nell'ospedale di Lopiding a cercare i segni di una delle tante guerre africane infinite e dimenticate. Siamo a Lokichogghio, la zona più in crisi del Kenya e forse di tutto il continente nero, crocevia di calamità e guerre. Non sono lontani i confini con l'Uganda ed Etiopia, soprattutto è vicino quello del con il Sudan. L'Etiopia è sicuramente tra i paesi più colpiti dalla siccità oltre che dalla guerra. Otto milioni sono a rischio e per evitare il disastro, secondo le Nazioni Unite, servono almeno 900 mila tonnellate di cibo. Uno sforzo che equivale a quasi 400 miliardi di lire. Qui a Lopiding sono ricoverati tutti i feriti della devastante guerra sudanese. Ho scelto di raccontarvi la storia di Peter. E' giovanissimo ma si sente già un guerriero. Ha dodici anni. Nel suo paese la guerra va avanti da una ventina d'anni e dunque lui non sa neppure cosa sia la pace, una vita senza odio. Dice, quasi con orgoglio, di aver perso la gamba nei combattimenti, ma è saltato su una mina, davanti casa. Non sa perchè ci si uccide. Peter ha lasciato un disegno in infermeria. Per lui il nemico è King Kong. La guerra, da queste parti, può essere l'unico gioco. Ma è uno sterminio. Già due milioni di morti. (............) Ma il mondo sa perchè ci si uccide. Il Sudan è il paese più grande dell'Africa. Il meridione è ricco d'acqua e potrebbe risolvere la crisi di siccità dell'intero Corno d'Africa ma soprattutto, mi spiegano, il Sudan galleggia nel petrolio. Di bambini ce ne sono molti all' ospedale. Mi colpiscono i loro sguardi. Tristi e fieri. Nel padiglione numero quattro ci sono le mamme con i neonati. Una mamma sudanese canta la ninna nanna per il suo bambino, uguale a tutti gli altri bambini del mondo, con la sola colpa di essere nato in un posto sfortunato. Povera Africa, dove i bambini non sorridono più.
Di Africa e di guerre, di Iraq e di Novi Ligure, ma soprattutto di occhi, di racconti e di storie, intrise di emozioni e paure: questo è La Torre di Babele, l'ultimo libro pubblicato dal giornalista Pino Scaccia e presentato a Roma sabato 10 dicembre. E questa è la sua vita, la vita di un gabbiano di frontiera, come ama definirsi, che pur amando la quiete è destinato a vivere in burrasca, a volare in cieli oscurati da guerre, calamità naturali, siccità e carestie, a portare scolpita nel cuore la luna di alcune delle aree più buie del mondo.
Non potevo non esserci quel 10 dicembre a Roma, e non potevo non dedicare un pensiero a questo gabbiano coraggioso e fortunato. Coraggioso, per la verità che cerca di raccontare. Fortunato, per la possibilità di continuare a farlo. Questa verità, che non è assoluta ma dichiaratamente sua, è dedicata nel suo libro a Enzo Baldoni, un gabbiano meno fortunato, incontrato e volato via per sempre in Iraq. Un po' mi sembra di averlo conosciuto Enzo, attraverso le parole di Pino, ed un po' mi sembra di conoscere Pino, per quello slancio che impedisce di restare sulla terraferma troppo a lungo, per le emozioni che ho condiviso sul suo blog. Incontrarlo, allora, bloccarlo con una mano sulla spalla dicendogli - Scusa Pino, ti disturbo? Vorrei salutarti - non mi ha imbarazzato, ed è stato sorprendente parlargli come se l'avessi fatto altre volte. Io c'ero in quella sala, partecipavo a qualcosa di cui sentivo di essere parte, perchè parte della mia vita, perchè su La Torre di Babele e su Blogfriends mi sono emozionata, arrabbiata, sono arrossita, ho pianto, ho riso di gusto, mi sono indignata. E' anche grazie al suo blog se è nato Occhi e Spari, è stato un esercizio, e Pino una finestra in più sul mondo.
L'incontro è stato intenso, abbiamo chiacchierato qualche minuto dopo la presentazione, Pino ricordava tutti. E' stato bello poterci guardare negli occhi, avere un nome ed un cognome, un volto, essere LAfricanA e finalmente Valeria. E' stato importante. Peccato però troppo breve, me ne sono andata con la voglia di sedermi tranquillamente davanti ad un bicchiere di vino rosso e continuare ad essre Valeria, me ne sono andata con domande, parole, curiosità nella mente, immaginando cafè di artisti, luoghi intrisi di idee, poesie, e parole plananti nell'aria. Luoghi che stanno scomparendo, che vengono commercializzati o sostituiti da vetrine più grandi come quelle di un palazzo dei congressi. Ma c'è qualcuno che non si arrende a questo funerale, qualcuno, caro Pino, dove anche tu eri solito andare fino ad un paio di anni fa, qualcuno che lotta per tenersi stretto il suo cafè di artisti che qualcun'altro vuole chiudere, qualcuno che col sorriso di sempre, indimenticabile, mi ha detto: " Saluta Pino Scaccia da parte di Teresa Notegen (Cafè Notegen, Roma), lui sicuramente ricorda, era sempre qui, solo che ora è cambiato tutto."
"L'Africa non è un continente povero, ma impoverito; non è un continente marginale, ma marginalizzato; non è un continente malato, ma contaminato con piaghe e infermità; l'Africa non è un continente vecchio; l'africa è giovane". (Miguel Ángel Moratinos, ministro degli Esteri spagnolo dopo un viaggio attraverso sei paesi africani che gli ha anche procurato critiche per un suo presunto ritardo a un appuntamento politico europeo.)
Grazie al gentile contributo di Farida, riporto una piccola parte del discorso tenuto da Alex Zanotelli in occasione, credo, di una delle "giornate per la cooperazione" organizzate dal Ministero degli Esteri (ma forse Farida può dare info più precise):
"Quante potenzialità, energie e sogni si dischiudono in ciascuna di queste realtà...
Eppure, per tanti motivi e in molti casi, qualcosa non funziona.
La cooperazione spesso corre su binari che alcuni definiscono "un circo umanitario".
I giovani hanno sempre più opportunità di partire e sempre meno occasioni e pazienza di indagare sulle motivazioni profonde per cui lo fanno.
L'università non trova più il tempo e la profondità per proporre competenza abbinata a umanità.
Il mondo missionario ha bisogno di crescere molto aprendosi ai laici ma fatica ad investire su di loro e dialogarci.
Perché partire? Chi parte può dirsi "esperto in umanità"?
Che tipo di formazione, ascolto e competenze chiede ai giovani la gente del sud del mondo?
Cosa può offrire a noi la cooperazione intesa come scambio?"
Per trovare risposta a queste domande e leggere i commenti vi invito a visitare:
http://blogfriends.splinder.com/post/6508968
Grande Zanotelli!!